Ancora su Fiducia supplicans – Marco Gallo e Stephan Goertz

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Benedizioni di coppie irregolari, novità e limiti – Riflessioni dei teologi Marco Gallo e Stephan Goertz su Fiducia supplicans

Dopo aver presentato il documento del Vaticano Fiducia Supplicans sulle benedizioni di coppie irregolari (È benedizione, non è matrimonio – Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni (18.12.2023) | Delegazione-mci), torniamo sul testo perché ha suscitato moltissime reazioni in tutte le chiese locali e anche nelle nostre comunità cattoliche come pure il comunicato stampa per la ricezione di FS (04.01.24). 

Il tema infatti “tocca entrambi i nervi sensibili della cattolicità (liturgia e sessualità)” (Marco Gallo). Al fine di un approfondimento proponiamo alcune riflessioni, estratte da due interventi di teologi. Si tratta di: Römische Schwellenängste (Romane paure di soglia, trad. a cura di Paola Colombo) di Stephan Goertz, professore di teologia morale presso la facoltà teologica cattolica Johannes Gutenberg di Mainz, apparsa su Herder Korrespondenz di febbraio; Novità, limiti e sfide delle „benedizioni pastorali“, di Marco Gallo, teologo in Italia e in Francia e direttore di Rivista di Pastorale Liturgica, pubblicato sul blog di Andrea Grillo come se non (Munera). Ringraziamo Herder Korrespondenz e il blog come se non (Munera) per la gentile concessione (Udep).


Da: Römische Schwellängste di Stephan Goertz

Copertina del numero di febbraio 2024 di Herder Korrespondenz che contiene il commento del teologo Stephan Goertz.

Fiducia supplicans vuole conciliare la dottrina escludente della morale del matrimonio con la pastorale inclusiva della benedizione incondizionata. Benedire significa trasmettere che Dio vuole sempre il bene di ciascuno e che spera sempre nel bene. Chi benedice in questo senso non rimane fissato al giudizio morale negativo sull’altro. Una tale benedizione è per così dire cieca al peccato perché rivolge lo sguardo in avanti alla storia della vita. La differenziazione fra le diverse forme di benedizione, ha chiarito il Dicastero per la dottrina della fede, è effettivamente la novità del documento. Il passaggio cruciale dice che una coppia gay o lesbica può chiedere la benedizione affinché tutto ciò che è vero, buono e umanamente valido nella loro vita e nelle loro relazioni venga arricchito e guarito dalla presenza dello Spirito Santo e venga incrementato (FS 13). Per la prima volta, sia pure senza parole, si legge in un documento vaticano il lato positivo delle unioni omosessuali, cosa mai accaduta prima. Contemporaneamente, come è ben noto, l’espressione fisica di questo bene e dell’umano in una relazione d’amore omosessuale, non vengono apprezzate con una sola sillaba. Non è ciò in palese contraddizione con la pretesa cattolica di rappresentare un’antropologia non dualistica? Il desiderio omosessuale è ancora da guarire? (…)

Si supera uno stato di limbo riproponendo una soluzione convenzionale di clemenza pastorale: il peccato nell’ambito del sesto comandamento resta inflessibilmente peccato ma si pratica misericordia verso il peccatore attraverso “gesti paterni di vicinanza pastorale” (4 gennaio n’6). Questa strategia pastorale tuttavia non raggiunge più coloro che sono offesi dalla durezza della norma e che hanno sete di giustizia. Essi sono indignati per la degradazione morale della loro sessualità e non se ne fanno nulla della benedizione offerta perché la presunta peccaminosità li colpisce nel profondo. Vogliono realizzare la volontà di Dio nella loro vita non nel modo che Fiducia supplicans continua a prescrivere loro: chi è disposto a chiedere una benedizione che implica l’aspettativa di cambiare la propria vita amorosa “di coppia”?

Dubito che la dichiarazione di Roma venga intesa da molti omosessuali quale incoraggiamento per vivere meglio la sessualità imposta a loro, come a noi tutti. Per molte persone che sono al di fuori della cura pastorale della Chiesa, il loro amore dovrà essere “una forza e una benedizione” (Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta). Non dobbiamo lasciarci persuadere che la dichiarazione di Roma sia una delusione per i soli credenti occidentali nelle democrazie liberali. Anche in altre parti del mondo le minoranze sessuali lottano per il riconoscimento morale. (…)

Da dove viene allora l’incapacità romana di superare la soglia della libertà? Qual è l’origine del blocco che impedisce di portare coerentemente nelle relazioni umane il proclamato apprezzamento dell’amore come principio morale fondamentale (lo scritto apostolico C’est la confiance su Thérèse di Lisieux)? Perché ogni iniziativa di revisione morale cozza in Fiducia supplicans contro il riferimento alla dottrina tramandata e invariabile sul matrimonio quando, dal punto di vista storico-morale, difficilmente si può parlare di insegnamento invariabile quando ci si rende conto di che cosa è stato sentenziato in passato sulla posizione subalterna della donna, sul male del desiderio sessuale e la subordinazione dell’amore per la comprensione del matrimonio? (…)

Il fatto che i cristiani debbano sottomettersi a una volontà divina rivelata in materia morale si riscontra già in Agostino (Confessioni III, 8) A partire dal XIX secolo, il papato si è sempre più considerato l’autorità vincolante ultima per la definizione delle verità morali. Come conciliare tutto ciò con la convinzione teologica che all’uomo (Mensch) è stata donata una conoscenza del bene e del giusto indipendente dalla manifestazione della volontà divina? A questa domanda non esiste ancora una risposta soddisfacente da parte del magistero. Dovrebbe infatti accettare che la moralità sta in piedi da sola (…)


Da: Novità, limiti e sfide delle “benedizioni pastorali” di Marco Gallo

Dal Responsum del 22 febbraio 2021 a Fiducia supplicans del 18 dicembre 2023, il tentativo di cucire in una certa continuità il discorso è visibile, ma ancora più evidente è la consapevolezza di intervenire con uno sviluppo reale, non ripetitivo. (…)

Fiducia supplicans intende accogliere l’invito di Francesco “a fare lo sforzo di ampliare ed arricchire il senso delle benedizioni” (7). (…)

È ben evidente che il pronunciamento rovescia il precedente a partire da una teologia sacramentaria che sa leggere l’analogia sacramenti / sacramentali facendo della loro dissomiglianza non una contraddizione, ma uno spazio. Si esce dal modello binario del Responsum (dentro-fuori, ordinato-non ordinato, lecito-non lecito), per entrare in un sistema più complesso, per il quale è certamente richiesto l’esercizio della prudenza e del discernimento – diffusamente argomentato in Amoris Laetitia e fondato sulla rilettura missionaria di ogni atto ecclesiale di Evangelii Gaudium. Se c’era una dialettica di incoerenza era quella tra il Responsum e le due citate esortazioni apostoliche di Francesco. Fiducia supplicans esplicita senza ambiguità ciò che queste dinamiche avevano già fondato (…)

Per tenere insieme i suoi due poli teorici (i medesimi delle Respuestas del Papa ai Dubia dei cardinali), e cioè l’invariata teologia del matrimonio e la carità pastorale verso chi non vi rientra, lo strumento individuato è dunque quello delle cosiddette “benedizioni pastorali” non liturgiche (o non ritualizzate, o senza forma liturgica).

(…) Su questa differenza tra benedizioni liturgiche (e quindi parte di azioni sacramentali o tratte da libri rituali come il Benedizionale, celebrate in un contesto rituale) e forme più libere si fonderebbe secondo Fiducia supplicans la possibilità di evitare ogni confusione con ciò che sarebbe inteso come analogo al contenuto di un matrimonio (…)

Le caratteristiche di questi atti sono delineate con una certa ampiezza di particolari: saranno brevi (28) tanto da durare pochi secondi, non possono avvenire nel contesto dei riti civili (39), non prevedono abiti liturgici, né gesti o parole tipiche del rito delle nozze cristiane, non in un luogo importante dell’edificio sacro, soprattutto non all’altare, avvengono in altri contesti (40), magari durante un pellegrinaggio, senza rituale o schema pubblicato. Non c’è concorso della comunità, né ministerialità di altri: si tratta della risposta di un ministro ad una specifica domanda (improvvisata?) di alcuni credenti. Il gesto stesso nella sua essenzialità è un annuncio del kerygma e un invito ad avvicinarsi all’amore di Cristo (44). Il comunicato stampa del 4 gennaio 2024 va oltre, precisando che non è opportuno che i vescovi offrano altri orientamenti pastorali, perché questo concorrerebbe a fare di questi gesti semplici qualcosa di tendenzialmente ambiguo. (…)

L’intento è quello di spogliare di ogni carattere rituale di atto liturgico queste benedizioni, per escluderne ogni valore giuridico e ogni riconoscimento ecclesiale, per le coppie in nuova unione e omosessuali (…)

Ora, rispetto a queste, le “benedizioni pastorali” di FS emergono quasi solo in negativo (non liturgiche, non rituali, non scritte, non all’altare …), con una lunga serie di negazioni, per differenza e sottrazione. Certo, in positivo si afferma che sono un’espressione di fede, una manifestazione del kerygma di salvezza, parte della pietà popolare.

Le perplessità rispetto a questi gesti minimali sono due: tale “spogliazione” è l’unico modo di garantire la differenza? E soprattutto, è ecclesialmente sostenibile? (…)

Si può agire verso le relazioni di legami non sacramentali, con la stessa logica con la quale si benedicono neonati, campi e negozi, strade, ponti e fonti d’acqua, senza credere che ciò che è benedetto diventi sacro, e nemmeno senza fermarsi all’accusa che qualcuno li può leggere come gesti ambigui, superstiziosi e magici. È conveniente sfidare la confusione perché crediamo che la verità renda liberi e possa venire alla luce: non basta benedire le persone, perché l’essere umano non esiste senza il mondo delle cose, degli ambienti e soprattutto senza relazioni. Negare la benedizione agli animali domestici o in occasione dell’apertura di una attività in cui ci si gioca tutto il futuro corrisponde al non benedire la persona stessa che vi è implicata con la sua storia per come sta realizzando. Ed è proprio il rito ad abitare questa dinamica, perché accoglie la Parola e se ne appropria per rileggere la realtà secondo il linguaggio della Rivelazione. Le benedizioni del De Benedictionibus non sono assoluzioni, istituzioni, consacrazioni. La Parola proclamata non di rado richiama severamente alla responsabilità, ai poveri, alla conversione.

Come potranno invece creare una vera conversazione ecclesiale queste spoglie benedizioni pastorali per le quali i ministri non potranno avere libri approvati? Fiducia supplicans non produce paradossalmente un effetto censurante rispetto ai lenti processi in cui Conferenze episcopali e diocesi stavano camminando nel comporre riti di benedizione per coppie in nuova unione?

Nel testo della Dichiarazione dove trova risonanza l’esercizio sinodale di ascolto delle coppie credenti in nuova unione o omosessuali? Chi sono gli interlocutori del testo, i soli pastori? Sarebbe interessante ascoltare le domande e le osservazioni da parte di coloro che richiedono queste benedizioni pastorali. Si riconoscono in questa figura di credente che chiede e riceve, e non offre nulla?

La pubblicazione della Dichiarazione sembra perciò giungere come sviluppo di dinamiche interne al magistero episcopale, senza alcuna articolazione chiara con il processo sinodale in atto. In numerosi contesti culturali, i lavori preparatori – anche in Italia, e non solo nel più discusso Synodaler Weg tedesco – hanno fatto emergere la domanda sul posto ecclesiale per le coppie credenti in unione omosessuale: la tematica ha faticato a trovare una trattazione diffusa durante i lavori del Sinodo sulla sinodalità dell’ottobre 2023. Fiducia supplicans irrompe improvvisamente sulla scena, sparigliando le carte, con una modalità che impone di portare in aula sinodale non (sol)tanto la questione della morale sessuale nel cattolicesimo contemporaneo, ma finalmente il suo legame con le differenti culture e antropologie nel mondo.

Davvero, è possibile che il magistero universale si espliciti una sola antropologia cristiana estendibile in ogni latitudine? È fortemente istruttivo analizzare la forma delle risonanze critiche alla Dichiarazione, perché queste fanno emergere una dissonanza che riverbera nel modo di lavorare in esegesi sulla Scrittura, nello statuto teologico della coscienza a cui si offre la verità, e quindi nella forma di comunione ecclesiale. Il principio con il quale si apre Amoris laetitia ci sembra la vera sfida:

Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, «le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato» (AL 3).

Se per la liturgia, si è dato inizio con Magnum principium a un processo che dà fiducia ai contesti culturali e linguistici di generare forme plurali dello stesso rito cattolico romano, la stessa direzione va ora percorsa non in tono minore per le altre pratiche in cui i credenti cattolici cercano di vivere il Vangelo.