Una falsa alternativa: occuparsi di Dio o dei poveri? – Risposta al filosofo Diego Fusaro

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Servizi di toeletta per poveri e senza tetto sotto il colonnato di piazza San Pietro, Roma, novembre 2021 ©PCB

Di Michele Illiceto – Per il giorno dell’86° compleanno di Papa Bergoglio, con un video messaggio su You Tube il filosofo Diego Fusaro, divulgatore e scrittore conosciuto in tutt’Italia, famoso per aver creato il sito di filosofia filosofico.net, ha criticato papa Francesco, dicendo che parla troppo dei poveri e che lui stesso vorrebbe dedicarsi di più ai poveri, avendoli a cuore più di ogni altra cosa. Fusaro se la prende col pontefice perché tale dedizione e attenzione sembra fargli trascurare di parlare di più della trascendenza, cioè delle questioni teologiche e spirituali.  Insomma, questo Papa, a detta di Fusaro, parla poco di Dio e troppo di cose umane, parla poco o quasi per niente del cielo e troppo della terra.

Da filosofo a filosofo, consiglierei a Fusaro di rileggersi con molta attenzione non solo le encicliche del pontefice, ma soprattutto il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, dove, come molti sanno, raccontando la parabola escatologica del giudizio universale, Gesù fa capire senza ombra di dubbio ai suoi discepoli che saranno giudicati, e noi con loro, non tanto sulle dispute teologiche o sui dogmi da difendere –  che certamente sono importanti e decisivi per una fede ben radicata –  quanto piuttosto sul pane che abbiamo dato ai poveri, sui carcerati che avremo visitato, sugli ignudi che avremo vestito, sugli stranieri che avremo ospitato e sui malati dei quali ci saremo presi cura. Cioè sull’amore per il prossimo, il quale, come ha sottolineato papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti, scaturisce dall’amore nostro per Dio e dall’amore suo per noi.

Al contrario, quello di Fusaro pare essere un Dio disincarnato, lontano, astrattamente filosofico, e che pertanto è tutto il contrario del Dio cristiano, soprattutto tutto il contrario del Dio che celebriamo a Natale, il quale in quel bambino –  che per l’appunto viene definito dai testi sacri e dalla teologia l’Emmanuele, cioè il “Dio-con-noi”, si fa vicino e prossimo a noi, anzi entra dentro di noi.

Inoltre, consiglio a Fusaro di leggersi ancor meglio certi episodi del Vangelo dove Gesù stesso viene criticato dagli scribi e dai farisei, oltre che dai sacerdoti del tempio –  cioè i teologi di allora – di essere troppo orientato a liberare i prigionieri (Lc 4, 16-21), a curare e guarire i malati, a ridare la vista ai ciechi e a far riudire i sordi, a far camminare il paralitico, a incontrare le prostitute per ridare loro la dignità perduta, a guarire i lebbrosi, a denunciare le ingiustizie sempre frutto del peccato e del cattivo uso della ragione, a cercare le persone ferite, smarrite, quelli che sono caduti e che non sanno rialzarsi, perfino quelli sono diventati artefici del male, come Zaccheo o il buon ladrone convertitosi proprio sulla soglia della morte.

Oppure, consiglio a Fusaro di rileggersi la parabola del Buon Samaritano (Lc 10.25-37), da papa Francesco magistralmente riletta nel capitolo 2 della Fratelli tutti, e dove, tra i tre personaggi che Gesù menziona come coloro che, passando davanti al malcapitato derubato dai briganti, avrebbero potuto soccorrerlo, ce ne sono ben due – un sacerdote e uno scriba – i quali, con la scusa di andare di fretta al tempio a pregare o a fare prediche teologiche, sono passati oltre e non si sono fermati a curare l’umano.

Al contrario, Gesù loda il samaritano che, anche se a prima vista sembra trascurare “il sacro”, il “Trascendente”, le cose di Dio in nome della compassione e dell’amore che prova per quell’uomo, al contrario, realizza in pieno il precetto di chi vuole amare Dio. Infatti, non c’è miglior modo di occuparsi delle cose di Dio se non occupandosi delle cose dell’uomo. Nessuno, infatti, si prende cura di Dio se non colui che si prende cura dell’uomo. E questo per il solo fatto che, come ho scritto altrove, l’uomo è sacramento di Dio. L’uomo –  e il povero in particolare –  è l’ottavo sacramento! Dio abita più nell’uomo che nel tempio! Perché ora è l’uomo il nuovo tempio!

Proprio per tale motivo, consiglio ancora a Fusaro di leggersi un brano dell’Antico Testamento dove Dio rimprovera coloro che, con la scusa di rendergli culto, offrendogli sacrifici, trascurano i poveri, simboleggiati nell’orfano e nella vedova. È un testo profetico di una radicalità antropologica e sociale straordinaria: «Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero? – dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di pingui vitelli… Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità. Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1, 10-17).

Da ultimo, consiglierei a Fusaro di meditare l’intera Prima lettera di Giovanni, dove si legge: “Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,20-21).

Come è strana la storia! Solo qualche tempo fa, all’inizio dell’Ottocento, subito dopo la prima rivoluzione industriale,  il filosofo Marx –  il materialista e ateo Marx – proprio perché la Chiesa del suo tempo, stando dalla parte dei potenti, si occupava troppo di dogmi e di liturgia e pochissimo di problematiche umane e sociali, affermava giustamente che la religione è “oppio dei popoli”, cioè sosteneva che piuttosto che essere “liberante”, la religione fosse invece fortemente “alienante”, una sorta di scappatoia consolatoria per porre rimedio all’inferno sociale in cui gli operai si trovavano, a causa delle pessime condizioni nelle quali venivano sfruttati.

Sono certo che, se Marx avesse conosciuto un pontefice come papa Francesco, sarebbe diventato il più grande teologo dell’Ottocento. È inutile nasconderlo: il marxismo è figlio del cristianesimo! Per altre motivazioni lo sostiene anche il filosofo Galimberti. In particolar modo di quel cristianesimo mancato, evangelico, minoritario, che per anni è rimasto nascosto, tacendo così quella sua intrinseca forza propulsiva e rivoluzionaria, la sola capace di generare un lento e graduale processo di radicale cambiamento sociale, quale frutto e corollario di quel cambiamento spirituale senza il quale ogni cambiamento non è mai davvero tale. Ma proprio perché si è trovato di fronte a un cristianesimo mancato, tradito, ha finito per rinnegarlo in toto, presentando il suo marxismo come una forma rovesciata di esso.

Ecco, allora, trovato il limite di Fusaro, come di tanti altri interpreti del cristianesimo: aver diviso il carnale dallo spirituale, il mondano dal sacro, il teologico dall’antropologico, separando Dio dall’uomo.

Proprio il contrario di quello che è il vero messaggio del Natale, dove celebriamo lo scandalo più grande della storia, cioè il fatto che Dio (il Trascendente, l’Incommensurabile) si sia fatto uomo, facendosi immanente. Un Dio che si fa prossimo a noi per farci prossimi a Lui. Un Dio di prossimità che vuole donarci non solo la sua figliolanza, ma anche la fraternità. Perché non serve a nulla essere o proclamarsi figli di Dio se non diventiamo e siamo anche fratelli tra di noi.

Un Dio che – come dice S. Paolo –  da ricco che era, si è fatto povero per noi (2 Cor 8,9). Non è retorica o sterile buonismo. È Vangelo! E il Vangelo, senza scadere in una qualche forma di ideologia è un pugno nello stomaco e non carezza mielosa. È provocazione e non accomodamento. È rivoluzione e non alienazione. È spoliazione e non carrierismo. È critica dell’esistente e non rassegnazione, spinta utopica e non acquiescenza spirituale.

Come ho scritto in un mio libro sulla parabola del figliol prodigo, non serve a nulla la figliolanza se essa non è accompagnata dalla fraternità, vero pilastro di ogni vera comunità. Insomma, figli di Dio e fratelli di ogni uomo, specie di coloro nei quali l’umanità è compromessa, offesa, calpestata, non rispettata, come accade nei poveri!

E allora, spero che questo sia non solo un Natale di figliolanza ma anche di vera fraternità! Non un Natale dove, in un bambino, a nascere è solo Dio –  tra l’altro nato povero – ma dove a nascere –  o a rinascere – sia anche l’uomo, ogni uomo, specialmente chi, come i poveri, aspetta che la propria umanità negata, venga finalmente riconosciuta e tutelata.