Vivere il Vangelo fino in fondo: don Tonino Bello e don Lorenzo Milani

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Don Milani coi suoi studenti di Barbiana, 1959. Foto di Oliviero Toscani, wikipedia

Cent’anni dalla nascita di don Lorenzo Milani e trent’anni dalla scomparsa di don Tonino Bello. Ricordiamo Don Tonino Bello (1935-1993), vescovo di Molfetta e e don Lorenzo Milani (1923-1967), priore di Barbiana, due uomini, due sacerdoti che hanno dedicato la loro intensa e non longeva vita agli altri, con fede e passione in Cristo. (Paola Colombo)

Don Lorenzo Milani

Nato in una famiglia fiorentina colta, benestante e atea, non volle seguire il cammino già tracciato per un rampollo di buona famiglia, fare l’università e avere una professione prestigiosa. Si fa invece prete. Presto la sua libertà di coscienza, è contro la disposizione di non esprimere voto contro la Chiesa, non piace all’apparato clericale (siamo negli anni ‘50) che lo trasferisce a Barbiana, un piccolo e poverissimo paese del Mugello, in provincia di Firenze. Lì fonda una scuola post elementare per i figli di contadini, un’esperienza pedagogica e didattica molto innovativa. Il suo Lettera a una professoressa (1967) e il suo approccio pedagogico ispirò la riforma scolastica degli anni successivi. Sulla scuola campeggiava la scritta: I care (mi sta a cuore, mi importa mi prendo cura). Tra le sue frasi incisive e taglienti c’è: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali fra diversi”. La sua sete di giustizia sociale, che trova fondamento e forza nel Vangelo, traspare anche nella Lettera dalla Montagna del 1952, sulla mancanza di accesso all’acqua dei contadini perché la fonte si trovava sul terreno di proprietà di un signore piccato. Questa lettera, come molto altro su don Milani, si trova sul sito della fondazione a lui dedicata donlorenzomilani.it.

Lo scorso febbraio è uscito un volume che raccoglie 140 lettere di don Milani, Lettere (a cura di Michele Gesualdi, San Paolo Edizioni) con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI. Ne riportiamo alcuni stralci. La prefazione è apparsi su avvenire.it:

“Papa Francesco a Barbiana il 20 giugno del 2017 ha reso con solennità e familiarità omaggio a don Lorenzo Milani, ‘che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce’. Non era e non è scontato. Riconosceva un testimone che era stato oggetto di tanta diffidenza e aiutava tutti a vedere, anche nel senso di comprendere il valore al di là di stereotipi e semplificazioni, la sua profondità umana e radicalità evangelica. Don Milani ha sempre suscitato forti discussioni, giudizi negativi, a volte irridenti, spesso non è stato compreso per il suo modo diretto, abrasivo, alla ricerca della verità, senza paludamenti ecclesiastici o salottieri, rigoroso fino alla fine verso sé stesso e verso gli altri. Non doveva “piacere” ma comunicare una passione. Non si adattava all’interlocutore, non “rispettava” secondo un ipocrita parametro individualista, ma rispettava i suoi ragazzi, la necessità di cambiare il mondo, il diritto di avere opportunità altrimenti negate, la difesa dei più poveri. E tutto questo iniziava chiamando le cose con il loro nome. Questo a qualcuno appariva ingiusto ed eccessivo. La professoressa destinataria della famosa Lettera avrà avuto le sue ragioni e giustificazioni. Molte non si saranno sentite capite da don Milani. In realtà la Lettera continua a farci male, ad aprire gli occhi, indicando con la chiarezza della verità e senza giustificazioni la scelta da compiere. Certo il destinatario non è solo la “professoressa” ma siamo tutti noi che ci dimentichiamo in tanti modi – eleganti o rozzi, intelligenti o ignoranti, muniti di tutte le istruzioni per l’uso e di statistiche per valutare i problemi o figli di slogan da bar che troppo spesso diventano programmi politici – di quelli che semplicemente non vediamo più, che diventano un numero, dei quali diciamo che “è colpa loro”, “abbiamo fatto il possibile”, “troverà la sua strada” o semplicemente non diciamo nulla. L’intransigenza assoluta di don Milani ci ripropone con la sua chiarezza i loro nomi e i loro diritti, per capire da che parte sta lui e dove quindi dobbiamo stare noi, senza sconti, come deve essere, senza aggiustamenti o equidistanze false e ingiuste. Sarebbe valida anche per noi l’ingiustizia di fare, magari con scrupolo e correttezza le parti della torta tutte uguali tra chi però non è uguale!(…)” (Matteo Zuppi).


Don Tonino Bello

Nato Alessano (Lecce), un paese agricolo in Puglia, viene ordinato sacerdote nel 1957, nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. Costruttore di pace e di dialogo, fu presidente dal 1985 del movimento Pax Christi; benché malato partecipò a una marcia della pace insieme ad altri volontari fino a Sarajevo, città sotto assedio dei serbi nella guerra dei Balcani (1992). Gli fu conferito, postumo, nel 1994, il Premio Nazionale Cultura della Pace. Nel 2007 fu avviato il processo di beatificazione, nel 2021 fu stato dichiarato venerabile da papa Francesco. È difficile riassumere in poche battute la ricca vicenda umana, l’instancabile impegno pastorale di “don Tonino, vescovo”, come si firmava. Il suo insegnamento spirituale traspare nei suoi numerosi scritti fra cui, Non c’è fedeltà senza rischio (San Paolo Edizioni, 2000), Alfabeto della vita, (Paoline Editoriale Libri, 2009).

Il teologo Bartolomeo Sorge scrisse dieci anni fa un lungo articolo sulla figura di don Tonino nella storia della Chiesa e del suo lascito. L’articolo, dal titolo La Chiesa del grembiuledi cui prendiamo alcuni stralci, si legge integralmente su www.settimananews.it:

“La personalità di don Tonino, infatti, e il suo instancabile servizio pastorale appaiono estremamente frammentati, intessuti da una serie impressionante di aspetti diversi, di iniziative, di episodi e di avvenimenti, piccoli e grandi, tutti intrecciati tra di loro. A tal punto che si può benissimo applicare a lui il giudizio che don Tonino stesso un giorno diede di mons. Achille Salvucci, il ‘vescovo buono’, suo predecessore: ‘la sua vita appare come un ‘cumulo di frammenti poveri, quasi tasselli di un mosaico, che la mano di Dio in parte scarta tra i rifiuti e in parte adopera per inserirli nel suo grande disegno’; e concludeva citando Dietrich Bonhoeffer: ‘Esistono frammenti che stanno bene solo nella spazzatura, e frammenti, invece, la cui importanza dura nei secoli, perché il loro compimento può essere soltanto affare divino’ (SMAB 6, 21)’.

In questi vent’anni (2013) sono stati messi in luce quasi tutti gli aspetti o ‘frammenti’ più significativi della vita di don Tonino: ‘Il sacerdote, il vescovo, il terziario francescano, il pacifista, il salentino, il molfettese, lo studioso mariano, il mistico, lo scrittore, il poeta, l’utopista, l’impegnato, l’eccentrico, e così via’ (Minervini 2004, 107). Perciò, anziché cercare di scoprire qualche altro aspetto della sua vita, è più utile approfondirne ulteriormente l’eredità spirituale. Infatti, la testimonianza evangelica di don Tonino è certamente il ‘frammento’ più prezioso della sua opera, destinato a durare per sempre, perché il compimento del Vangelo ‘può essere soltanto affare divino’. Ora, non c’è dubbio che l’eredità spirituale più attuale di don Tonino sia il discorso sulla ‘Chiesa del grembiule’. Ciò appare ancor più evidente alla luce di tre grandi eventi ecclesiali, la cui memoria cade proprio nel ventennale della sua morte. Il primo evento è antico: il 1.700° anniversario dell’Editto di Costantino (313 d.C.); il secondo è recente: il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962); il terzo è recentissimo: l’elezione di papa Francesco (13 marzo 2013). Sono eventi di natura molto diversa e molto distanti tra loro, ma che aiutano a ricostruire il vero volto della ‘Chiesa del grembiule’ sognato da don Tonino: quello di una Chiesa libera, povera e serva“.