Una chiesa + una sinagoga + una moschea = House of One

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Il progetto della House of One dello Studio Kuehn-Malvezzi. Foto: © Kuehn-Malvezzi/Davide Abbonacci

Nel cuore di Berlino nel luogo più antico, sulla Museuminsel fra la Potsdamerplatz e la Alexandreplatz, sorgeva la più antica chiesa della città, la Petrikirche del XIII secolo. Ora c’è un cantiere, chiuso, ancora. Lì sorgerà la House of One – Bet-und Lehrhaus, un edificio che conterrà quattro spazi, di cui una chiesa, una sinagoga, una moschea. Sbirciando fra le fessure della recinzione si vedono solo scavi, che hanno riportato alla luce colonne della Petrikirche. Lì sulle fondamenta di strati di chiese, sorgeranno gli edifici sacri delle tre religioni monoteistiche. Se tutto procede si comincerà a costruire in autunno. L’idea di House of One è nata 11 anni fa, dal basso, da tre comunità, una evangelica, una ebraica e una musulmana che hanno indetto il concorso di architettura per il progetto; in seguito è stata creata la fondazione per raccogliere i fondi necessari e lo scorso anno a maggio c’è stata la posa della prima pietra. Il preventivo di spesa si aggira sui 43,5 milioni di euro e la maggior parte di questi costi sono coperti. Il pastore evangelico Gregor Hohberg è uno dei tre iniziatori del progetto, insieme al rabbino Andreas Nachama e all’imam Osman Örs. Incontro il pastore Hohberg davanti alla centrale Marienkirche, la chiesa della sua comunità.

Il cantiere della Petriplatz dove sorgerà la House of One. Si vedono le colonne della Petrikirche demolita negli anni ’60. Foto: ©PCB

Pastore Hohberg perché non sono ancora partiti i lavori di costruzione visto che i soldi ci sono?

Ci sono diversi motivi. Abbiamo fatto la posa della prima pietra lo scorso anno appena completato il progetto, poi la pandemia ha rallentato i tempi. L’aumento dell’inflazione ha fatto lievitare le spese e dobbiamo raccogliere dei finanziamenti in più per coprirle. Manca ancora un 20%. Ma ci siamo quasi, occorre qualche passaggio burocratico per far arrivare i fondi e pensiamo che tra settembre e ottobre i lavori potranno cominciare.

Da quel che ho letto si può dire che House of One è un progetto già famoso nel mondo e imitato ancor prima di nascere?

Direi di sì. Alcune settimane fa sono stato a una conferenza interreligiosa a Doha, in Qatar, con oltre 500 guide spirituali presenti da tutto il mondo. Molti di loro conoscono il progetto della House of One e mi chiedevano se fosse già ultimata. Al mondo ci sono tre progetti-partner, simili, avviati, che sosteniamo come fondazione: la Haus des Friedens a Bangui nella Repubblica Centrafricana, dove si è appena concluso il concorso di architettura; la Peace Academy in Georgia a Tbilisi, dove hanno da poco inaugurato la sinagoga, mentre la chiesa e la moschea sono quasi ultimate; infine ad Haifa in Israele c’è un progetto che prevede tre giardini ispirati alle tre religioni monoteistiche. Da diversi paesi al mondo la gente si rivolge a noi per avere informazioni perché vorrebbero realizzare qualcosa di analogo alla House of One.

Il tema religione e convivenza di religioni è dirompente e lo dimostra l’interesse all’estero per House of One. Qui a Berlino, città largamente areligiosa, come è stato recepito il progetto?

Ogni settimana giungono alla fondazione House of One richieste da scuole, da comunità che vogliono conoscere il progetto o fare visite guidate al cantiere: il rabbino, l’imam o io oppure i diversi collaboratori della fondazione soddisfiamo le richieste. Come persone di diversa religione e cultura possano convivere bene insieme e qual è il contributo delle religioni alla convivenza sono temi che ci riguardano tutti e noi cerchiamo di rispondere a tutto questo. Il progetto è diventato così popolare che abbiamo sponsor anche a livello internazionale. Sei anni fa abbiamo dato vita alla fondazione della quale fanno parte la landeskirche evangelica, l’arcidiocesi cattolica, poi c’è una comunità ortodossa, il consiglio ebraico, associazioni musulmane, le istituzioni cittadine. I cerchi dei partner si allargano ma nel cuore ci siamo noi, le tre comunità che hanno dato vita al progetto, noi decidiamo perché altrimenti non riusciremmo a stare dietro a tutte le attese. Anche i contatti internazionali diventano sempre di più.

L’attenzione al progetto House of One si spiega forse perché il tema religione è scottante?

La forza dirompente della domanda sulla convivenza fra religioni si tocca da anni con mano anche perché viene ripetutamente sottolineato e amplificato dai media, ma questi sono i meccanismi dei media, che le religioni in grandi contesti svolgono un ruolo negativo.

Sta parlando dell’idea della religione come ideologia e anche come identità che va difesa?

Esattamente. Le religioni portano in sé il potenziale per una convivenza pacifica, e, forse perché collegate al mondo emotivo, possono andare nella direzione sbagliata, con esplosioni di violenza anche sostenute da guide spirituali, l’ultimo esempio in ordine di tempo lo vediamo con il patriarca di Mosca Kirill, che giustifica la guerra in Ucraina. Come cristiani si rimane allibiti e ci si domanda se il patriarca abbia mai letto la Bibbia. Questo c’è e c’è sempre stato e noi con House of One cerchiamo di dare un segnale contrario non soltanto all’interno della nostra religione ma anche di comunicarlo attraverso le religioni. Abbiamo questa possibilità, conformemente alle nostre sacre scritture, di andare verso l’altro. Non dobbiamo lasciare la nostra tradizione ma all’interno della tradizione abbiamo la possibilità di rivolgerci all’altro e agire insieme. È quanto cerchiamo di fare a tal punto che siamo in grado di costruire una casa comune. È un livello molto alto di fiducia reciproca e di apertura.

Gli iniziatori di House of One. Da sinistra il rabbino Andreas Nachama, l’imam Osman Örs e il pastore evangelico Gregor Hohberg. Foto ©House oh One/René Arnold

House of One prevede una chiesa evangelica. In Germania le chiese sorelle sono molto ecumeniche e collaborano spesso insieme. Qual è il ruolo della chiesa cattolica in questo progetto, oltre alla presenza dell’arcidiocesi nella fondazione?

C’è un legame stretto con la chiesa cattolica. Già per il concorso di architettura c’erano nella giuria rappresentanti della chiesa cattolica. Cattolici sono anche alcuni consulenti teologici del progetto, penso a Claus von Stosch e alla sua teologia comparativa. Nel consiglio della fondazione c’è un diacono, in quello di amministrazione c’è l’arcivescovo e c’è sempre coordinamento coi cattolici. Nello statuto della fondazione c’è un passo in cui ci diciamo consapevoli di essere delle piccole comunità che rappresentano un piccolo segmento della propria religione ma che la religione in sé è molto più variegata. Proprio per questo ci siamo assunti l’impegno andare attivamente verso gli altri, io verso i cattolici, gli ortodossi, i battisti, e invitarli, coinvolgerli, chiedere loro di che cosa hanno bisogno nella House of One affinché possano celebrare le loro liturgie e lo stesso vale per il rabbino e l’imam. Non possiamo pensare a una casa con centinaia di spazi per ogni culto ma cerchiamo almeno di costruire gli spazi in modo tale che tutti si sentano invitati.

In che modo, con quali segni e simboli fate in modo che le diverse realtà delle tre religioni monoteistiche si sentano invitate? Non c’è il rischio di un appiattimento anonimo?
Quello che non vogliamo in questo progetto è la definizione di un minimo comune denominatore per le tre religioni monoteistiche perché alla fine ne risulterebbe uno spazio anonimo, nudo, che non dice nulla. Lo abbiamo in altri esempi, nel Raum der Stille (Spazio del silenzio), una riduzione per dare uno spazio a tutti. Il nostro modello è contrario, abbiamo spazi separati, una moschea, una sinagoga, una chiesa, in modo che in questi luoghi ciascuno viva la pienezza della propria tradizione di fede. È una addizione non una riduzione. Certamente la chiesa è evangelica ma con il collega cattolico e ortodosso abbiamo discusso e ci saranno icone, la lampada eucaristica, elementi che permettono la celebrazione liturgica delle altre chiese.

L’idea è mantenere la propria identità ma anche riconoscere e rispettare l’identità dell’altro il che non significa abdicare alla propria?
Ci muoviamo in un gioco fra identità e apertura, abbiamo bisogno di entrambe per questo progetto di una chiara identità di fede, nella quale sentirsi a casa e al tempo stesso l’apertura a riconoscere che ci sono altre identità di fede da rispettare.

Il significato di questa casa è interessante anche per i non credenti, per gli atei?
A Berlino l’80% della popolazione non appartiene ufficialmente a nessuna religione e noi andiamo proprio a costruire in centro a Berlino. Per questo la House of One avrà un quarto spazio, il più grande ed è lo spazio di incontro fra le religioni ma è anche lo spazio in cui invitare gli atei, gli agnostici, ma anche induisti o buddhisti affinché siano parte di questo dialogo. Per noi è importante che questa apertura vada oltre le tre religioni monoteistiche. Ci sarà una piccola biblioteca, ma nient’altro, la House of One si concentra soprattutto su questi spazi sacrali.

House of One è interessante non solo come spazio per le religioni ma anche per il ruolo delle religioni nella società?

La chiesa deve riposizionarsi nella società, non solo quella cattolica ma anche quella evangelica e per questo il progetto di House of One ha i suoi vantaggi perché è un po’ al di fuori delle strutture. Come fondazione siamo una organizzazione autonoma, e con l’apertura verso altre religioni abbiamo le possibilità di provare, di imparare dalle altre religioni, abbiamo altre risorse per sviluppare la chiesa. Per questo la House of One rappresenta una grande opportunità che cattolici, evangelici e ortodossi dovrebbero usare come possibilità per esperimentare come sarà la chiesa del futuro. (pc)