Sant’Antonio, l’influencer di Dio

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Sant'Antonio, Il miracolo della mula
Sant'Antonio, Il miracolo della mula, dipinto di Girolamo Tessari 1515. Foto di Giorgio Deganello, Archivio Fotografico Messaggero di Sant'Antonio

I santi e il mondo di oggi – Nel linguaggio contemporaneo si sente parlare spesso di „influencer“: si tratta di quelle persone con forte presenza sui social media e dal seguito molto numeroso, riconosciuti come esperti – in un campo specifico – dalle comunità con cui interagiscono. L’elevato potenziale relazionale e la consolidata reputazione di cui godono, deriva dall’alto grado di interesse e conoscenza di un certo argomento che li contraddistingue, che avvalora la loro autorevolezza generando un’altissima fiducia nel loro seguito.

Marco Favilli

Due pilastri, quindi, garantiscono un buon influencer: la rilevanza dell’argomento che tratta, per cui è riconosciuto autorevole, e l’altissima fiducia che riesce a riscuotere, generando affiliazione. Per Sant’Antonio da Padova l’argomento era la vera fede e la fiducia in lui era, ed è, testimoniata da una moltitudine di credenti e di convertiti in tutto il mondo. Un suo confratello, minore francescano anch’egli, constatava che l’opera dello Spirito santo è sempre sorprendente perché „Francesco d’Assisi è basso di statura, non bello, non colto e, nonostante ciò, con le sue parole fa innamorare re, principi e sultani… tu Antonio sei bello d’aspetto, di nobile tradizione, alto, studioso della teologia ma con le tue parole fai innamorare tutti, per primi gli umili“. Siamo a cavallo del XII ed del XIII secolo ed ecco che Sant’Antonio, vero specchio dell’azione evangelica, salvifica e trascinatrice di Cristo, ci offre un magnifico esempio, ancora attuale, di vero e proprio „influencer“.

Frate agostiniano nel convento a Coimbra

Facciamo un passo indietro: per noi italiani, ed in gran parte del mondo, è Sant‘ Antonio da Padova, sua città d’adozione, ma in Portogallo è Sant‘ Antonio da Lisbona, la città dove nasce nel 1190. Il suo nome di battesimo era Fernando Martins de Bulhões, primo figlio di una famiglia di funzionari reali. Il palazzo nobiliare di famiglia si trovava di fianco alla chiesa di Maria Madre di Dio ed i suoi genitori “lì lo affidarono affinché apprendesse le lettere sacre e, come guidati da un presagio, incaricarono i sacri ministri dell’educazione del futuro araldo di Cristo”. Le sue notizie partono dai diciassette anni, quando scelse di entrare a far parte Canonici Regolari di Sant’Agostino, nel monastero di San Vincenzo di Fuori. Lì dimorò per circa due anni, testando quella scelta di vita, dedicata alla preghiera, allo studio e al ministero apostolico; mal sopportava però le continue visite degli amici, che disturbavano la sua scelta, ormai certa. Ottenne quindi di trasferirsi nel grande convento di Santa Cruz, a Coimbra, allora capitale del Portogallo: il nuovo ambiente religioso lo innamorava, una numerosa comunità ed un corso di studi minimo di otto anni. Quegli anni sono stati i più importanti per la formazione intellettuale e spirituale di Fernando, affidandosi sia a sapienti maestri, ma anche alla ricchissima biblioteca del convento; si dedicò completamente allo studio delle scienze umane, teologiche e bibliche, secondo il suo desiderio di diventare un dotto conoscitore della parola di Dio, preparandosi ad essere, come ebbe poi a definirlo Papa Gregorio IX, „arca del Testamento, peritissimo esegeta ed esimio teologo“. Venne ordinato sacerdote all’età circa 30 anni, secondo le norme ecclesiastiche dell’epoca, e visto il suo grande talento nella comprensione e nella predicazione delle Sacre Scritture, una buona carriera all’interno dell’Ordine Agostiniano lo attendeva: questo era quello che lui desiderava ma l’azione dello Spirito preparava per lui un piano diverso.

Un tragico evento lo porta a farsi francescano

Transitarono da Coimbra nel 1220, i confratelli di Francesco d’Assisi, Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto: erano i componenti di una spedizione missionaria diretta in Marocco, per convertire i musulmani dell’Africa. Quando i poveri resti dei cinque francescani, martirizzati con la decapitazione, furono riportati a Coimbra pochi mesi dopo, Fernando fu scosso, d’un tratto il suo carisma di predicatore aveva perduto valore a confronto con la missione evangelizzatrice di quei frati, compiuta nell’estrema umiltà fino all’offerta estrema della propria vita. Volle a tutti i costi entrare a far parte dell’ordine francescano; nel settembre 1220, don Fernando lasciò la veste bianca agostiniana per rivestirsi della grezza tunica francescana. A suggellare questa scelta di completo cambiamento mutò il suo nome di battesimo in „Antonio“, dal nome del romitorio di Santo Antonio de Olivares, dove avevano soggiornato i francescani martirizzati. L’erudizione di „Antonio“ si mostra anche in questo visto che l’etimologia – etrusca e poi latina – conserva lo stesso significato del normanno Fernando: „coraggioso, che combatte per la pace“, precursore del suo destino.

Antonio e Francesco d’Assisi

Volle subito partire alla volta del Marocco ma lì contrasse, poco dopo il suo arrivo, una malattia endemica, probabilmente la malaria, vedendosi costretto ad imbarcarsi per ritornare in patria. A causa di una tempesta, la nave sulla quale viaggiava venne trascinata sulle coste della Sicilia; i naufraghi furono ricoverati nei pressi di Milazzo e, nel locale convento, Antonio apprese che Francesco aveva convocato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale, da celebrarsi in Assisi, dal 30 maggio all’8 giugno del 1221. Partì dunque a piedi risalendo la penisola, impaziente di conoscere il fondatore del suo ordine, di sentirlo parlare: rimase per i nove giorni dell’adunanza immerso nell’osservazione e nella riflessione; era uno fra i tanti ma questo atteggiamento fu notato da fra‘ Graziano da Bagnacavallo, ministro provinciale della Romagna, il quale apprendendo che Antonio aveva già ricevuto l’ordinazione sacerdotale, gli chiese di seguirlo, destinandolo alla comunità dell’eremo di Montepaolo. Lì potè sviluppare appieno la consapevolezza della sua missione tra preghiera, meditazione, lavoro e umili servizi.

Il predicatore che sapeva parlare a tutti

Nel settembre 1222, si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani, era tradizione che venisse rivolta ai candidati e al popolo presente un’esortazione prima di entrare nella cattedrale al cospetto del vescovo, ma nessuno accettò di predicare: la Romagna era in quel periodo una regione funestata da guerriglie civili e faide familiari; anche sul piano religioso le sette e delle eresie turbavano gli animi, prima fra tutte, quella dei Catari. Nessuno voleva esporsi temendo per la propria vita o temendo l’imbarazzo di qualche contraddittorio. Frate Antonio accettò l’incarico, ebbe l’occasione di rivelare la sua profonda cultura biblica e la sua robusta dottrina teologica, con la semplicità dei modi nella sua nuova spiritualità. I risultati della esortazione furono immediati: commozione, esultanza, stupore e ammirazione che pervasero l’intero uditorio, generando un clima di grande gioia nel Signore nel quale si svolse la sacra ordinazione. Antonio intraprese con vigore la nuova missione di predicatore: parlava con la gente, si faceva carico delle loro esistenze umili e tormentate, sconfiggeva in loro gli assalti dell’eresia con catechesi chiarissime e, con lo stesso mezzo, portava la pace nelle dispute fratricide. Insegnava la scienza sacra ai confratelli, attendeva alle confessioni, per poi affrontare personalmente o in pubblico i criminali o i sostenitori di eresie. Lo stesso Francesco d’Assisi, venendo a conoscenza di tale fenomeno di grazia, gli scrisse: „Approvo che tu insegni sacra teologia ai fratelli, purché in questo studio tu non spenga lo spirito di orazione e devozione, come è stabilito nella Regola“.

Il miracolo dell’asina

I miracoli di Antonio sono numerosissimi ma tra tutti è interessante ricordare cosa accadde a Rimini nel 1223: venne inviato in città a contrastare l’eresia, predicava nella piazze con tale impeto e tale chiarezza sostenendo che „anche un mulo può comprendere la presenza di Dio in tutte le cose, prima tra tutte l’Eucarestia“, quando un eretico di nome Bonvillo lo sentì nella piazza del mercato e lo sfidò: «Frate! Te lo dico davanti a tutti: crederò nell’Eucaristia se la mia mula, che terrò digiuna per tre giorni, mangerà l’Ostia che gli offrirai tu piuttosto che la biada che gli darò io». Antonio accettò e nel giorno convenuto, dopo aver celebrato la Messa, porto l’ostia consacrata nella piazza e, giunto davanti alla mula, disse: «In virtù e in nome del Creatore, che io, per quanto ne sia indegno, tengo veramente tra le mani, ti dico… e ti ordino di avvicinarti prontamente con umiltà e di prestargli la dovuta venerazione». La mula, lasciando da parte il fieno che non vedeva da tre giorni, si avvicinò e, tra lo stupore e la commozione dei presenti, si inginocchiò. Bonvillo non potè far altro che convertirsi. La vita di Antonio fu sempre dedicata alla proclamazione delle verità, allo sradicamento del male ed alla denuncia dello scandalo, per mano della fede e della conoscenza, e con la forza dell’esempio e dell’umiltà.

Quanto abbiamo bisogno che gli „influencer“ dei nostri tempi siano così, veramente eruditi ed esperti, veramente animati dalla fiamma della verità, nemici  giurati dello scandalo e della mistificazione, del „fake news“, portatori di vera unità e non di buonismo. Sant’Antonio continua a ricordarci ogni giorno questo con i suoi Sermones e le sue testimonianze, con i suoi miracoli, antichi „post dai milioni di Like“.

Foto: Sant’Antonio e il miracolo della mula, Girolamo Tessari 1515, © Fototeca MSA