Salvatore Loiero: “Chiamati alla missione: la Chiesa in discernimento tra servizio e rinnovamento”.

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Alberi che simboleggiano le beatitudini e il loro fiorire. Dal Liber_Floridus-Gand (1120). Dominio publico. commons.wikimedia.org

„Ospitalità come stile pastorale vuol dire quindi interrompere modelli consolidati di relazioni rigide fra ospitanti e ospiti“. (S. Loiero)

Pubblichiamo la relazione che Salvatore Loiero, professore di Teologia pastorale all’università Paris-Lodron di Salisburgo, ha tenuto al Convegno Nazionale MCCI Germania „Comunità in cammino: il futuro delle missioni italiane tra fede e corresponsabilità“ (Neustadt an de Weinstrasse 24-26 novembre 2025). La trascrizione del testo orale e la redazione, riveduta dal prof. Loiero è a cura di Paola Colombo.

  • Che cosa significa essere chiesa missionaria nel segno del battesimo e dell’eucarestia
  • la prassi delle beatitudini nel qui e adesso
  • non ci sono comunità di seconda classe
  • lo spazio intermedio dell’ospitalità: oltre la logica di relazione fra gruppi maggioritari e minoritari
  • la tripla vocazione e il quinto vangelo
  • le comunità come biotopi che fanno fiorire la vita e la fede

“Chiamati alla missione: la Chiesa in discernimento tra servizio e rinnovamento”.

  • di Salvatore Loiero

Che chiesa vogliamo essere? Per me chiesa vuol dire chiesa aperta, e quindi non una chiesa locale solo per i migranti o solo per i tedeschi. Chiesa è chiesa e una chiesa locale deve includere tutte le comunità presenti.

Cominciamo con tre diversi atteggiamenti sul significato di essere o diventare chiesa.

Il teologo pastoralista Salvatore Loiero ©Privat

Il primo atteggiamento è quello di una chiesa come fortezza di relazioni sacrosante. Il problema è con una chiesa così avremo sempre linee di demarcazione – linee di demarcazione tra uno spazio puro e sacro (la chiesa) e uno spazio impuro e malvagio (il mondo), tra “sopra” e “sotto”, fra laici e clero, fra migranti/stranieri e non migranti/gente del posto. Questo stile è ancora presente in alcuni credenti e clerici. Con una immagine possiamo dire di avere la chiesa sacrosanta sopra la montagna, che sembra una fortezza. E dentro questa fortezza tutti si sentono come un’élite sacra, tutti uniti, santi, apostolici –  proprio come suggerisce una lettura ideologica del Salmo 84,5 “Beato chi abita nella tua casa”. E tutti quelli che sono fuori da questa fortezza sono non credenti, sono persi in modo distorto.
Con questo atteggiamento di chiesa la formazione del personale e i livelli di relazione fra le persone sono regolati in una gerarchia fissa e intoccabile: sappiamo chi è il primo, il secondo, il terzo. Al terzo non è permesso fare niente senza il permesso del secondo, al secondo non è permesso fare niente senza il permesso del primo. È una relazione di pura dipendenza, una forma chiusa e all’interno di essa sappiamo ciò che è giusto e ciò che è falso; ciò che sta fuori non interessa. Questa mentalità da fortezza è un atteggiamento che si trova anche in altri contesti, sociali e politici, non solo nella chiesa.

Il secondo atteggiamento è quello di una chiesa aperta per tutti, una chiesa che ci fa sentire come una famiglia, in cui siamo tutti fratelli e sorelle. Sembra il contrario del precedente ma ripresenta il problema della gerarchia in un altro modo: in una chiesa come famiglia abbiamo un “babbo presbiterale”, anche il personale pastorale si comporta come in un modo analogo proponendo quello che secondo loro è e deve essere chiesa. E proprio come il personale retribuito, anche i volontari si comportano così organizzando le attività pastorali secondo il principio: l’église c’est moi (la chiesa sono io).

Il problema di questo atteggiamento di vedere la Chiesa come famiglia è che tutti quelli che non fanno parte della famiglia rimangono fuori, secondo il motto: il sangue non è acqua.

Il terzo atteggiamento, condiviso oggi da molte prospettive, riconosce che una pastorale capace di futuro è quella che si fonda sull’essere chiesa radicata nel battesimo. Ciò si traduce in una chiesa che sa vedere che ognuno di noi ha un carisma, che ognuno di noi è importante per ciò che è chiesa e come può diventare chiesa. Certo, non si sa ancora come si forma questa chiesa in movimento ma ciascuno porta questo potenziale dentro di sé – un potenziale di  un umanesimo riletto sul vangelo.

(Questi tre atteggiamenti riguardano anche la relazione delle comunità fra di loro, per esempio quella fra comunità territoriale e di altra lingua e riti. N.d.r.)

Oltre alla decisione su quale atteggiamento vogliamo essere e diventare chiesa c’è un’altra sfida: vogliamo essere e diventare chiesa sulla premessa di diaspora o sulla premessa di esilio oppure una chiesa missionaria? È una questione che troviamo in tutte le comunità di altra madrelingua. E purtroppo ci sono ancora diverse persone che pensano che la pastorale debba essere basata sulla premessa di diaspora ed esilio. A quali conseguenze portano queste due premesse?

La premessa di diaspora ed esilio. Se vogliamo essere e diventare chiesa sulla premessa di diaspora o esilio la chiesa (locale) si forma in un contesto di “patria perduta”. Questo, ad esempio, era il sentimento di mio padre: la Calabria era la patria perduta e l’esilio era la Germania. E così viveva sempre con il desiderio di ritornare. La realtà è che, sotto la premessa di diaspora ed esilio si vive sempre nel senso di un desiderio permanente. E una pastorale così impostata è problematica perché la cura pastorale, la vita di fede comunitaria e individuale vengono determinate consciamente o inconsciamente dal linguaggio di una chiesa come rifugio subculturale, custodia di una tradizione culturale che non esiste più. Ci sono molte persone che vogliono avere una parrocchia di lingua italiana che deve essere solo questo. Perché una chiesa (e anche una società) che si riduce a un rifugio di “retrotopie non morte” (Zygmunt Bauman, utopie che idealizzano il passato) prima o poi distrugge se stessa e gli altri.

La premessa di essere e diventare chiesa missionaria. Ogni volta che mi avvicino al tema della verità, comincio con sant’Agostino. Perché con sant’Agostino si può imparare che non siamo noi a possedere la verità dopo averla cercata ma è la verità che ci cerca e ci possiede. La verità è più grande di noi, nessuno ha la piena verità, nessun cristiano, nessun fedele, nessuna comunità. Sotto la premessa missionaria possiamo traferire la stessa relazione al vangelo: non siamo noi a possedere il vangelo dopo averlo cercato ma è il vangelo che ci cerca e ci possiede. È proprio questa comprensione del possesso del Vangelo che mi sembra importante se vogliamo essere una chiesa missionaria, nel suo significato aperto e non chiuso che intende la chiesa come fortezza della verità.

Dobbiamo anche sempre tener presente che il vangelo non è un libro paragonabile al Corano o alla Torah. Noi abbiamo un vangelo vivente perché è una persona, una persona vivente: Gesù Cristo. Certo, la Bibbia è “santa” per noi perché è e rimane la fonte originaria e autorevole della relazione tra Dio/Gesù Cristo e noi esseri umani. Ma il vangelo del vivente Gesù Cristo è sempre più grande di un libro. E così non c’è nessuno che può possedere mai completamente Dio/Gesù Cristo.

In questo senso il vangelo può essere presente anche dove noi non lo vediamo. Questo è un punto cruciale quando se vogliamo diventare una chiesa missionaria. E in questo senso una prassi alla luce del vangelo vuol dire che per prima cosa non è importante comunicare la verità di fede. Faccio un esempio: ci sono qualche clerico e fedeli che dicono di volere la comunità nella verità, ma secondo la verità che credono loro e non quella che vive in Gesù Cristo. Allora invece di comunicare una verità di fede sarà più importante realizzare una prassi di fede in cui le prospettive e le opzioni del vangelo si manifestano in maniera significativa come vere. Allora la prassi del Vangelo nello stile di Gesù è importante, una prassi che dimostra che è vero o non è vero, perché, per dirla con parole del filosofo Theodor Adorno, non si cerca e vive una vita vera in una falsa. Sappiamo bene cosa vuol dire una tale pratica quando immaginiamo due persone che si amano: Quello che conta è lo stile e la prassi delle persone che si amano, non qualche verità astratta sull’amore.

Una bussola per orientarci ad avere un atteggiamento missionario sono le beatitudini. Le beatitudini hanno la qualità teologica del “qui e adesso”. A tutti coloro che vivono spontaneamente ciò che le beatitudini intendono vale l’affermazione die Gesù: «Saranno chiamati figli di Dio … vedranno Dio …». (cf. Mt 5,8-9). È Dio stesso che li genera come figli e figlie che realizzano nella loro prassi di vita ciò che intendono le beatitudini: questa comprensione è il nucleo di una pastorale e di una Chiesa missionaria. Pensare a una chiesa missionaria vuol dire allora andare a guardare dove sono le persone delle beatitudini che già vivono con noi e in mezzo a noi quello che intende il vangelo. Ma significa anche che persone delle beatitudini non si trovano solo nelle nostre comunità e nella nostra società. Persone delle beatitudini sono genuine portatrici della presenza di Dio, di Cristo. È una presenza che prende vita nelle relazioni umane nel “qui e adesso” delle beatitudini, anche nelle persone che non credono in Dio, in Gesù e nel vangelo. Vedere, trovare le persone delle beatitudini è la disposizione che troviamo nella prassi di Gesù con le persone che lui incontrava.

Questi aspetti si trovano nel pensiero di Philipp Bacq, teologo neotestamentario, e in Christoph Theobald, teologo sistematico, che hanno insegnato a Parigi e che hanno ricercato come potesse essere un atteggiamento pastorale in un ambiente secolare e secolarizzato la Francia. Entrambi gesuiti hanno sviluppato una teologia missionaria nello stile di una pastorale d’engendrement, uno stile pastorale che genera vita e fede, nel senso di creare vita e fede.

Se dunque vogliamo vivere una comunicazione missionaria della fede, dobbiamo rivelare la forza del vangelo, capace di creare identità, non imporlo o proporlo.

Che cosa si intende quando si dice “capace di creare identità”? Se facciamo un incontro con il vangelo è importante che le persone portino la loro identità, non tanto imporre loro di conoscere e memorizzare frasi di catechismo, ma di trovare il senso identità-generante del Vangelo per se stessi e per il mondo in cui vivono. Secondo Bacq e Theobald per una chiesa missionaria è quindi importante agire come agiva Gesù e imparare da lui, riconoscendo l’azione di Dio in ogni persona. È un punto cruciale credere che in ogni persona Dio è già in azione, e non quando noi permettiamo che lo sia. In questo senso, agire in modo missionario nello stile di Gesù vuol dire quindi cercare uno stile pastorale che non fissato nel reclutare le persone come discepoli e discepole. Questo atteggiamento pastorale devono impararlo tutte le parrocchie, sia le comunità italiane sia quelle tedesche: non è importante quante persone ci sono in Chiesa (una pastorale nello stile di “Zählsorge”) ma quanto le persone che sono in contatto con noi incontrino il vangelo, trovino la loro vita nel vangelo (una pastorale nello stile di “Seelsorge”).
Un atteggiamento pastorale come stile pastorale di Gesù non è altro che servire il desiderio delle persone di trovare la propria identità e autenticità nella loro vita, nel loro adesso e ora: una pastorale quindi che cerca di incontrare le persone come sono loro non come noi vogliamo che loro siano.

Certamente tutto questo è molto difficile da realizzare e richiede sempre un coraggio – ma chi, se non noi, può farlo?

Quindi, quali sono le conseguenze di tutto ciò per la cura pastorale ora?

Sono certo che le comunità di lingua italiana e le altre comunità linguistiche possono essere spazi e luoghi speciali, spazi e luoghi cruciali per una chiesa missionaria, perché in esse la cura pastorale nello stile della pastorale di Gesù può manifestarsi davvero come spazio, luogo, ambito di una pastorale inclusiva, detta anche pastorale partecipativa, in cui lo stile è l’ospitalità.
L’ospitalità come stile pastorale significa con Christoph Theobald che l’ospitante e l’ospite sono entrambi donatori e riceventi perché nell’atto dell’ospitalità essi si scambiano costantemente i loro ruoli. Questo può essere compreso in senso figurato quando, come durante un banchetto, l’ospite e l’ospitante siedono a tavola e condividono non solo il cibo, ma anche la loro vita attraverso la loro conversazione. Durante l’atto dell’ospitalità non si vede più chi è l’ospite e chi è l’ospitante. I ruoli si scambiano costantemente. In questo senso l’atto dell’ospitalità diventa uno spazio intermedio che trasforma tutti coloro che sono coinvolti (questo si intende come Begegnungsräume nel testo sulla comunione interculturale).

E quando si esce da questo spazio di ospitalità vissuta, da questo spazio intermedio, entrambi ci si sente cambiati in modo permanente, nessuno si sente più esclusivamente come ospitante o come ospite. Grazie a questa esperienza di ospitalità, il loro rapporto cambia in modo significativo nel presente e nel futuro, perché tornano nei loro spazi propri trasformati e quindi trasformano anche questi. Ora la situazione per la maggior parte delle comunità di altre lingue e riti è ancora così che le comunità tedesche si comportano come gli ospitanti e gli ospiti siete voi – ad esempio, tanti di voi devono ancora chiedere se possono avere dei locali o quale orario viene loro assegnato per le liturgie, invece di poterlo decidere da soli. In talune comunità la situazione è cambiata e si è invertita: voi siete ospitanti e i tedeschi sono gli ospiti. Questa dinamica dell’ospitalità va compresa per poi procedere a tappe per superare la logica di gruppi maggioritari e minoritari.

Ospitalità come stile pastorale vuol dire quindi interrompere modelli consolidati di relazioni rigide fra ospitanti e ospiti. La realtà è già così in molte diocesi in Germania e molti vescovi lo vedono bene, ma dove viene riconosciuto che anche voi siete persone che pagano le tasse di culto, che anche voi pregate per il vescovo come vostro vescovo locale nelle vostre celebrazioni eucaristiche, quindi senza essere trattati come una comunità di seconda classe? Dove siete rappresentati in posizioni di responsabilità nelle curie episcopali. Quanti fanno parte del Synodaler Weg? Quanti nella Commissione Sinodale?

L’atto di scambio dei ruoli basato sull’ospitalità trasforma gli spazi finora chiaramente definiti come propri in uno spazio intermedio: è una questione che abbiamo a tutti i livelli quando si vuole costruire una società interculturale. Nell’atto dello spazio intermedio si modifica la realtà o le realtà, e lo stile di vita e di fede delle persone coinvolte. Questo è un punto importante, perché non si tratta di un incontro multiculturale, dove ci troviamo facciamo la pizza, gli spagnoli fanno le tapas, gli indiani fanno un curry, insieme mangiamo e poi si va a casa, senza che ci sia uno scambio che cambia l’atteggiamento.

Con gli spazi intermedi invece si possono cambiare veramente gli atteggiamenti in modo interculturale. La mia speranza è soprattutto nei giovani, forza e risorsa per una chiesa che non si divida più in una maggioranza e in una chiesa di minoranza ma voglia essere e diventare chiesa interculturale.

In questo senso una pastorale dell’ospitalità è una pastorale inclusiva. Per me è importante la distinzione tra inclusione e inculturazione. Inclusione non vuol dire inculturazione. Inculturazione implica sempre che c’è una cultura prima e le altre culture si devono inculturare nella prima. Una pastorale inclusiva è una pastorale che vive della e in diversità, e questo significa innanzitutto lasciare uno com’è, senza che questi si senta costretto a mettersi sotto una cultura di maggioranza.

La pastorale inclusiva è il contrario di un atteggiamento di esclusione. La logica dell’esclusione la troviamo oggi anche nella politica dove i gruppi si chiudono e all’interno del gruppo, unito, si dice “tu sei uno di noi e tu no”. In politica è un atteggiamento che troviamo in Germania, Austria, Italia, in tutta Europa e anche negli Stati Uniti, in tutti i partiti di estrema destra e di estrema sinistra. Questo rende tanto più necessaria una pastorale inclusiva. Perché penso che lo stile di una pastorale inclusiva sia uno spazio proprio della chiesa locale che si fa capace di creare una realtà e un movimento di convivenza plurale e relazionale, ovvero una cattolicità senza mentalità maggioritaria e minoritaria. Questo è il futuro per una chiesa locale che non ha più la differenza fra una comunità in lingua tedesca e una italiana (o altra lingua) che deve essere ospite nelle chiese e nelle case parrocchiali. Tutte le comunità hanno uno status identico. Questa uguaglianza si trova nel testo dei vescovi tedeschi Auf dem Weg zu einer interkulturellen Communio ma non è ancora nel cuore né di tutti i vescovi né nel personale pastorale.

Vedo il futuro delle chiese locali in una pastorale inclusiva, perché una pastorale inclusiva si sente libera da una cura pastorale intenta a reclutare persone perché, come si diceva prima, non è importante la Zählsorge ma la Seelsorge e non si mette sotto pressione per ottenere grandi risultati e va contro l’opinione secondo la quale solo la quantità di persone raggiunte significa che si sta facendo una buona cura pastorale. È così: una buona predica è una buona predica se è preparata con cura, indipendentemente dal fatto che sia indirizzata a cinque, dieci, cento o mille persone. Se il lavoro è fatto col cuore, questo vale.

Una pastorale inclusiva si sente libera da una strategia pastorale basata sull’elemosina, dove tutte le persone sono trattate in maniera infantile e in modo condiscendente, dove p.e. è la comunità tedesca a dare a quella di lingua ciò che quest’ultima chiede.

Una pastorale inclusiva si sente libera anche da ogni dominio arbitrario e da un atteggiamento che concepisce l’integrazione come inculturazione ossia sottomissione di una cultura minoritaria a una cultura maggioritaria. Per me questo è molto importante perché la Chiesa può essere segno di una nuova comunità in un contesto sociale che le persone non vivono più.

Una pastorale inclusiva si sente libera di reclamare e realizzare equità di risorse e responsabilità, come dice sempre Zygmunt Bauman, di tutti coloro che formano la chiesa locale. Nessuna comunità è di seconda classe. La partecipazione deve sempre essere a livello paritario (auf Augenhöhe), non che voi potete prendere parte quando lo dico io.

Una pastorale inclusiva si sente anche orientata verso la struttura fondamentale della relazione Dio e uomo, sempre riletta attraverso il prisma cristologico, che vuol dire che Dio vuole essere conosciuto sempre come auto-arricchimento per l’uomo. Quando si viene in contatto con Dio si ha l’esperienza di un auto-arricchimento permanente, come tutte le persone che hanno avuto contatto con Gesù. Questo auto-arricchimento non deve essere reso impossibile da ostacoli pastorali e da obiettivi di identità che non possono mai essere raggiunti da una persona. Se mettiamo l’asticella in alto e abbiamo la volontà di portare le persone a questo livello, tutte sono indegne di Dio. Ma ogni persona è già degna di Dio.

Questo auto-arricchimento deve essere reso possibile attraverso una risonanza pastorale del qui e adesso delle beatitudini che aiuta a realizzare un linguaggio di pratica di fede che può far risuonare la tripla vocazione di ogni persona sotto gli occhi di Dio.

Che cos’è la tripla vocazione? La tripla vocazione è stata formulata una volta da un collega di Innsbruck, Hermann Stenger, e vuol dire che ognuno è chiamato da Dio nella vita in un modo unico: questa è la prima vocazione di ogni essere umano. Noi siamo nati prima di tutto come esseri umani non come cristiani. Quindi, ogni persona è chiamata a seguire la propria vocazione di fede e a testimoniare la propria fede e è invitato a testimoniare la fede in modo unico. E così, ognuno ha un carisma e un compito da esplicare nella sua vita come parte del quinto vangelo. Questo è un punto fondamentale per una chiesa che si senta missionaria, discepola di Gesù e non di una Chiesa del Novecento, dell’Ottocento…

La tripla vocazione ci indica come vogliamo essere e diventare chiesa, basata sul battesimo come obiettivo pastorale e nella grandezza dell’essere umano in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio (che si realizza in modo irrevocabile nel ministero del battesimo).

Secondo Eugen Drewermann una persona che viene al mondo non dovrebbe mai sentirsi il prodotto dei suoi genitori, il prodotto del suo ambiente, il prodotto di attese strane. Essa deve avere un proprio io, dovrebbe essere una persona la cui fronte tocca il cielo e il cui cuore è libero per Dio, così dovrebbe vivere. E il suo nome deve ottenere spazio della santità perché a lei (persona) vanno tutte le previsioni, tutte le promesse e tutta la salvezza del mondo. Questa è una citazione da Drewermann, peccato che lui abbia lasciato la Chiesa.

Il secondo pilastro per essere e diventare chiesa missionaria è l’eucarestia come obiettivo pastorale. Questo significa che la chiesa si trova nel senso della vita umana e cristiana come vita pro-esistente che si realizza e aggiorna nel mistero dell’eucarestia. Secondo Karl Lehmann la liturgia e soprattutto l’eucarestia sono uno dei pochi e forse uno degli ultimi rifugi in cui le persone potranno sapere che cosa vuol dire personalità, coscienza, libertà e il valore di tutto quello che non sia fornire risultati, prestazioni, profitto e funzionamento efficiente. Questa è una citazione da Lehmann. È un peccato che, riguardo al problema degli abusi, il cardinale Lehmann non sia riuscito a soddisfare pienamente questa esigenza teologica, perché le vittime di abusi nella sua diocesi non hanno potuto esperire la Chiesa come quel luogo, come indica la sua interpretazione della liturgia…

Battesimo ed eucarestia, la dimensione della grandezza dell’essere umano e la dimensione pro-esistente sono due punti cruciali, sono le due pilastri per una chiesa che si sente e si vuol sviluppare come chiesa missionaria.

Tradotto per le comunità di lingua italiana e di altre lingue e riti ciò significa che non possono ridursi a essere rifugi subculturali e custodi di una tradizione culturale che non esiste più, ma possono essere luoghi di apprendimento di una pastorale inclusiva, spazi e luoghi di una ospitalità missionaria che cambia l’habitus della chiesa locale come comunità in comunità e di comunità. Potete essere un segno per la chiesa locale anche se la chiesa locale non lo vuole. Potete essere luogo e spazio di formazione di una chiesa che riconosce in ciascun individuo un arricchimento essenziale della comunità, che realizza la partecipazione nel senso di essere parte (Teilhabe) e prendere parte (Teilnahme). Dobbiamo avere sempre in mente che partecipazione vuol dire essere parte e prendere parte.

Molto spesso ci concentriamo solo sul primo aspetto, cioè che la partecipazione significa coinvolgere le persone in qualcosa. Ma in un momento molto più fondamentale per capire la partecipazione, essa significa che prima bisogna capire chi fa parte del tutto. Essere parte, invece, vuol dire che il tutto non può esistere senza i singoli che lo compongono, che ognuno è importante per il tutto, che se manca uno solo, manca qualcosa di essenziale. Se si parla di partecipazione senza tenere conto di questo aspetto, la partecipazione rischia di diventare un atto arbitrario dove alcune persone o gruppi si arrogano il diritto di decidere chi può partecipare o meno, chi può essere contento di poter partecipare e chi invece deve accettare che la sua partecipazione sia limitata.

Sono molto favorevole a questa differenza tra essere parte e prendere parte, perché senza questa differenza molti problemi nella Chiesa universale non possono essere risolti nel modo in cui potrebbero essere risolti.

Prendiamo ad esempio il ruolo delle donne nella Chiesa, soprattutto l’apertura del diaconato permanente a donne e uomini. Chi argomenta pensando solo alla possibilità di prendere parte, potrà sempre dire che le donne nella Chiesa hanno comunque tante opportunità di partecipare. Ma chi riflette su questa questione alla luce del principio di essere parte, si renderà subito conto che per le donne non cambierà nulla finché tutti i livelli dell’essere Chiesa non saranno analizzati alla luce del principio di essere parte, compreso l’accesso delle donne al diaconato permanente. Dal punto teologico, siamo arrivati al punto in cui non ci sono più ragioni valide per non far partecipare le donne al diaconato permanente, dato che questa questione non può essere risolta in modo storico, ma teologico. Anche il diritto canonico (cc. 1008 e 1009 CIC1983), modificato da papa Benedetto per quanto riguarda il rapporto dei diaconi rispetto al sacerdozio e al vescovato, rende possibile non solo concepire, ma anche realizzare il diaconato permanete per le donne come una reale possibilità. Tuttavia, devo concludere qui, consapevole che questa discussione deve essere approfondita ancora di più. Ma se la chiesa non trova un cambiamento in questa domanda cruciale non diventerà mai una chiesa inclusiva. Quindi, se siamo consapevoli di che cosa vuol dire veramente essere parte, possiamo anche mettere in pratica il principio prendere parte, che significa poi creare processi di apprendimento per sondare, in modo non autoritario, che cosa motivi tutti a essere o voler diventare chiesa. Vuol dire che si può scoprire, progettare, accordare, creare, realizzare in comune la visione e la realtà di una chiesa inclusiva. A questo punto comincia per me il carattere sinodale della chiesa.

In un processo sinodale la questione non è chi può venire insieme a noi, ma chi è chiesa, chi prende parte della chiesa e che è dunque molto importante: così si cambia la Chiesa. Essere sinodali non significa dire: vi ascolto, ma poi me ne vado e chi vuole può seguirmi o no. Essere sinodali significa soprattutto vivere gli spazi intermedi dell’ascolto in modo tale che, secondo il principio del prendere parte, tutti quelli che ne fanno parte diventino importanti per la mia vita futura, diventino parte del mio percorso di fede e di vita e io debba fare attenzione a percorrere insieme questo cammino sinodale e anche a lasciarmi guidare, magari verso un dove non avrei mai pensato di andare.

In questo punto è importante che la chiesa viva una partecipazione che si dia sempre voce anche a coloro che non hanno o non ricevono voce. È questo che si chiama advocacy profetica della chiesa: noi dobbiamo essere nelle nostre comunità e società la voce per coloro che sono i “figliastri” del prendere parte. E così ci ritroviamo di nuovo nelle vostre esperienze: Quante volte le chiese locale in Germania hanno parlato di voi ma senza di voi, le curie diocesani hanno deciso su di voi, ma non con voi. Certo, questo sta cominciando ora a cambiare. E questo è davvero un importante passo in avanti, perché essere e diventare chiesa missionaria significa quindi che nessuno può essere inascoltato.

Allora la chiesa in discernimento fra servizio e rinnovamento ha il dovere di generare sempre luoghi e percorsi di apprendimento partecipativi in grado di fondere orizzonti e vita, come dice Zygmunt Bauman.

Quali sono allora le opportunità e le sfide? Le comunità di lingua italiana e di altre lingue e riti possono essere e diventare segno, realtà di una chiesa che non si considera gruppo di élite di coloro che possono “permettersi” Dio. Questo è un aspetto presente in molte parrocchie, indipendentemente dalla lingua che si parla. Sono parrocchie che dimenticano coloro che, per motivi personali o economici, non possono vivere una vita serena e borghese.

Le comunità di lingua italiana (e di altre lingue) possono essere/diventare segno/realtà di una Chiesa che non sviluppa una pastorale come un one-man-show ma che realizza uno stile pastorale che fa creare gruppi o comunità con uno scambio franco di opinioni ed esperienze, gruppi o comunità come biotopi e non milieu (dove tutti condividono orientamenti simili).

Perché scelgo l’immagine dei biotopi? Il biotopo lascia creare senza ostacoli. E così una comunità come biotopi può realizzare una condivisione di fede e vita in cui il campo di forza è il vangelo. Il vangelo è una forza che esiste ed è più grande di quanto la chiesa possa davvero contenere. Ma la chiesa è necessaria per annunciarlo in modo di scoprire la sua realtà nel mondo, nella vita delle persone nello stile pastorale di Gesù. E questo stile pastorale è quello che lascia ai diversi biotopi, alle persone coinvolte la libertà e la possibilità di creare, di generare fede e vita senza ostacoli – perché ha fiducia nello Spirito santo nel modo in cui esso aiuta tutte le persone coinvolte a trovare insieme il loro equilibrio di essere una chiesa inclusiva, partecipativa e sinodale.

Una chiesa da biotopi di fede e vita o una chiesa come rete di biotopi di fede e vita consente diverse iniziative della condivisione di responsabilità, di leadership e di competenze del team, dell’abilità di squadra.

Infine, la sfida cruciale di una chiesa missionaria e in discernimento fra servizio e rinnovamento è quello che all’inizio abbiamo definito come il terzo atteggiamento: diventare una chiesa inclusiva e in movimento in cui tutti i carismi sono importanti. È una chiesa che cambia sempre, che cambia sempre sotto il vangelo, una chiesa che non perde il rapporto profondo con il vangelo che è Gesù Cristo. Possiamo avere fiducia in una tale chiesa perché Gesù ha fiducia in noi. Non aspettiamo, cominciamo a farlo!


SALVATORE LOIERO è nato nel 1973 ad Aschaffenburg (D), ha nazionalità
italiana e tedesca. Ha studiato teologia alla Otto-Friedrich-University di
Bamberga, dove ha discusso nel 2005 la sua tesi di dottorato in Teologia
fondamentale e Teologia ecumenica. Ha collaborato con l’Università di
Bayreuth (dipartimento di Teologia cattolica), l’Università Cattolica Eichstätt
Ingolstadt (facoltà di Teologia) dove nel 2009 ha ricevuto l’abilitazione in
Teologia pratica. Dal 2013 al 2023 è stato professore di Teologia pastorale,
Pedagogia religiosa e Omiletica presso la sezione germanofona
dell’Università di Friburgo (Svizzera). È stato ordinato sacerdote nel 2015 (diocesi di Lausanne-Genève-Fribourg). Dal 1° settembre 2023 Loiero è professore di Teologia pastorale all’Università Paris-Lodron di Salisburgo.


Scarica la relazione del prof. Loiero in pdf: Loiero – Convegno Neustadt 2025

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