Natale. Festa della deponenza

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Natività di Giotto (1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova). Foto: wikimedia commons

(di Michele Illiceto) – Non molti sanno che i vangeli non si leggono partendo dall’inizio, ma dalla fine, cioè dall’evento della resurrezione, quindi dal racconto della Pasqua. Infatti, ciò che distingue quel bambino non è tanto la nascita, ma la morte. Il tipo di morte e il motivo della morte. In fondo, il modo in cui quel Gesù è nato a Betlemme è simile a quello di tutti gli altri bambini del suo tempo, di ogni tempo. Certo con qualche peripezia in più, dovute al fatto che “per loro non c’era posto in nessun albergo del luogo” (Lc 2,7).

Ma ciò che ha trasformato quella nascita, apparentemente “normale”, in evento che ha cambiato la storia, è quanto quel bambino, da adulto, ha detto e ha fatto in parole e in gesti. È la fine che ha fatto gettare una luce diversa sulla nascita che celebriamo. Perciò il Natale riceve senso dalla Pasqua. Anzi, a Natale è già compresa la futura Pasqua.

E che collegamento vi può essere tra ciò che accade alla nascita e ciò che accade a Pasqua? In primo luogo il motivo del suo stesso nascere: “Egli è qui per regnare” (Lc 1,33) dice l’arcangelo Gabriele inviato a una fanciulla di nome Maria. Quindi a nascere sarà un “Re”. Per questo Erode è preoccupato. Non possono esserci due re a governare un medesimo regno. Anche i re Magi cercheranno questo re, la cui stella hanno visto sorgere. Essi addirittura lo cercano per “adorarlo” (Mt 2,2). Verbo impegnativo e intrigante. I Magi: tre re sapienti e giusti, che scrutano le stelle per decifrare il mistero della vita e della storia, e che rappresentano tutti i popoli della terra.

Ma già qui i conti non tornano, perché si tratta di un re molto strano. Del tutto particolare. Un re che “svelerà i segreti di molti cuori” e che sarà “segno di contraddizione” (Lc 2,34). Quindi, un re i cui troni sono i cuori e non i luoghi, al quale interessano le persone e non le cose o le ricchezze. Ma quando mai si è visto un re che governa i cuori? Eppure che grande lezione antropologica e psicologica troviamo in questi fatti!

Sigmund Freud, da buon ebreo, ha quasi invidiato questa locuzione evangelica molto psicoanalitica, che certamente, per certi aspetti, ha anticipato molte sue introspezioni terapeutiche. Chi governa il cuore governa il mondo. Non per niente, la storia insegna che coloro i quali hanno avuto l’intenzione di dominare le masse, con la scusa di “guidarle”, lo hanno fatto prendendo possesso i cuori delle persone. Si chiama manipolazione e demagogia.

Al contrario, divenuto grande, questo Gesù, nato in una stalla sperduta e puzzolente di Betlemme, che ha avuto come trono un cumulo di paglia, si presenta come un re che governa i cuori non manipolandoli, ma liberandoli da ogni forma di sudditanza e di dipendenza, sia essa ideologica, politica, ma anche religiosa. Tant’è che un giorno in una sinagoga dirà di essere venuto a liberare i prigionieri e a togliere via ogni forma di oppressione (Cf. Lc 4,18). Regnerà nei cuori non per dominare ma per ridare a ogni uomo la regalità – cioè la dignità – perduta.

Lo scienziato e filosofo francese, Blaise Pascal, diceva che dopo il peccato l’uomo è come un “roi déchu… dépossédé” (re decaduto… spodestato), cioè privato della sua dignità. Ecco: questo re bambino viene a rimettere sulla testa di ciascuno quella corona regale che ogni uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, merita, perché come dice il salmo di gloria e di onore è stato incoronato (Sal 8).

E così il Natale andrebbe celebrato come la festa che fonda l’uguaglianza tra gli uomini al di là delle razze e delle religioni, uguaglianza che noi europei scopriremo in parte – e con molte ipocrisie – solo con l’avvento dell’Illuminismo, anche se nel frattempo praticavamo la tratta degli schiavi.

Il vangelo inoltre dice che questo bambino fu deposto in una mangiatoia (Lc 2,7). Con la nascita di questo Gesù comincia la logica della “deponenza” e viene accantonata quella della potenza a tutti i costi, ma anche della onnipotenza”, spesso usata per incutere paura, per assoggettare popoli interi e dominare le genti. In un tempo di governanti, assetati di potere e accecati dalla voglia di dominare, questo bambino re si pone come alternativa ad ogni forma di potere, sia del passato che del futuro, che vuole regnare i cuori invece del dominio sui luoghi. E il futuro di allora è il presente di oggi.

D’altronde, già sua madre lo aveva preconizzato quando disse che Dio: “Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Ma la domanda è: “che fine ha fatto l’umiltà nella storia del cristianesimo e nella storia della ragione laica?”. L’umiltà è la via per fare memoria della nostra originaria umanità, del fatto cioè che siamo fatti di terra (humus), di argilla, e che quindi siamo caratterizzati dalla “vulnerabilità”, la quale ci accomuna. Il Natale allora non è solo la festa della regalità, ma anche la festa dell’umiltà, come il grande Francesco di Assisi aveva intuito nel pensare e fare il presepe a Greccio nel 1223.

Per questo motivo, alla logica dello “sfruttamento” questo re proporrà, nella sua maturità, la logica del servizio. E dice che un re che governa è un re che serve. Non un re che toglie ma un re che dona. Per questo, scandalizzando tutti, un giorno si metterà il grembiule e passerà a lavare i piedi sporchi dei suoi discepoli (Gv 13,5). Che dire a tal proposito! Ecco qui un gesto rivoluzionario compiuto da un re maestro davvero strano; che non insegna dall’alto di una cattedra ma intorno a un catino; che rovescia le gerarchie del potere con le gerarchie dell’amore e dell’accoglienza.

E non con l’amore romanticheggiante, dove domina il puro sentire, ma quello interiore, spirituale, mistico, oblativo, dove non domina il possedere, ma il donare e che a sua volta rende il coraggio del patire. Un amore spirituale e mistico che poi diventa anche amore sociale, politico, cosmico, e che consiste nel mettere l’altro al primo posto.

E quando, negli ultimi giorni, si troverà finalmente faccia a faccia davanti a un re terreno, come Pilato, si giocherà tutto. “Dunque tu sei re?” gli chiederà il governatore della Palestina. “Sì, io sono re!”, risponderà Gesù, il bambino della mangiatoia che per mestiere faceva il falegname. Pilato rimane stupito nel trovarsi davanti un re senza armi e senza eserciti. Spoglio di ogni potere. Spoglio ma libero. E così alza la posta in gioco: “Non sai che ho il potere di metterti a morte?”  (Gv 19,10). Pilato scopre le carte e gioca quella della paura. D’altronde, da sempre il potere usa la morte per ricattare e soggiogare, fin quando non trova uomini liberi che sanno di avere un potere ancora più grande: la propria libertà.

Ma Gesù non si lascia abbindolare. Egli non dimentica che è venuto per “servire e non per essere servito” (Cfr. Mc 10,45), cioè è venuto per regnare nei cuori e non su luoghi. Anch’egli ha una carta da giocare. Non quella del potere, che usa la morte per incutere paura e incatenare le coscienze, ma quella dell’amore che libera gli uomini da ogni forma di paura, anche da quella peggiore: la paura della morte. E tira fuori la questione se sia più vera la propria regalità – tutta spoglia e disarmata – o quella lussuosa e opulenta di Pilato.

Ma qui Pilato, che lo aspettava al varco, gli pone la domanda cruciale e gli chiede: “Che cosa è la verità?” (Gv 18,38). A questo punto però Gesù tace. Ma come? Il rabbì di Nazareth non sa che cos’è la verità? Tace perché non sa o perché ha un’altra verità da dire e annunciare? Eppure un giorno ha detto che la verità rende liberi (Gv 8,32). È il momento di provarlo. Lo farà non con le parole, ma con un gesto rivoluzionario. Lo dirà dalla croce qual è la verità vera. E la verità della croce è la stessa della mangiatoia: è la verità dell’amore che dice che non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che ami (Cfr. Gv 15,13). Il guaio è che devi amare tutti. Anche i nemici. E qui il Natale diventa scomodo, come ebbe a dire don Tonino Bello!

Ma all’amore nessuno crede. È difficile credere all’amore se devi cedere potere. Don Tonino Bello, parlando di Maria, diceva che “Amare è voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé”. Ma ecco: Pilato vince e Gesù perde. Il re bambino, nato nella mangiatoia, ora viene incoronato con una corona di spine. Viene spogliato delle vesti e ridicolizzato. Viene processato per ribellione perché la sua rivoluzione voleva i cuori e non i luoghi. Gesù tace la sua regalità perché egli sa che il suo regno non è di questo mondo (Gv 18,36). È troppo piccolo il mondo per contenere la logica del suo cambiamento: passare dall’amore per il potere al potere dell’amore. E così si avvia verso la croce che gli ricorda la mangiatoia. Culla e croce unite insieme dalla stessa logica dell’amore. Nudità lì, nudità qui. Le braccia di una madre lì, gli occhi dolorosi e impotenti di una madre qui. Deposto lì, deposto qui. Avvolto in fasce nella stalla, avvolto in un lenzuolo qui per essere deposto in un sepolcro. La mangiatoia come il futuro sepolcro? Deponenza senza onnipotenza. Nella nascita la morte, ma anche nella morte una nuova nascita. Come il chicco di grano che porta frutto solo se è disposto a marcire.

Nascere per amore e morire per amore: è questo il cuore del cristianesimo, il filo rosso che lega il Natale alla Pasqua. E domani sarà mattino. Andremo al sepolcro e troveremo la tomba vuota. E ci porremo tante domande che inquietano la ragione e mettono le ali al cuore. Non ci saranno risposte facili. La verità di questo bambino re nato in una mangiatoia è ancora una questione aperta e chiede a ciascuno non tanto di credere, ma di scegliere tra la logica della deponenza e quella dell’onnipotenza. Tra il potere che spoglia e l’amore che si spoglia. Tra l’arroganza che fa violenza e la mitezza che disarma.

E tocca a noi vivere questi due eventi del Natale e della Pasqua come un unico grande punto di svolta, per scrivere una storia nuova e rivoluzionaria, capace di governare non tanto i luoghi, ma piuttosto i cuori, per liberarli, per servire l’umanità che è in noi e in tutti gli altri. In quella di oggi e in quella di domani. E, allora, buon cammino verso il Natale. La festa della deponenza!