Lo spazio sacro dell’incontro – Arte sacra – Vetrate di Chagall a Mainz

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Con tutta la Chiesa siamo in cammino verso l’Anno Santo ordinario del 2025. Il Giubileo, com’è noto, sarà aperto la notte di Natale di quest’anno e, mentre la Bolla ufficiale di indizione, pubblicata il 9 maggio, già fin d’ora, il Papa ci invita a vivere un anno dedicato alla preghiera per prepararci ad esso.

  • Flavia Vezzaro*

In quest’ottica il nostro missionario, don José Luis Jménez Correa, ci ha proposto di recarci in pellegrinaggio a Mainz per conoscere, gustare, pregare e meditare davanti alle splendide vetrate progettate e dipinte da Marc Chagall nella Chiesa di Santo Stefano (1978-1985). Le vetrate furono concepite dall’artista come apporto alla riconciliazione ebraico-tedesca.

Don José ha chiesto a Cristina Mandosi (dottoressa in storia e beni culturali della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana oltre che esperta vaticanista e formatrice di catechisti) di spezzare per noi il messaggio spirituale, denso e profondo, che emerge dalle magnifiche vetrate che tingono di luce blu la Chiesa di Santo Stefano.

Insieme a Cristina Mandosi, hanno accompagnato il pellegrinaggio delle nostre due Comunità (Bad Homburg e Francoforte Nied) anche la professoressa Yvonne Dohna Schlobitten (docente della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e membro del Comitato di Direzione dell’inserto mensile «Donne Chiesa Mondo» dell’«Osservatore Romano»); il professor Pino Pelloni (giornalista, storico sociale e rappresentante della Comunità ebraica di Roma) e don Andreas Kotz (Dottore nella pastorale sanitaria).

Relatrici e relatori dell’incontro: da sinistra don Andreas Kotz, Yvonne Schlobitten, Pino Pelloni, Rainer Steubing Negenborn Cristina Mandosi, don José. Foto:©Flavia Vezzaro.

Mentre preparavamo il nostro pellegrinaggio abbiamo gioito nell’apprendere che anche il Papa ha proposto proprio Marc Chagall, insieme a Salvador Dalì, quali artisti a cui ispirarsi in vista del Giubileo.

Infatti mons. Fisichella, pro-prefetto del Dicastero dell’Evangelizzazione da cui dipende l’organizzazione giubilare, presentando il programma culturale che caratterizzerà il 2025, ha detto: “Il Giubileo, oltre naturalmente ad essere un evento di natura spirituale è anche cultura. Verrà quindi organizzata una rassegna musicale, sul motto ‘Armonie di speranza’, e una serie di mostre, dal titolo ‘I cieli aperti’, compresa un’esposizione di icone russe, ucraine e siriache e alcuni dipinti di Marc Chagall e di Salvador Dalì.

Il momento storico delicato e drammatico che stiamo vivendo ben si sposa con la sensibilità del pittore ebreo franco-russo che, nella sua stessa carne e nella sua stessa anima, ha vissuto il dramma della violenza e della guerra.

“Sono nato morto”

È la frase emblematica di Chagall, raccontava Cristina Mandosi, perché la notte in cui egli nacque, a Vitebsk il 7 luglio del 1887, un gruppo di cosacchi attaccò il suo paese e le case vennero date alle fiamme. Tutto bruciava mentre sua madre partoriva. Lui veniva al mondo e il mondo bruciava.

Queste tre semplici parole risuonano mentre sediamo davanti alle vetrate dove angeli danzano insieme a uomini e donne. Tre semplici parole pronunziate nel silenzio di una Chiesa dove la fede ebraica e quella cristiana si incontrano.

Tre semplici parole che hanno richiamato alle nostri menti ed ai nostri cuori le immagini di bombardamenti e violenze purtroppo ancora attuali.

Non solo la sua nascita ma l’intera sua vita fu attraversata dal dolore. In un’Europa e in un mondo dilaniato dai conflitti mondiali, dalle persecuzioni e dal genocidio del suo popolo, Marc Chagall fu costretto a emigrare più volte, in Francia, in Russia, in Germania e negli Stati Uniti. Eppure nelle sue opere ritroviamo il sapore della gioia, della serenità e della felicità, del sogno e della purezza.

“Amo l’amore. Tutto ciò che dipingo riguarda l’amore e il nostro destino. L’amore mi aiuta a trovare il colore. Si potrebbe anche dire che il colore trova se stesso e io lo metto sulla tela. È più forte di me e viene dal profondo della mia anima. È così che vedo la vita”.

Chagall ha sempre vissuto l’arte come un punto d’incontro non solo con Dio, con il sacro, ma anche tra gli esseri umani.

Un linguaggio universale che non conosce confini o frontiere. Un luogo in cui si possono deporre le armi e superare le differenze. Inoltre nelle sue opere, la tradizione chassidica ricevuta in famiglia, si mescola con l’ispirazione biblica, filo conduttore della sua produzione artistica. Per questo egli potrà realizzare opere meravigliose per edifici di culto di fedi diverse dalla propria, rivelando attraverso la luce, il segno, il gesto la reale possibilità di un dialogo interreligioso.

Così, mentre, Cristina Mandosi ci rapisce con il suo racconto, ci appare chiaro come Chagall non fosse un uomo ingenuo o naive ma una persona che ha conosciuto il male, vivendo in un’epoca priva di pietà, trovando, però, nell’arte e nella fede ebraica, che caratterizzava profondamente il suo essere, la strada per elevare il suo spirito e con il suo anche il nostro. Egli concepiva l’arte come un vero e proprio stato d’animo, e “l’anima di tutti i bipedi in tutti i punti della terra”. Egli riteneva anche che l’artista potesse essere il tramite tra l’umanità e Dio perché tutto ciò che è bello e provoca gioia, è sacro.

Chagall ci immerge con le sue vetrate di Mainz nel colore del cielo, dimora di Dio, disegnando figure sfumate che attraversano i limiti dei contorni, e che si ispirano alla Bibbia, per lui testo della poesia per eccellenza.

In queste vetrate, attraversate dalla luce, la materia si fonde con lo spirito e ci ritroviamo in un mondo che ci unisce tra noi e con Dio ma anche con l’arista stesso che scrive:

“Per me una vetrata è una parete trasparente posta tra il mio cuore e il cuore del mondo” (Marc Chagall)

Il nostro cammino è proseguito con don Andreas, che ci ha illustrato il tema del pellegrinaggio e la tradizione millenaria degli Anni Santi, e con il professor Pelloni che ci ha commosso raccontandoci chi furono i “giusti” e facendoci toccare con mano la grandezza di coloro che non dimenticarono che l’uomo in sé, con la sua storia, i suoi valori, i suoi atti, ha un valore assoluto. È ha citato ad esempio il sovrano del Marocco Mohammed V (1909-1961) che, mentre sedeva sul suo trono, impediva che la persecuzione nazista si abbattesse sui propri sudditi ebrei, affermando di non conoscere alcun ebreo ma solo marocchini. Oppure Sophie e Hans Scholl facenti parte del gruppo clandestino di opposizione al nazismo, la Rosa Bianca, e per questo condannati a morte. Il professore ha infine ricordato come i viaggi dei profughi del Mediterraneo di oggi ricalchino la rotta del viaggio di san Paolo.

E, dopo aver ascoltato al pianoforte il maestro Rainer Steubing Negenborn (direttore del Coro Nazionale spagnolo e direttore del coro all’accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma), abbiamo concluso ancora con l’arte di Chagall attraverso le parole della professoressa Yvonne Schlobitten. Grazie a lei abbiamo capito perché papa Francesco ami tanto il Crocifisso bianco di Chagall: “Non è crudele, ma è ricco di speranza. Mostra un dolore pieno di serenità”, queste sono le parole di Francesco davanti a quest`opera che mostra un Gesù rabbì, con il ventre cinto dallo scialle rituale della preghiera, il tallid Gadol, mentre ai suoi piedi arde la memorah, il candelabro ebraico. Chagall diceva: “Non hanno mai capito chi era veramente questo Gesù. Uno dei nostri rabbini più amorevole che soccorreva sempre i bisognosi e i perseguitati. Gli hanno attribuito troppe insegne da sovrano. È stato considerato un predicatore dalle regole forti. Per me è l’archetipo del martire ebreo di tutti i tempi” . Intorno al Crocifisso si vedono scene di violenza, distruzione, dolore: fiamme avvolgono una sinagoga, una mamma spaventata fugge stringendo al petto il proprio bimbo, un ebreo si allontana portando tutta la sua vita rinchiusa in fagotto sulle spalle mentre su una barca uomini stremati cercano aiuto. Nel Cristo crocifisso Chagall riassume tutta la sofferenza non solo del suo popolo ma dell’intera umanità.

Camminiamo dunque lungo questo anno dedicato alla preghiera portando nel cuore le opere di un uomo che ha saputo dire e raccontare il dolore ed il male, ancora oggi purtroppo così attuale, facendo però della sua arte una porta che conduce alla pace ed all’unione. Un uomo che desiderava dipingere il sogno di pace per l’umanità. Camminiamo sapendoci anche fermare nel silenzio a contemplare per sentire anche noi, nel profondo delle nostre viscere, che tutto il dolore del mondo, pur essendo vivo e concreto e reale, alla fine non avrà l`ultima parola e che, come diceva Chagall: “Nelle nostre vite c’è un solo colore che dona senso all’arte e alla vita stessa: il colore dell’amore!”.

*Flavia Vezzaro è referente pastorale delle comunità cattoliche italiane di Bad Homburg e Francoforte Nied.

Foto: Abside della chiesa di Santo Stefano ©PCB. Sopra: da sin. don Andreas Kotz, Yvonne Schlobitten, Pino Pelloni, Rainer Steubing Negenborn Cristina Mandosi, don José ©Flavia Vezzaro