L’eredità di Benedetto XVI. Fede e ragione. Due sentieri per cercare la verità

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Benedetto XVI saluta i fedeli in piazza San Pietro (2009) Foto: ©Sergey Gabdurakhmanov, Wikipedia

di Michele Illiceto

-Dopo la morte di Benedetto XVI, papa emerito, sulla stampa, in tv e sui social si è riacceso il dibattito sul suo pensiero teologico oltre che il suo pontificato. Dopo essere stato per molto tempo frainteso, specialmente dopo la Lectio magistralis che tenne a Ratisbona il 12 settembre 2006, si cerca ora di capire quale contributo abbia dato non solo come pontefice ma soprattutto come teologo raffinato, acuto intellettuale e pensatore rigoroso. Ha scritto tre grandi encicliche, La Deus caritas est del 2005, la Spe salvi del 2007, la Caritas in veritate del 2009. Ma già come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede aveva certamente messo mano all’enciclica di Giovanni Paolo II dal titolo eloquente Fides et ratio, pubblicata nel 1998.

In molti commenti letti sui giornali in questi giorni, spesso si è affermato che Ratzinger era contro la ragione moderna e quindi, ipso facto, contro la scienza. A mo’ di esempio, prendo il giudizio che ha dato qualche giorno fa sul bimestrale Micromega Silvano Fuso, il quale così si esprime: “Fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima abdica completamente dalle sue prerogative per sottomettersi in maniera totale e incondizionata alla fede”. È proprio così? Assolutamente no! Egli non era contro la ragione tout court, ma contro una ragione che assolutizzava se stessa.

Ne è testimone il matematico ateo Piergiorgio Odifreddi, il quale dopo aver inviato a Papa Benedetto XVI, nel 2013, il suo libro dal titolo Caro papa ti scrivo (2011), ricevette dal pontefice una lunga lettera di risposta, alla quale egli, meravigliato, replicò con queste parole: “La lettera di Benedetto XVI non cerca di convertire l’ateo, ma gli ritorce contro onestamente le proprie simmetriche perplessità, e a volte le incredulità, di un credente molto speciale sull’ateismo. Il risultato è un dialogo tra fede e ragione che, come Benedetto XVI nota, ha permesso a entrambi di confrontarci francamente, e a volte anche duramente, nello spirito di quel Cortile dei Gentili che lui stesso aveva voluto nel 2009”. Dopo le dimissioni da pontefice, i due si incontrarono ben cinque volte e da tali confronti ne uscirono due libri a quattro mani: Caro papa teologo, caro matematico ateo. Dialogo tra fede e ragione, religione e scienza (Mondadori, 2013) e In cammino alla ricerca della Verità. Lettere e colloqui con Benedetto XVI (Rizzoli, 2022).

Chi legge bene i testi di Ratzinger, si rende conto che, a suo modo di vedere, non si tratta tanto di contrapporre, quanto di verificare il tipo di rapporto che si è venuto a creare fra fede e ragione dopo la ragione illuministica, tra l’altro criticata e ridimensionata dalla “Scuola di Francoforte”, inaugurata dai due filosofi T. W. Adorno e M. Horkheimer e oggi rappresentata dal filosofo J. Habermas. Con quest’ultimo Ratzinger tenne un bel confronto nel gennaio 2004, a Monaco, presso la Katholische Akademie in Bayern, sulla domanda „La democrazia liberale ha bisogno di premesse religiose?“, dialogo in seguito pubblicato con il titolo “Ragione e fede in dialogo” (Libri di Reset-Marsilio, 2004, a cura di Giancarlo Bosetti). È in questo contesto che Ratzinger ebbe ad affermare che “esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia”.

Pertanto, la questione da porre non è tanto la ragione in sé, ma l’uso che di essa si fa. Cioè se la ragione è capace o meno, di per sé, di autotrascendersi per inseguire l’ignoto che la inquieta. Cioè se è legittimo che vada oltre sé medesima, dopo aver constatato i propri limiti che anziché esaltarla la castrerebbero. In altri termini, se la ragione si autotrascende, allora è la ragione stessa che apre l’uomo intelligente allo spazio della fede, senza tuttavia poterlo accompagnare lungo i sentieri impervi dell’elevazione razionale.

In tal modo, è la ragione stessa che rende possibile e credibile, cioè ragionevole, lo spazio della fede, anche se non può percorrere i sentieri che la fede apre. È il motivo, come è noto, per il quale Dante, grande conoscitore della teologia medievale, aveva impedito a Virgilio di entrare nel Paradiso, preferendo il fatto che, invece, ad accompagnare il poeta fosse Beatrice, simbolo della grazia e della bellezza.

Pertanto, non si tratta di abdicazione ma di rimando intelligente. Se la ragione mantiene il registro dell’alterità, allora è essa stessa che reclama questo spazio “altro” da se stessa. È essa che rimanda a un “Altrove” che può solo indicare da lontano, ma mai percorrere fino in fondo, perché non ha gli strumenti, trovandosi su un terreno dove il razionale cede il posto allo spirituale, il ragionamento dimostrativo all’amore intuitivo e comprensivo.

Non si tratta neanche di sottomissione o di obbedienza, che sanno di rinuncia e di sacrificio, ma di riconoscimento e di rispetto. Il problema è tutto qui. Rispetto al passato, oggi disponiamo di categorie nuove (anche se di fatto sono antiche) con cui ripensare il rapporto tra fede e ragione. Oggi si parla di complementarità e di reciprocità.

Nel Medioevo si parlava di sottomissione e di obbedienza della ragione alla fede, e si discuteva su chi dovesse avere il primato, in quanto la questione era posta in termini di autorità. Oggi, che il problema dell’autorità è stato superato, non lo si può più porre in termini di primato, ma di dialogo, di reciprocità e di complementarità, di mutuo sostegno. Fede e ragione sono alleate contro la banalità (si pensi alla banalità del male della filosofa Hannah Arendt) e contro tutto ciò che calpesta la dignità della persona umana. Pertanto, chi agisce contro la ragione agisce contro il progetto di Dio.

Per questo lo stesso papa Benedetto XVI ha parlato da un lato della ragionevolezza della fede e dall’altro di una ragione problematica, aperta e consapevole dei propri limiti.

Ragione e fede si possono incontrare non tanto sul terreno dello scontro consumato in nome di chi detiene il primato o dell’autorità, ma su quello della problematicità che accomuna ambedue, per incontrarsi sui confini dei reciproci limiti, sempre nel rispetto delle specifiche procedure e specifici campi. Infatti, come la ragione, anche la fede ha i propri limiti. Ad es., il credente non può credere a tutto senza usare l’intelligenza, altrimenti diverrebbe un credulone. Inoltre, la fede non può provare ciò che crede. La fede non ha prove, se si intendono queste nel senso delle prove empiriche, proprie del metodo sperimentale che il padre della scienza moderna, il credente Galilei, ci ha consegnato, agli albori della nascita della modernità.

La fede, come atteggiamento spirituale – che riguarda più il cuore che l’intelligenza pura e nuda – è prova a se stessa. Ma il cuore, parafrasando il grande scienziato e filosofo del Seicento, Blaise Pascal, ha delle ragioni che la ragione non comprende. Una cosa non la credo perché è vera, ma diventa vera nel momento in cui comincio a credere, dopo aver sperimentato che le verità di fatto non bastano. Dio non rientra nelle verità di fatto ma nelle verità di senso. E, a volte, il “senso” – il greco logos – che per il grande Hegel coincideva con il razionale, vale più dei fatti.

Questo non vuol dire che la fede crea le verità in modo soggettivo, altrimenti cadremmo nel relativismo tanto criticato da Benedetto XVI. Se così fosse, la fede potrebbe essere confusa con una qualsivoglia illusione, o verrebbe interpretata come una proiezione che obbedisce solo a meccanismi psicologici, come ha affermato Freud nella sua critica alla religione. Chi, infatti, darebbe il proprio credito a qualcosa che la stessa intelligenza non certificherebbe come degno di essere creduto?

La ragione certifica (e non prova) l’oggetto della fede come un qualcosa che è degno di essere creduto anche se essa non può dimostrarlo secondo i criteri e le metodologie che le sono proprie. La fede non crea ciò che crede, ma crede ciò che la ragione intravede da lontano senza poterlo spiegare. La fede crede a ciò che la ragione non può dimostrare ma che tuttavia può solo pensare.

In questo senso, la fede aggiunge qualcosa alla ragione senza però umiliarla, anzi esaltandola, avendo questa preparato la strada a ciò che la fede crede. In questo senso, la fede non mortifica la ragione, ma al contrario, la esalta, compiendola e completandola. La fede perfeziona il cammino cominciato dalla ragione, nel momento in cui essa riesce finalmente a trovare ciò che la ragione ha soltanto posto, e intravisto da lontano, come oggetto di domanda. Infatti, è proprio della ragione indagare e cercare, dubitare e domandare, analizzare e verificare. Perciò la fede non è per nulla irrazionale, ma al contrario è un atto razionale con il quale la ragione supera se medesima laddove sperimenta che non può rinunciare a un risposta che sia capace di colmare il suo desiderio di conoscere.

Inoltre, la ragione non porrebbe mai domande se non sapesse che, in qualche modo e da qualche parte, ad esse è possibile trovare risposte in grado di soddisfare il suo bisogno di conoscere. Perciò, è già nell’atto del domandare che la ragione si autotrascende, in quanto ci sono domande che, anche se sembrano essere poste “dalla” ragione, invece, si trovano in essa come poste da qualcosa che la supera e la oltrepassa. La ragione si oltrepassa nello stesso atto del domandare. Ed è in questo oltrepassamento di se stessa che la ragione rende possibile la fede sia come atto razionale che come atto trascendentale.

Se nel pensiero la fede pensa nel cuore la fede ama. Perché l’uomo non è solo bisogno di conoscenza (logos) ma anche desiderio di amore (eros che diventa agape).

In questo crocevia si gioca la differenza tra una ragione chiusa e una aperta. Se la ragione si lascia inquietare dalle domande che la superano, allora essa rimane aperta e, problematicamente, diventa consapevole dei propri limiti, che la costringono a cedere il passo a un altro registro ad essa complementare.

Insomma, la fede non restringe lo spazio della ragione, ma al contrario lo allarga. Lo dice molto bene Benedetto XVI in un passo decisivo sempre della Lectio magistralis di Ratisbona: “Il tentativo di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’Illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza”.

Quello che Ratzinger critica – come già tanti altri prima di lui – non è la ragione come facoltà conoscitiva, quanto piuttosto una visione positivistica di essa. Riprendendo una famosa affermazione del filosofo, teologo e matematico umanista Nicola Cusano (sec. XV), possiamo dire che se la scienza si muove sul piano del misurabile, la fede e la teologia si muovono su quello dell’incommensurabile e dell’ineffabile.

Alla stessa conclusione è arrivato uno dei massimi filosofi e logici del Novecento, Ludwig Wittgenstein, che nel suo Tractatus Logicus-Philosophicus scrive: “Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» (Tractatus, Prefazione). E in un altro passaggio scrive: «Ma vi è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico» (Tractatus, 6.522).

In altri termini, la ragione, se pensa fino in fondo, si rende conto che è attraversata da una tensione che la fa o implodere o sbocciare. Se teme l’oggetto della domanda come un qualcosa che potrebbe metterla in crisi, diminuendo il proprio potere, allora lo rimuove, esorcizzando la domanda e bollandola come non degna di essere pensata. In tal modo la ragione si chiude su se stessa, assolutizzandosi e diventando autoreferenziale. Ma così facendo, finisce per fare la fine della volpe nella favola di Fedro, la quale, non potendo arrivare all’uva, disse che era amara e che non era il tempo giusto per coglierla e mangiarla.

Insomma, Dio non è dimostrabile ma è pensabile. Per questo i greci per primi – tramite la dottrina del logos – lo hanno identificato con l’ordine razionale del mondo. La sua pensabilità è intrinseca al pensiero, la sua credibilità è resa possibile dalla fede.

Perciò, chi crede in Dio non smette di pensare, ma trova in Dio il punto più alto del pensiero. Come diceva S. Anselmo d’Aosta, sempre citato da Papa Benedetto XVI: “Deus est quo maius cogitari nequit, Dio è ciò di cui non puoi pensar nulla di maggiore”. Qui il pensiero si perde, si eleva e si abbandona. Non spiega, ma contempla. Filosofia e teologia si compiono così nella mistica, come sostiene Benedetto XVI in un testo dedicato al grande S. Bonaventura.

Indefinitiva, sul piano della ragione, Dio è quel Logos cercato sia dai filosofi greci, ad es. da Eraclito, sia dai credenti dell’esperienza biblica. Dio abita il pensiero anche di chi non pensa che Lui ci sia. Non è tanto una risposta. Dio è la domanda. Egli è la domanda che ciascuno si porta dentro. Domanda silenziosa che, nascosta, tace sia dentro la ragione che dentro al cuore. Egli, come va dicendo la moderna psicanalisi, specie si impronta lacaniana, attraversa e segna ogni nostro anelito e desiderio.

E, forse, ha ragione anche il filosofo ateo Sarte, il quale ebbe a dire che, in fondo, l’uomo altro non è se non un dio mancato. Appunto, un cercante che cerca se stesso, ma che, oltre se stesso, cerca anche uno che dia un senso a questo suo stesso cercare.  Al suo essere razionale e pensante.

Insomma, un cercante cercato, che, – agostinianamente – sapendo di essere cercato, intelligentemente e sapientemente, comincia a cercare chi per primo lo cerca, arrivando in tal modo a quel confine e a quel limite che, allo stesso tempo, costituiscono anche il punto più alto verso il quale possiamo elevarci.

È come arrivare su di un parapetto, al quale la ragione, se percorsa fino in fondo, con onestà e libertà interiore, prima o poi ci conduce. Un limite e un confine che però non chiude disperatamente e tragicamente la ragione su se stessa, ma la apre a un mistero che, anche se non riesce a spiegare, da esso si sente come segnato e attraversato, abitato: Dio, il mistero che ci rende mistero! Altrimenti dovremmo dare ragione ad Heidegger, il quale ebbe a dire che, in fondo, l’uomo è solo un segno che nulla indica!