Pochi giorni fa è stata pubblicata la lettera di papa Leone XIV al cardinale statunitense Arthur Roche, nella quale il pontefice sottolinea la necessità di essere fedeli, rispettosi e interiormente disponibili verso i riti liturgici promulgati da papa Paolo VI e da papa Giovanni Paolo II.
- di Paola Colombo
Si tratta di una chiara e inequivocabile affermazione di continuità con il Vaticano II e del valore delle riforme conciliari, in questo caso la riforma liturgica. Tema quanto mai attuale, data la scomunica della Fraternità di San Pio V a seguito dell’ordinazione di quattro vescovi senza il mandato del Papa lo scorso 1° luglio.
La lettera del Papa al card. Roche: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/letters/2026/documents/20260629-lettera-card-roche.html
La lettera è stata inviata in occasione della Conferenza internazionale sulla formazione liturgica, organizzata dal Dicastero per il Culto Divino, del quale il cardinale Roche è prefetto. La conferenza si è svolta presso Mount Angel Abbey (Oregon, USA) dal 14 al 19 agosto 2026.
Nella lettera papa Leone XIV richiama Desiderio desideravi, lettera apostolica di papa Francesco, e le recenti catechesi sulla Sacra Liturgia (primavera 2026), dedicate alla Costituzione Sacrosanctum concilium. In esse ha richiamato «l’attenzione sul rispetto che tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, e in particolare i sacerdoti, devono mostrare per i riti promulgati da Papa san Paolo VI e da Papa san Giovanni Paolo II. È essenziale che questo rispetto nasca dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale» (Udienza generale, 27 maggio 2026).
Sono parole inequivocabili riguardo alla questione del Vetus Ordo (VO, rito preconciliare): non ci sarà un ritorno indietro, non ci sarà una revisione di Traditionis Custodes (Francesco, 2021), che ha ristretto l’ambito di celebrazione della messa tridentina, né un ritorno a Summorum pontificum (Benedetto XVI, 2007), che introduceva la coesistenza dei due riti, VO e NO, il primo come forma straordinaria e il secondo come forma ordinaria.
Il Novus Ordo, scaturito dal Concilio Vaticano II, ha sostituito il VO. Quest’ultimo può essere praticato solo nelle forme indicate da Traditionis custodes.
Mons. Arthur Holquin¹ ha scritto recentemente su Substack in difesa di Traditionis Custodes: «Summorum pontificum del 2007 introdusse l’idea senza precedenti che un Rito Romano unico potesse sussistere in due forme, “ordinaria” e “straordinaria”, ciascuna espressione uguale della legge della preghiera (lex orandi) della Chiesa. Non c’è mai stato nulla del genere prima in Occidente. Benedetto lo offrì, generosamente, per garantire la pace; non ha funzionato. Traditionis custodes riporta il Rito Romano a un unico rito con una sola legge di preghiera» (In Defense of “Traditionis Custodes”).
¹ Mons. Arthur Holquin è responsabile per il culto divino della diocesi di Orange nell’area metropolitana di Los Angeles. Ha approfondito i suoi studi a Lovanio. Scrive di liturgia, autorità papale, etica e dibattiti ecclesiastici ed è appena uscito il suo libro The Right Pope At The Right Time su papa Leone XIV.
C’è poi l’ambito della teologia della liturgia, che ci insegna come la liturgia non abbia nulla a che fare con sentimentalismi o nostalgie del passato, ma sia fonte e culmine della fede (si rimanda al blog Come se non è di Andrea Grillo).
Ritornando alla lettera al prefetto Roche del Dicastero per il Culto Divino, papa Leone XIV ribadisce la centralità della liturgia e l’importanza della formazione per ravvivare la vita liturgica della Chiesa: «Per questa ragione, è essenziale che siano anche profondamente formative, promuovendo una comprensione sempre più profonda dell’ars celebrandi, espressa non solo da chi celebra la liturgia, ma anche dall’intera assemblea».
Fedeltà ai testi del Vaticano II, continuità con il magistero di Francesco, formazione liturgica di laici e clero: sono queste le coordinate che emergono dalla lettera al cardinale Roche.
In questo orizzonte ecclesiologico rientra la sinodalità della Chiesa. Ne abbiamo parlato molto durante il sinodo universale 2021–2024, ma il tema non è affatto esaurito: la sinodalità è un cammino, talvolta a ostacoli, che procede e si approfondisce.
In questa prospettiva, il francescano Ugo Sartorio*, nel suo libro Laici e laiche in una Chiesa sinodale (Queriniana, collana Oltre), offre una disamina della “questione” laici e laiche intrecciandola con la sinodalità, a partire dai testi del magistero, dal Vaticano II fino al sinodo universale.
Per questo ripubblichiamo, per gentile concessione di Settimana News, la recensione di Marco Da Ponte al libro di Ugo Sartorio: https://www.settimananews.it/chiesa/laici-laiche-chiesa-sinodale/:
Laici e laiche in una Chiesa sinodale
di Marco da Ponte
La sinodalità è una questione che sta particolarmente a cuore a Ugo Sartorio (OFMConv, docente alla FTTr): vi ha dedicato infatti già altri due libri: Sinodalità. Verso un nuovo stile di Chiesa (Àncora 2021) e Sinodalità tra democrazia e populismo. Oltre ogni clericalismo (EMP 2022).
Questa nuova opera (Laici e laiche in una Chiesa sinodale. La sfida della corresponsabilità), in particolare, intende mostrare come l’annosa questione dei laici e delle laiche nella Chiesa possa venire affrontata in maniera più convincente se assunta entro il quadro della dimensione sinodale della Chiesa tutta.

È ben noto che, a partire dal Concilio Vaticano II, si è parlato molto dei laici (meno, e solo di recente, delle laiche), anche se è stato il mutamento di orizzonte ecclesiale introdotto dal pontificato di papa Francesco a mettere in luce come la categoria di sinodalità possa aprire la possibilità di una riforma in chiave missionaria della Chiesa, a permettere un discorso sui laici «che è in realtà un discorso sulla Chiesa e non sui laici come categoria» (p. 7), com’è stata invece la linea prevalente nei decenni scorsi.
Le tante accezioni del termine “laico”
Bisogna, però, tenere conto che il termine “laico” non ha un’accezione univoca, anzi, è stato ed è spesso assunto con significati diversi, che oscillano fra l’ambito del diritto canonico e quello, non ecclesiastico, del linguaggio politico contemporaneo.
Se vogliamo capire che senso ha parlare di “laici” (e “laiche”) nella Chiesa di oggi occorre, quindi, ripercorrere queste oscillazioni e ritrovare il significato più pertinente, ossia quello teologico ed ecclesiologico. A questo sono dedicati i primi due capitoli: Approccio terminologico e La vicenda teologica: una mappa per orientarsi. Non si tratta soltanto di una precisazione concettuale, che peraltro è stata già ampiamente svolta da un’abbondante letteratura in materia, ma di ritrovare i motivi di fondo che hanno condotto a mettere in rilievo la questione nel corso dell’epoca postconciliare, per cogliere quanto possano essere ancora utili (se non necessari) per inquadrare il tema nell’attuale situazione storica ed ecclesiale.
Sartorio, infatti, non sposa un’unica linea interpretativa, bensì intende fornire «una mappa […] che mantiene aperta la riflessione [… perché] tenere insieme, per quanto possibile, prospettive diverse [fa] onore alla complessità della vita reale (sia dentro che fuori la comunità cristiana) che i laici ben conoscono» (pp. 7-8).
Alla conclusione dell’analisi terminologica, si potrebbe convenire che il termine “laico” risulta tutt’altro che univoco, se non addirittura “compromesso”. Le cose possono assumere un esito diverso se i laici vengono ricollocati «all’interno del popolo di Dio insieme a tutti i battezzati, sciogliendo quel malsano dualismo chierici-laici che ha condizionato a lungo e con esiti nefasti la vicenda cristiana» (p. 34). Sembra opportuno, quindi, ritrovare nella “vicenda” teologica la «mappa per orientarsi» (p. 37) nella complessità di elementi che si sono sovrapposti su questo termine.
Naturalmente la questione si è articolata in diverse prospettive, in modo particolare negli anni successivi al Concilio e anche a motivo del fatto che gli stessi documenti conciliari (Lumen gentium e Apostolicam actuositatem) non hanno permesso di delineare un’unica “teologia del laicato”. Anzi, la ricerca teologica sui “laici” ha prodotto una pluralità di suggestioni, ben sintetizzate e inquadrate da Sartorio, fino a papa Francesco che ha ricondotto il tema dei laici all’interno della categoria, da lui preferita, del «santo popolo fedele di Dio» (cf. p. 82), riportando in primo piano la comune dimensione battesimale, visto che « il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere orgogliosi, è il battesimo» (Francesco, Lettera al cardinal Marc Ouellet, 19 marzo 2016: cit. a p. 83).
Oggi, in un contesto storico, civile ed ecclesiale assai mutato, si deve registrare, a giudizio dell’Autore, «un certo immobilismo sia nella teoria che nella prassi, cosa che va in buona parte attribuita alla situazione complessiva di una Chiesa in stato di crisi e sempre più spesso, almeno in Occidente, di stallo pastorale» (p. 89); ragione per cui, per ripensare i laici nella Chiesa, «è necessario ripensare la Chiesa nel suo insieme, in tutte le sue componenti […] e in rapporto al mondo» (p. 91).
Ci siamo soffermati sulle conclusioni del secondo capitolo, perché è qui che si delinea la cornice nella quale l’Autore intende parlare dei laici, una “cornice” che determina profondamente la comprensione dell’insieme.
Corresponsabilità e ministerialità
Come tutti ben sanno, la preoccupante riduzione dei preti ha reso frequente l’invocazione circa una maggiore partecipazione dei laici alla vita della Chiesa. Si tratta però di chiarire bene in che termini questa debba essere intesa, perché – precisa Sartorio – «l’impegno dei laici nella missione della Chiesa va letto in termini di sussidiarietà più che di supplenza» (p. 98). Occorre, perciò, distinguere fra corresponsabilità, collaborazione e ministerialità, quest’ultimo termine passibile anch’esso di interpretazioni diverse.
A far luce su tali problematiche è dedicato il terzo capitolo Corresponsabilità e ministerialità. È qui che l’insistenza sulla dimensione sinodale della Chiesa può diventare la chiave di volta affinché la corresponsabilità dei laici diventi effettiva ed essi possano passare dall’“essere parte” (cosa che peraltro non è forse così condivisa) al “prendere parte” non solo agli organismi di partecipazione ma anche all’organizzazione della missione, come ricorda il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (cf. p. 107).
Se, dunque, la sinodalità pare essere la cornice strutturante il ruolo dei laici nella Chiesa, è necessario però superare una certa vaghezza e astrattezza dei discorsi in cui se ne parla e cercare di orientarsi verso il nodo cruciale, ossia «un unico soggetto comunionale deliberante» (p. 110). Si potrà così superare il “punto morto” rappresentato dal voto solo consultivo negli organismi ecclesiali di partecipazione, che sminuisce certamente la possibilità che i laici che ne sono membri realizzino pienamente la loro corresponsabilità.
In causa è qui la visione che esce dal Codice di diritto canonico, sia pure tenendo conto che l’eventuale sua riforma «non potrà garantire, da sola, la realizzazione di una maggiore sinodalità se non sarà accompagnata da un’autentica conversione nei confronti dell’azione dello Spirito e delle sue mozioni» (p. 125).
Si inscrive in questa medesima cornice anche la questione della ministerialità dei laici, che ha incontrato valutazioni diverse e alcuni fraintendimenti, in parte a motivo dell’indeterminatezza con cui veniva assunto il sostantivo “ministerialità”, fino a che non è stata rilanciata da papa Francesco, in particolare sulla base dei due principi a lui cari: il primo “la realtà superiore all’idea”, «per cui non si tratta di definire con precisione i ministeri e risolvere tutte le questioni che suscitano, ma innanzitutto di viverli»; il secondo “il tempo superiore allo spazio”, «per cui non dobbiamo essere schiavi dell’ossessione dei risultati, ma piuttosto facilitare i processi assecondando l’azione dello Spirito» (p. 146).
A questo proposito, Sartorio segnala il caso emblematico del “ministero della coppia e della famiglia” (p. 146): va riconosciuto all’Autore di aver dato rilievo a tale tematica, non frequente quando si parla di ministerialità dei laici.
In particolare, a giudizio di Sartorio, «il fatto che il matrimonio sia l’unico sacramento di cui vengono investite due persone e non un singolo, apre a una ministerialità propria della coppia coniugale che diviene segno e strumento della natura e della missione della Chiesa» (p. 157); con una precisazione importante: «non […] un ministero direttamente ecclesiale, come siamo abituati a pensare, ma un ministero affidato a una comunione di persone che significa la Chiesa e ne trasmette la linfa, quelli che si potrebbero chiamare “i fondamentali”» (p. 158).
Parallelamente, è necessario anche risolvere l’antica (e almeno in parte perdurante) contrapposizione fra celibato e matrimonio e recuperare la ricchezza e complementarità delle due vocazioni, anche considerando che la valorizzazione ecclesiale della famiglia potrebbe aprire una via per «contrastare quel clericalismo che irrigidisce la Chiesa fino a deformarla» (p. 164).
Le laiche e la questione femminile nella Chiesa
Nel quarto capitolo (Donne, ministeri, leadership: una Chiesa da ripensare) Sartorio affronta la questione della presenza delle donne nella Chiesa, del loro accesso ai ministeri e alla leadership.
Come si sa, è un tema che suscita accesi dibattiti, alimentati anche dall’evidente contraddizione per cui, da una parte, la maggioranza dei fedeli attivi nella pastorale è composta da donne, mentre, dall’altra, assai poche sono quelle che hanno ruoli di responsabilità o posizioni apicali.
Il capitolo percorre, con attenzione e senza risparmiare osservazioni critiche (come quelle riservate alla espressione “genio femminile” cara a Giovanni Paolo II), il dipanarsi del tema nei documenti magisteriali e nel dibattito teologico, rilevando che, nonostante gli importanti passi fatti a partire dal Concilio e soprattutto con il pontificato di Francesco, «se si è consapevoli che la Chiesa non può annunciare il Vangelo senza, al contempo, impegnarsi nel riconoscimento dei diritti della donna, non sembra che questa consapevolezza incida a sufficienza su paradigmi maschilisti di lungo corso che proprio nella Chiesa hanno trovato conferma e rinforzo per secoli» (pp. 216-217).
Occorre quindi “un balzo in avanti”, e questo può essere rappresentato proprio dalla sinodalità; infatti «assumere la sinodalità ordinaria quale forma portante della vita ecclesiale comporta l’affrontare il nodo della soggettualità delle donne, ampliando gli spazi di presenza pubblica e superando il glass ceiling (soffitto di cristallo, ndr) che segna la vita ecclesiale a tutti i livelli» (p. 217).
E su questa strada, sulla quale pure si è andati molto avanti, rimane ancora parecchio da fare; e certamente nel da fare c’è anche il faticoso cammino per il riconoscimento del diaconato femminile.
Il libro presenta quindi un quadro in cui le luci si alternano alle ombre. Anche se la sinodalità sembra l’orizzonte propizio per avviare il cammino nella direzione giusta, perché nella Chiesa sinodale «a brillare è l’uguaglianza di tutti i battezzati all’interno di un’esperienza comune di fraternità e sororità» (p. 222), bisogna poi affrontare la prova faticosa della realtà.
Si può apprezzare, comunque, come suggerisce Theobald (citato a p. 222), che il sinodo sulla sinodalità assomigli molto a un concilio, con la particolarità importante che è stato per la prima volta un concilio aperto alla partecipazione massiccia della componente laicale.
Sartorio ci offre un panorama documentato e approfondito, ma senza pedanterie, che può essere di grande aiuto per ricostruire il percorso avvenuto, utile soprattutto per chi, per età o altri motivi, non ha avuto la fortuna di seguirlo per così dire in “presa diretta”.
Un ottimo strumento, dunque, per gli studenti, e per gli altri una lettura che aiuta a fare memoria perché, fornendo un’ampia rassegna critica delle principali posizioni magisteriali e teologiche in materia, mette a disposizione una bussola per orientarsi ed evitare partigianerie inconcludenti.
*Ugo Sartorio è nato a Gambara, in provincia di Brescia, nel 1958. Sacerdote e giornalista, diventa religioso francescano conventuale con voti perpetui nel 1986; nello stesso anno consegue la licenza in Teologia con una specializzazione in Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana. Dopo aver insegnato Teologia fondamentale dal 1987 all’Istituto teologico sant’Antonio dottore di Padova e presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione di Padova, nel 2005 diventa Direttore editoriale (e, dal 2010, Direttore generale) del „Messaggero di sant’Antonio“. Dal 1988 al 1997 e di nuovo dal 2005 è anche alla direzione della rivista di aggiornamento teologico „Credere Oggi“.






