La cena pasquale ebraica come la visse Gesù

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Foto: ©SDA.

Pasqua 2023: La missione San Giuseppe di Karlsruhe rivive la cena pasquale ebraica

– di Angela Saieva –

Mercoledì 5 aprile, la missione san Giuseppe di Karlsruhe si è raccolta nel ristorante Da Giovanni per una Seder haggada Pesah. È una cena speciale, un rito fatto da gesti antichissimi come fece Gesù, nell’ultima cena. Il rito, ancora oggi, si divide in quattro parti accompagnate da quattro coppe di vino, una per ciascuna parte. Nel celebrare il Seder, si legge l’Haggadah, una forma di narrazione che racconta la storia degli Ebrei, in particolare l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto. Il missionario di Karlsruhe, don Waldemar, dopo aver officiato una breve liturgia della riconciliazione, ha introdotto i presenti alla Cena ebraica accendendo le candele della Menorah, il candelabro ebraico dalle sette fiamme (braccia che ricordano i sette giorni della creazione).

Perché fare una catechesi eucaristica fatta sull’ultima cena di Gesù, la cena della Pasqua ebraica?
Le nostre origine cristiane provengono dalla religione e fede ebraica. Gesù era ebreo, si è sottomesso alla legge e festeggiava anche tutte le feste giudaiche e anche la Pasqua. Noi parliamo dell’ultima cena di Gesù ma tante volte non conosciamo la Pasqua ebraica. Ovviamente, questa, non è una mia invenzione. Quando andai nella diocesi di Civita Castellana, con questa catechesi, m’incontrai in tantissime parrocchie il giovedì sera. Là, dopo la messa in coena Domini, facevano questa cena ebraica per spiegare ai parrocchiani da dove fosse venuta la santa Messa, in che contesto Gesù prese il pane e poi il vino, com’era questa cena, questa Pasqua. Qui nella missione a Karlsruhe, è il secondo anno che la facciamo.

Come ha accolto la comunità la proposta di celebrare la cena ebraica?
L’anno scorso eravamo in quattordici, era una novità che ho proposto al consiglio pastorale. Adesso, il numero di partecipanti è raddoppiato, siamo in ventinove. Vedo che è stata apprezzata la mia proposta. È una cosa bella. Questa forma di catechesi, quest’anno, l’ho offerta anche a coloro che si preparano alla cresima. Oggi siamo un bel gruppetto riunito Da Giovanni per questa cena ebraica, il proprietario ha gentilmente acconsentito ad aprirci il locale nel loro giorno di riposo.

Perché alla stragrande maggioranza di persone che conosce la lavanda dei piedi, Lei ci porta a conoscenza del lavare le mani?
Nella cena ebraica, c’è anche questo rito. Gli ebrei facevano abluzioni prima di prendere un pasto e “Gesù” essendo capotavola, per primo si lava le mani e passa una bacinella e l’asciugamano per far lavare le mani agli altri che siedono a tavola. Gesù ha fatto il successivo gesto, ha lavato i piedi. Un segno di grande umiltà, poiché soltanto i servi lavavano i piedi ai padroni, ed ecco che così facendo Egli ha voluto dire: dovete lavare i piedi, così come servire gli uni agli altri. Così facendo, nella messa in coena Domini del giovedì, le persone conoscono e comprendono anche meglio la nostra messa, il rito e i suoi segni che hanno un preciso significato e collegamento anche con la fede ebraica. Diversamente, il tutto sembrerebbe accampato in aria e rimarrebbe incompreso.

Perché propone questo particolare incontro ai suoi parrocchiani?
Perché auspico che possano crescere nella consapevolezza della nostra fede e della partecipazione all’Eucarestia. Desidero che la gente capisca, che non rimanga ignorante, perché un ignorante si può governare più facilmente. Desidero che le persone siano libere di scegliere e che i riti non siano scambiati per riti magici di uno sciamano. Ecco, questo è il mio obiettivo, aiutare le persone a conoscere la nostra fede, conoscere Cristo e anche i riti che sono nella Chiesa, per viverli più consapevolmente e fare consapevolmente le scelte della propria vita. Affinché, uscendo dalla chiesa siano liberi di dire: “No, io non ci credo e abbandono” oppure dire “Signore, ti ringrazio che riesco ancora a vivere la mia fede più profondamente e non per tradizione, solo perché i miei genitori mi hanno portato in chiesa etc. Io non sono un governatore ma sono solo uno strumento, come ho scritto anche nell’immaginetta della mia prima messa, che conta oggi trent’anni: “Signore, fa di me uno strumento della tua pace e del tuo amore”.