Joseph Ratzinger e Benedetto XVI

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Benedetto XVI. Foto: ©Di Lene, commons.wikimedia.org

Colloquio con Simone Paganini a cura di Paola Colombo – A pochi giorni dalla sua scomparsa cerchiamo di dare qualche coordinata per comprendere Joseph Ratzinger, il suo pontificato e il suo pensiero teologico con l’aiuto dei nostri collaboratori, il teologo Simone Paganini e il filosofo Michele Illiceto. Simone Paganini, teologo, biblista, insegna all’università tecnica di Aquisgrana, Lei ha un ricordo personale di Joseph Ratzinger. Ce ne parla?

Conservo di lui un bel ricordo. Anni fa stavo scrivendo la mia tesi di dottorato in esegesi dell’Antico Testamento e mi trovavo a Monaco di Baviera al Georgianum, un collegio per sacerdoti e teologi, e in quei giorni c’era anche Ratzinger. Ebbi l’occasione di parlare a lungo con lui durante la cena e rimasi piacevolmente stupito dalla sua capacità comunicativa e dal suo umorismo. Era molto gradevole parlare con lui. Il grande teologo Joseph Ratzinger si rapportava a noi giovani con semplicità. Quella sera non conobbi solo il cardinale e il teologo ma anche l’uomo Ratzinger.

Sicuramente la prima cosa che si ricorderà di papa Benedetto XVI (2005-2013), per chi non conosce il suo pensiero teologico e per i non credenti, sono le sue dimissioni da pontefice, una rinuncia lucida, onesta, fatta nella consapevolezza dei propri limiti, come disse. Un gesto che sottolinea il ministero pontificale come servizio e che consegna Benedetto XVI alla storia. Un gesto “di umiltà, di ammissione di inadeguatezza, di fragilità del potere, di ogni potere, compreso quello origine divina”, ha scritto Marco Damilano (Domani, 02.01). Ratzinger, teologo, “un uomo riluttante al governo” – così Alberto Melloni, storico delle religioni, – si è trovato “al centro di una fase di disordine sistemico nella chiesa cattolica che non aveva precedenti dall’inizio del Cinquecento” (ispionline.it, 31.12). Che cosa ne pensa Lei, Simone Paganini?

È scomparso l’unico papa emerito nella storia della Chiesa, un titolo che si era dato lui. Sul motivo delle dimissioni di Benedetto XVI si è discusso e si discuterà all’infinito. Chi vede in Benedetto XVI un papa modello ne sottolinea l’umiltà e parla di rinuncia, chi lo valuta più criticamente si concentra sulla sua incapacità di volere o poter risolvere i problemi della Chiesa e parla di abbandono. Il pontificato di Joseph Ratzinger è sicuramente un avvenimento estremamente complesso nella moderna storia della chiesa. Ma Ratzinger non è stato una vittima degli sviluppi, quanto piuttosto artefice di questi sviluppi, che forse non ha avuto la forza o il coraggio di affrontare fino alla fine, e per questa si è dimesso. Anche sulle radici del problema degli abusi sessuali lui le cercava non in una struttura ecclesiale sistematicamente problematica, ma in una società libertina figlia della contestazione degli anni ’60.

Il suo successore, papa Francesco, con la “Lettera al popolo di Dio” (2018) ha invece scritto che la crisi degli abusi sessuali non va cercata fuori ma nella struttura gerarchica della Chiesa, che Bergoglio definisce clericalismo. Ma che cosa intende dire che Benedetto XVI è stato artefice di sviluppi che non ha affrontato?

Ratzinger è stato un teologo importante negli anni ‘70-‘80 del secolo scorso. Poi è diventato cardinale, poi prefetto per la Dottrina della Fede (1982-2005) e infine Papa. Sia nei rapporti con la Chiesa protestante, che con l’Islam, che con il giudaismo, che anche con il mondo moderno, secondo me non è stato capace di tenere separato il suo pensiero teologico dal pensiero teologico della Chiesa, bloccando sviluppi teologici estremamente interessanti, – come quelli di teologie contestuali, come la teologia della liberazione, le teologie ecumeniche, interreligiose o le teologie femministe – che avrebbero meritato un confronto aperto invece di una censura più meno senza possibilità di ritorno. Faccio un esempio: Ratzinger ha scritto una biografia di Gesù, non come semplice studioso, ma come Papa. Indipendentemente dal loro successo editoriale, i tre volumi mostrano la sfiducia di Ratzinger nei confronti di un certo tipo di teologia e in generale della teologia ed esegesi biblica come scienza perché fondamentalmente non si cura dei risultati esegetici degli ultimi trent’anni sulla figura del Gesù storico e sul Nuovo Testamento.

Questa sfiducia si legge anche nel suo testamento spirituale (29 agosto 2006), ma ci aiuti a capire meglio. Nel suo testamento spirituale c’è una parte dedicata agli affetti personale, si legge la gratitudine verso i genitori, il fratello, la sorella, l’amore verso la sua terra di origine, la Baviera, “nella quale” – ha scritto – “ho sempre visto trasparire lo splendore del Creatore stesso”, e la sua gente. Nel testo Benedetto XVI chiede poi perdono se in qualche modo ha fatto torto a qualcuno, per poi proseguire con l’appello a rimanere saldi nella fede: “Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica”. Anche sulle scienze bibliche ha “visto crollare tesi che sembravano incrollabili”. Si può dire che qui è riassunta la sua critica al relativismo che tocca anche le scienze bibliche e la teologia?

In quella che Ratzinger ha definito la “dittatura del relativismo”, lui ha visto una cosa negativa da combattere e non piuttosto una possibilità di relazionarsi in maniera nuova e dialogica con un mondo in cambiamento in cui i tradizionali valori cristiani (anche se Benedetto XVI non ha quasi mai pensato in termini “cristiani” ma fondamentalmente solo in termini di “chiesa cattolica”) non comunicano più nulla. Ratzinger come teologo ha, per lo meno all’inizio, da un lato cercato di presentare un cristianesimo incarnato nella storia, dove il rapporto tra fede e ragione potesse essere inserito in una riflessione globale, dall’altro, anche da Papa, è rimasto un teologo fermo a posizioni che si possono definire apologetiche. Attaccato a una tradizione cattolica spesso riletta in maniera monodirezionale – una direzione data da lui come prefetto del dicastero per la Dottrina della Fede – il suo sforzo maggiore è stato proprio quello di cercare di mitigare gli sviluppi riformisti del post-concilio. Solo che ha fatto questo in un periodo in cui da molte parti della chiesa – soprattutto all’interno della chiesa europea e tedesca – si alzava la voce per ottenere se non un Concilio Vaticano III perlomeno un dialogo aperto in tema di riforme, sussidiarietà, ruolo della donna etc. Ratzinger si è profilato come “difensore della fede” senza rendersi conto che andava a perdere tutta quella parte di cristiani critici, aperti, attenti alla Bibbia e desiderosi di una teologia contestualizzata e non assolutista.

Che cos’è allora la “ragionevolezza della fede”? È possibile ancora pensare a una teologia non contestualizzata, non incarnata nella storia?

È sintomatico che nel suo testamento spirituale Benedetto XVI invece di guardare in faccia ai reali problemi si riferisca a una diatriba di teologia puramente speculativa – fideismo o razionalismo – e staccata dalla realtà, non solo del mondo moderno areligioso, ma anche del mondo cristiano. Chi si aspettava nel testamento spirituale di Benedetto XVI una visione aperta e innovativa è rimasto nuovamente deluso. Discutere di fede e ragione, di “ragionevolezza della fede”, tuttavia non basta a risolvere i problemi concreti che la Chiesa si trova ad affrontare oggi e purtroppo non l’aiuta davvero.