Impulsi per la parrocchia del futuro

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In attesa in aeroporto
Padre Hans Paul Dehm, in attesa del volo per Napoli ©Archivio personale

Colloquio con padre Hans Paul Dehm, responsabile diocesano a Fulda della comunità d’altra madrelingua, sulle prospettive per una pastorale che faccia incontrare le persone delle diverse comunità.

Padre Hans Paul Dehm è da nove anni responsabile delle comunità d’altra madrelingua nella diocesi di Fulda. Il suo compito è fare in modo che tutto funzioni, che ci sia il personale. Se c’è necessità celebra l’eucarestia in italiano presso la comunità o in inglese presso la comunità filippina. È stato parroco a Francoforte, Hanau, in comunità dalla forte presenza di italiani e filippini; è stato anche nella pastorale militare nella Landa di Luneburgo (Lüneburger Heide). Ha vissuto alcuni anni in Italia: ha fatto il noviziato nell’ordine teutonico nella casa provinciale in Alto Adige e ha studiato a Roma.

Come è la situazione della comunità cattolica italiana di Fulda?

Qualche anno fa ci siamo trovati in una situazione in cui non c’era un sacerdote italiano in tutta la diocesi e c’erano due donne (Francesca Vindigni e Anna Ferrari) che si sono prese cura delle comunità italiane e cercavano i sacerdoti che potessero dir messa in lingua italiana con regolarità. Poi con l’aiuto di padre Tobia Bassanelli siamo riusciti ad avere il primo sacerdote italiano, padre Antonio Gelsomino per la Missione italiana di Fulda. Adesso ci troviamo, con anche padre Giuseppe Tomiri a Stadtallendorf, nell’invidiabile situazione di avere due sacerdoti italiani in diocesi, e la differenza si vede, non solo per la lingua ma anche per la cultura e la mentalità, se un prete è italiano o parla solo italiano.

Le singole diocesi in Germania come pure la Conferenza episcopale tedesca con la XIV commissione stanno lavorando per attualizzare la pastorale delle comunità d’altra madre lingua. Che prospettive ci sono? Che cosa potete fare affinché i cattolici in Germania siano una comunità vitale in crescita nelle differenze? Se penso alle comunità cattoliche italiane da una parte abbiamo le persone, le giovani famiglie arrivate da poco in Germania con l’ondata migratoria degli ultimi dieci, dodici anni; dall’altra assistiamo a un cambio generazionale, siamo alla terza, quarta generazione di italiani.

Ho lavorato come parroco ad Hanau e Francoforte in due comunità dove c’erano molti stranieri e lì mi chiedevo che cosa succede con gli italiani di seconda e terza generazione che non si ritrovano più nella comunità italiana, che hanno problemi con la lingua italiana e l’Italia per loro è il paese dei loro nonni e delle vacanze. Ma si trovano bene nella comunità tedesca? È la loro casa, la loro Heimat? Nella comunità tedesca di una città, per esempio, ci sono per la Prima Comunione tre bambini tedeschi, tre italiani, due filippini, uno croato e uno indiano. In questo caso si fa una celebrazione a più lingue, multiculturale. Ma in un paesino, dove si trova un bambino italiano, uno polacco, viene fatta una celebrazione tradizionale non internazionale. I bambini ricevono i sacramenti ma è difficile integrare la loro vita in quella della comunità.

C’è eterogeneità nelle comunità tedesche ma anche in quelle italiane al loro interno sono molto variegate, ci sono gli italiani residenti da decenni in Germania e i nuovi arrivati.

Un collega della diocesi di Mainz tempo fa mi disse: “Dobbiamo fare attenzione perché spesso nelle missioni viene conservata una cultura che non esiste più nei paesi di origine”.

Che cosa intende?

Conservano una cultura dei tempi passati di quando sono arrivati in Germania. Coltivano l’ambito della loro italianità ma hanno pochissimi contatti con la chiesa tedesca. Sono un grande sostenitore delle comunità di altra madrelingua anche pensando ai nuovi che arrivano in Germania e hanno bisogno di ritrovarsi in una comunità.

Che cosa si può fare allora?

La celebrazione comune dell’eucarestia non basta ma anche le feste non bastano per risvegliare l’interesse nell’altro. Occorrono spazi di incontro, che coinvolgano anche il personale delle comunità, per esempio: un viaggio in Croazia dove partecipano anche i collaboratori pastorali della chiesa locale tedesca. A volte la necessità ci fa trovare delle soluzioni: a Stadtallendorf Francesca aveva a disposizione per la comunità italiana solo una volta al mese un prete che parlava italiano. Per questo organizzò una seconda messa con elementi in italiano, una lettura o la preghiera dei fedeli, rivolta sia alla comunità italiana e che a quella tedesca e celebrata da un sacerdote tedesco. Si creò un clima di fiducia reciproca, di comunione, le persone non erano più estranee fra loro. Quando poi arrivò padre Antonio Gelsomino, nato e cresciuto a Pforzheim, continuò con questo formato proponendosi come celebrante di questa messa in tedesco con elementi italiani. In questo modo mostrò che non si stava occupando solo della comunità italiana, ma che intendeva sostenere anche quella tedesca. E questo atteggiamento ha aperto porte. Quando padre Antonio ha bisogno della sala parrocchiale, va nell’ufficio parrocchiale, chiede e ottiene. Incontrarsi, lavorare insieme, celebrare e festeggiare insieme dà risultati, ma spesso non c’è neanche una festa in comune. Accade anche che alla festa di una parrocchia le comunità di altra madrelingua non vengano invitate.

Ci vuole coraggio ad aprirsi e spesso è difficile comprendere la religiosità degli altri con le loro tradizioni. Ritiene che ci sia bisogno di maggiore formazione interculturale nelle parrocchie tedesche?

Sta sfondando con me una porta aperta. Nella conferenza federale sulla pastorale di altra madrelingua si dice che è un grande deficit che i parroci tedeschi delle comunità territoriali non vengano preparati alla multiculturalità. Se un sacerdote si trasferisce dai Monti Rhön ad Hanau e i fedeli tedeschi alla messa sono solo il 25%, che fa? Va avanti come sempre come faceva nel suo paesino, senza cambiare il suo stile?

Quali sono alla luce di tutto questo le prospettive per una chiesa del domani? Si parla anche di chiesa in diversi luoghi (Kirche an verschiedenen Orten) che cosa si intende, come si può concretizzare?

Il nostro vescovo, Michael Gerber, nell’ambito del processo pastorale, vuole uscire dallo stretto e rigido principio territoriale, cosa che non è proprio del tutto possibile perché questo è ancorato nel diritto canonico. Lui ripete che la parrocchia del futuro sarà un insieme di luoghi dello spirito, quindi una parrocchia territoriale, un monastero, una comunità di altra madre lingua, un nuovo movimento spirituale. L’idea è che in questa nuova tipologia di parrocchia, questi differenti luoghi spirituali possano incontrarsi a pari dignità e che la direzione di questa grossa e nuova parrocchia dovrà tener presente che tutti questi elementi dovranno partecipare, interagire fra loro, rispondere a dei criteri diocesani, essere sostenuti ma anche impegnarsi. La situazione ideale sarebbe allontanarsi dal principio che assegna alla parrocchia territoriale tutte le possibilità e non ne lascia nessuna alle missioni, e comprendere che le diverse realtà hanno pari diritti. Ma questo come si può fare con del personale di vecchio stampo? Si tratta anche di distribuire le risorse e le comunità territoriali hanno paura di perdere qualcosa che poi mancherà loro. Che invece possa essere un arricchimento, non l’hanno ancora capito. Infine occorrono formati in cui si possa collaborare insieme non solo dal punto di vista amministrativo, non solo avere la chiesa come edificio in comune, ma essere chiesa insieme, dove incontrare e vivere l’altro.


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