“Il sale della terra: il contributo della Chiesa per la coesione sociale”

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Intervento del Direttore Generale della Migrantes don Gianni De Robertis al convegno nazionale delle comunità di lingua italiana in Germania, 17/09/2019

Buongiorno. Proverò a dirvi qualcosa a partire dal tema del vostro convegno. Anche se sono venuto soprattutto per ascoltare, per conoscervi. Infatti vi confesso che il mondo dell’emigrazione italiana è un mondo che conosco poco – lo sto conoscendo solo adesso – sono forse l’unico pugliese che non ha nessun parente emigrato! Ora però ho un nipote a Londra, ma non so se sia corretto chiamarlo emigrato o piuttosto in mobilità perché non credo che Londra sarà la sua meta definitiva.

Questa mia piccola esperienza personale ci dice che l’emigrazione italiana non è affatto un capitolo che appartiene al passato del nostro paese, una realtà residuale, ma al contrario in questi ultimi anni è ripresa in modo consistente, pur con profonde trasformazioni dal punto di vista delle modalità, della composizione e delle destinazioni, così come il nostro RIM fotografa egregiamente anno per anno.

Provo dunque, a partire dal tema del convegno, a dirvi 2-3 cose che mi sembrano importanti oggi:

 1.  Nel luglio dello scorso anno partecipando all’incontro dei direttori europei delle Migrantes a Stoccolma, siamo stati accolti dal Cardinale Arborelius con queste parole: “Vi accoglie una Chiesa di migranti. Infatti la Chiesa cattolica in Svezia è rinata grazie all’arrivo dei migranti. Io stesso sono il primo Vescovo nativo del paese dopo secoli, anche se mia madre è inglese e mio padre … Siamo una piccola Chiesa, ma guardata con simpatia, soprattutto perché vedono realizzato in noi ciò che è così difficile vedere nella nostra società, e cioè una integrazione fra i diversi popoli”. E in effetti l’Eucaristia che abbiamo celebrato la domenica nella Cattedrale di Stoccolma ne era una splendida immagine, vi partecipava gente di tutti i colori, e al buffet che è seguito, si sono uniti a noi anche alcuni Tsiganes che chiedevano l’elemosina alla porta della Chiesa.

La comunità ecclesiale può dare un grande contributo alla coesione sociale del paese se vive la sua cattolicità. E cioè se da un lato riconosce e apprezza le differenze (linguistiche, culturali, religiose, ecc) che non sono un ostacolo da cancellare ma una ricchezza da valorizzare: perdere la propria lingua è venire derubati del proprio bagaglio di umanità e di fede, è perdere le proprie radici. La pretesa di unificare assimilando genera Babele, genera solo spaesamento e rancore, come è mostrato ironicamente nel film di Nino Manfredi “Pane e cioccolata”, ma dall’altro si è capaci di mettere in dialogo le differenze, di fare in modo che esse non restino giustapposte, che si contaminino per creare qualcosa di nuovo. “Colori diversi per un’unica tenda” è stato il titolo del nostro convegno nazionale celebrato lo scorso aprile che ha voluto riprendere il tema del Sinodo minore di Milano.

Noi non siamo i custodi di un museo, di tradizioni con la T minuscola!, ma i testimoni del Vangelo di Gesù capace in ogni epoca di generare una società nuova. Ma per fare questo dobbiamo essere disponibili al cambiamento, al soffio dello Spirito che ci spinge verso traguardi sempre nuovi, di superare le distanze che ci separano (un esempio a Gross Gerau, la via crucis)

 2.  Una seconda cosa che voglio dirvi anticipa già quello che sarà il tema del Convegno delle comunità di lingua italiana nel mondo che pensiamo di celebrare nell’ottobre 2020 a Roma: “I migranti, le comunità di lingua italiana nel mondo e la missione cristiana”. Per quanto possa sembrare assurdo siete voi, i migranti, il sale della terra e i protagonisti della missione cristiana. Così è stato nel primo secolo, il Vangelo si è diffuso anzitutto grazie a quei cristiani come Aquila e Priscilla e tanti altri che per motivi di lavoro o persecuzioni erano costretti a spostarsi. E così dovrà essere anche oggi se vogliamo che il Vangelo torni a risuonare in Europa, dobbiamo dare consapevolezza ai nostri migranti che attraverso le vicende della vita sono stati condotti dallo Spirito, come Giuseppe in Egitto, là dove sono, per testimoniare il Vangelo e garantire un futuro al popolo di Dio. Ciò che ci hanno raccontato i nostri padri non deve morire sulle nostre labbra, nella convinzione che anche nell’Europa secolarizzata di oggi Dio ha un popolo numeroso

 [9]E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, [10]perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». [11]Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio (Atti degli Apostoli 18,9-11).

 3.  Infine vorrei dirvi di non dimenticare l’Italia, anche se a volte l’Italia si dimentica di voi. La vostra missione di essere sale della terra, di contribuire alla coesione sociale, non riguarda solo la Germania, ma anche l’Italia. Ci aspettiamo in questo da voi un contributo fondamentale. Anche se so che spesso a discriminare gli ultimi sono proprio i penultimi! In Italia non è raro trovare immigrati che votano Lega perché non vogliono che altri arrivino dove loro sono arrivati.

Sapete che negli ultimi anni il clima sociale in Italia è molto cambiato. Essere straniero, specie se di colore, o un così detto migrante economico, è per se stesso una colpa. Anche se interi settori dell’economia italiana non potrebbero prosperare senza di loro: penso all’agricoltura, all’allevamento, alla cura degli anziani, alla ristorazione ecc. Ma anche solo aiutare uno straniero è divenuto un gesto riprovevole, che suscita diffidenza e ostilità più che ammirazione.

Nella Bibbia molto spesso il comando di amare lo straniero viene motivato con la memoria di essere stati noi stessi stranieri: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. 34 Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Levitico 19,33-34).

Voi dovete essere la memoria vivente che siamo tutti stranieri e pellegrini in questo mondo, alla ricerca di una Patria migliore. Che non ha senso dividerci in “noi” e “loro”. E che se vogliamo che i nostri figli non siano discriminati o sfruttati negli altri paesi, dobbiamo noi per primi trattare con umanità chi viene nel nostro.

Grazie dell’ascolto, grazie anche delle osservazioni e delle domande che vorrete rivolgermi. E spero di vedervi tutti nell’ottobre 2020 a Roma.