Convegno Europeo Migrantes: esperienza ricca e prospettive per il futuro. La voce dei partecipanti

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Migrantes, Conferenza episcopale italiana
©Fondazione Migrantes

Vi ringrazio e vi incoraggio a pensare con creatività ad una visione che guardi al futuro delle nostre comunità radicate nel Vangelo” con queste parole papa Francesco ha salutato gli oltre 150 partecipanti al Convegno Europeo Migrantes. Il discorso completo del Papa si trova qui.

In attesa che arrivi papa Francesco

di Paola Colombo

E difatti il Convegno Europeo della Migrantes (Roma, 9-12 novembre) si è focalizzato sulle prospettive future delle comunità cattoliche italiane in Europa. Dalla fotografia sul presente, complesso e difficile, per esempio, sulle realtà „limitrofe“ delle poche comunità cattoliche in Svezia, su quelle marginali di Bruxelles, si può intravedere un cammino e iniziare a percorrerlo per il futuro. Evangelizzazione. Come? Perché? E che cosa vuol dire oggi? Alla Migrantes va il merito di aver articolato un programma che ha colto l’invito del Papa. La scelta dei relatori, l’impronta data dai loro contributi, l’organizzazione dei lavori di gruppo fra i partecipanti, l’udienza stessa da papa Francesco, tutto ha contribuito a rivolgere lo sguardo sulle potenzialità del tempo che viviamo, sulle sfide che la nostra realtà ci mette di fronte: la migrazione di altre genti che arrivano in Europa, la crisi della Chiesa in vari contesti nazionali, il fatto che il cristianesimo „non detiene più da tempo il monopolio delle coscienze“. Uscire dalla zona di comfort perché la storia è sempre storia di salvezza, ha ricordato il cardinale Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, l’unico vescovo cattolico del paese scandinavo. Papa Francesco tempo fa disse che non siamo di fronte a un’epoca di cambiamenti ma a un cambiamento d’epoca. Non è difficile cogliere questa verità in diversi ambiti del presente. Ma allora in questo orizzonte che valore ha la tradizione? La tradizione è custodire il fuoco non adorare le ceneri, ha detto don Gianni de Robertis, direttore di Migrantes e organizzatore del congresso, prendendo queste parole efficaci dal grande musicista Gustav Mahler.

Durante le giornate di convegno sono ricorse diverse metafore che descrivono la realtà delle missioni cattoliche italiane in Europa. Le metafore sono similitudini e come tali non definiscono il senso una volta per tutte ma lo aprono a risonanze diverse. Oltre a quella del fuoco, metafora di vita, abbiamo sentito quella delle radici, perché i migranti all’estero, noi, non abbiamo tagliato le radici, tantomeno si sono essiccate. Si sono invece sviluppate prendendo linfa da un altro terreno. Abbiamo avuto la metafora del fiume, siamo un fiume che nel corso della vita acquisisce affluenti, si arricchisce di vissuto. Allora se in passato le missioni cattoliche in Europa, soprattutto in alcuni paesi, hanno svolto il fondamentale compito di pastorale di assistenza, di tenuta sociale, sono state un rifugio, una casa nella casa per gli italiani emigrati all’estero, le missioni sono poi diventate e lo sono tuttora luogo di cura della vita sacramentale, di incontro liturgico e anche di incontro conviviale. Ma sempre per meno persone.

E allora quale futuro per le comunità cattoliche italiane in Europa? Che servizio sono chiamate a svolgere?

Le periferie evangelizzano il centro, abbiamo sentito durante il convegno, è stato così in passato, come ci ha illustrato Saverio Xeres, docente presso la facoltà teologica di Milano, a proposito dei primi secoli della cristianità e dall’evangelizzazione venuta da Irlanda e Gran Bretagna. Le periferie evangelizzano il centro: in Svezia, le periferie sociali dei migranti cattolici evangelizzano il centro della società. Il cattolicesimo è in crescita anche fra gli svedesi, piccoli numeri significativi. Il cardinale Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, ha raccontato che i luterani hanno ceduto 100 chiese, vuote, ai cattolici che le riempiono. (Con il nuovo millennio il luteranesimo ha cessato di essere religione di stato nel paese scandinavo). Jean Kockerols, vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles, ha detto che la domenica a Bruxelles ci sono celebrazioni eucaristiche in 23 lingue. Le missioni cum cura animarum sono state chiuse in accordo con gli episcopati di origine. C’è secolarizzazione e anche anticlericalismo in città. Vanno valorizzati i contributi di ogni cultura, in una sorta di fertilizzazione incrociata. Ma fino a quando si potranno mantenere comunità separate, chiedeva il vescovo Kockerols? Il suo auspicio è il passaggio dalla Babele alla Pentecoste. Il cambio della lingua è un passaggio molto forte, ha aggiunto.

Antonio Grasso, scalabriniano, responsabile della missione di Berna (Svizzera) riprende la frase di Kockerols „dalla Babele alla Pentecoste“. Padre Grasso, che è anche ricercatore, per il convegno ha avuto l’incarico di analizzare le risposte ai questionari che la Migrantes aveva inviato in primavera alle comunità in Europa per conoscerne la realtà pastorale e i rapporti con la chiesa locale. Padre Grasso parla di evoluzione dalla comunità linguistica alla comunità di linguaggio. Invita a pensare con creatività a missioni fraterne e accoglienti ricordando che siamo nel contempo portatori e destinatari del messaggio di salvezza. Questo impulso a essere comunità accoglienti e di linguaggio spirituale, lo si è ritrovato nel contributo del cardinale Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara, nonché presidente della Migrantes, quando ha parlato di ecumenismo pastorale. Andare incontro alimentando il carattere interculturale e interlinguistico, questa è la missione delle nostre comunità cattoliche. Ha riportato un dato che parla dell’Italia: il 52 % di quelli che vanno a messa, vorrebbero che i migranti tornassero a casa loro. Va coltivato allora un ecumenismo pastorale e un dialogo interreligioso, ha proseguito il presidente della Migrantes.

Il convegno si era aperto con la presentazione del Rapporto italiani del mondo 2021 speciale Covid-19. Stando ai dati dell’Aire gli italiani all’estero sono 5,6 milioni, ma sappiamo essere di più. Questo dato corriponde al 9,5% degli italiani residenti nella Penisola. In questo modo il convegno era decollato in una dimensione di ampio respiro circa le realtà degli italiani all’estero e in particolare in Europa.


Quali comunità sogniamo per il futuro? Che esperienze facciamo nelle nostre comunità? I partecipanti al convegno, oltre 150 fra delegati, sacerdoti, religiose e religiosi, collaboratori pastorali e volontari hanno lavorato in gruppi su questi temi. Le sintesi di questi lavori, sono ancora in fase di elaborazione. Faranno certamente parte degli atti del convegno, certamente, ma verranno inviate a tutti i partecipanti, torneranno alle comunità, riflessioni sul presente e prospettive per il futuro. Il convegno continua… e coinvolge anche chi non c’era. Chi c’era al convegno era consapevole di essere custode di un fuoco che hanno riportato a casa per alimentarlo con le altre persone delle comunità che non hanno potuto esserci.

Ecco cosa ci hanno scritto alcuni partecipanti al convegno.

Antonella Simone – Il convegno per me è stato pieno di emozioni e di informazioni molto interessanti. Si pensa sempre che il proprio mondo sia unico, ma poi ti accorgi che la tua realtà è simile anche in altri luoghi.

È stato interessante seguire all’inizio la relazione su come la cristianità si sia diffusa dalle periferie dell’Europa, e anche quella della realtà cattolica in crescita in Svezia ma con la separazione dei migranti dalla gente del luogo anche per quartieri abitativi. Beh, la prossima volta che qualcuno si lamenta dell’accoglienza tedesca saprò come rispondere! Il culmine per me è stato conoscere il vescovo ausiliare di Bruxelles, Jean Keckerols, persona simpaticissima, la realtà di quella città, e subito ascoltare dopo la relazione di padre Antonio Grasso, scalabriniano da Berna. Avevo le mie idee sul futuro delle missioni e sulla parola integrazione usata nell’ambito della chiesa. Continuo a non volerla chiamare integrazione, ma ho capito che dobbiamo collaborare di più con le parrocchie locali. Farci conoscere e partecipare alle loro attività potrebbe portare a maggiore tolleranza se non addirittura a simpatizzare con le varie usanze “etniche” delle nostre missioni di lingua madre. Il vescovo Kockerols parlava di ghettizzazione delle missioni, cioè che le missioni tendono a isolarsi. Non l’avevo mai vista così. È interessante vedere con gli occhi di altri. Per questo è importante la collaborazione, per far vedere che amiamo le nostre usanze cristiane, ma siamo interessati anche alla realtà locale. Ecco in questo dobbiamo lavorare e io personalmente mi impegnerò in questo.

Pierluigi Vignola – Ciò che in primo luogo ha colpito in questo Convegno Europeo delle Missioni Cattoliche Italiane post ed intra Covid19, è stato rappresentato dal fatto di poter guardare agli altri ed imparare e vivere anche dei suggerimenti che ci sono stati dati, aldilà delle relazioni, dal vissuto quotidiano di ognuno nell’ambito della sua nazione. Ciò che ne è emerso è che la chiesa dovrebbe essere più pastorale e meno burocratica ed i sacerdoti più pastori che funzionari. La chiesa in Europa è confrontata con una urgenza: consolidare la fede cristiana e vivere l’annuncio. Una grande criticità e difficoltà che si riscontra è la lontananza fisica dei membri delle missioni, soprattutto dei giovani, e quindi la difficoltà della partecipazione a determinate attività che vengono proposte: dalla catechesi all’eucaristia, il vivere ed interiorizzare ciò che viene presentato dai missionari e dai loro collaboratori. Ciò che vediamo è che, ovunque abbia trionfato la secolarizzazione, né l’emancipazione né l’attesa pacificazione si sono realizzate, e si è invece imposto un’atomizzazione senza precedenti dell’umanità, che ormai minaccia l’esercizio democratico delle libertà. Il cattolicesimo attraversa effettivamente una crisi molto profonda. La chiesa – missionaria – in questo processo di secolarizzazione fa sì che in determinate situazioni i cristiani sentono di far parte di un gruppo che diventa sempre più piccolo e quasi non viene più percepito dal pubblico esternamente se non nell’ambito dei media ecclesiastici. Allora vogliamo metterci davanti ad uno specchio e chiederci: “Dove siamo? A che punto siamo?”  È importante, infatti, renderci conto di come nell’Europa di oggi, mai è stato così difficile trasmettere la fede. Ecco, quindi, che si necessita di un autentico progetto di pastorale organica, anche se bisogna riconoscere che ci sono potenzialità della nostra pastorale e con queste possiamo contribuire alla pastorale delle chiese locali. Occorre però fare una seria riflessione sulle nostre comunità. Ci si chiede pertanto: quale evangelizzazione è stata fatta fino ad oggi e come? Grazie agli emigranti, l’Europa, in particolare del Nord, è diventata cristiana. Un segno dei tempi è proprio la migrazione. È importante, infatti, renderci conto di come nell’Europa di oggi, mai è stato così difficile trasmettere la fede in una situazione molto secolarizzata. In un mondo interdipendente, come non lo è stato mai così come ora, dove la mobilità delle persone da un posto all’altro del globo è intensa, e il sistema delle comunicazioni incredibilmente molto più veloce rispetto a qualche decennio fa, le religioni si muovono con il movimento delle persone. In vari modi, esse possono cambiare cercando di trapiantarsi da un posto all’altro, ed è importante renderci conto, come la storia non è più eurocentrica. L’esigenza più immediata, pertanto, è proprio quella di riuscire a trovare strategie comuni per favorire un lavoro coordinato di adeguata visibilità, accessibilità e fruibilità da parte di coloro che vivono nell’ambito delle Missioni. Certo è, che tutti finora hanno dimostrato e continuano a dimostrare, nel portare avanti tenacemente contro mille difficoltà, il lavoro di raccolta e conservazione delle “fonti”, una profonda sensibilità, un forte senso di responsabilità civile e la ferma consapevolezza dell’importanza della salvaguardia di un patrimonio che appartiene a tutti e che a tutti dovrebbe essere divulgato, un’eredità che offre importanti strumenti d’indagine e custodisce preziose chiavi di lettura per reinterpretare e comprendere meglio alcuni eventi che hanno profondamente segnato la nostra storia e quelli dei nostri avi. Le attuali sfide urgenti, quali l’integrazione dei rifugiati e dei migranti o la lotta contro l’estremismo violento, sono certamente destinate a figurare a lungo nell’agenda anche delle Missioni. Il contesto internazionale può tuttavia cambiare nei prossimi anni, e non è escluso che possiamo essere costretti a ridefinire le nostre priorità e attività. Pertanto, la chiesa in Europa è confrontata con un’urgenza: consolidare la fede cristiana e vivere l’annuncio.

Raffaele Garofalo – Il Convegno a Roma è stata un’importante occasione per riuscire a capire e condividere le esperienze e difficoltà riscontrate nelle nostre comunità. Le testimonianze dei partecipanti durante i lavori in gruppo sono state veramente interessanti e fondamentali per un approccio diverso, da attuare nella propria comunità. L’immagine usata da un relatore andare „da Babele alla Pentecoste “riassume, secondo me, molto bene l’importanza di collaborazione e inserimento nella Chiesa locale, che sono due punti essenziali per il futuro delle comunità di lingua italiana.

Diacono Riccardo RzesnyDa quando sono stato assunto nella diocesi Rottenburg-Stuttgart faccio anche parte della missioni cattoliche italiane (Mci) in Germania. Due volte all’anno la Delegazione delle Mci propone appuntamenti a livello nazionale: gli esercizi spirituali e i convegni. Per me partecipare è sempre stato un piacevole dovere. Gli incontri a livello nazionale e internazionale mi danno la possibilità di conoscere altre persone, di confrontarmi con altre realtà e automaticamente di arricchirmi. Perciò il Convegno Europeo a Roma, tanto atteso, è stato il punto forte nell’anno 2021. In più a Roma ho studiato, ho conosciuto mia moglie e lì ci siamo sposati. È stato un grande arricchimento questo convegno. Quasi dimenticavo che le nostre realtà tedesche e quelle svizzere sono molto diverse da quelle degli altri paesi. Le conferenze presentate durante il convegno da relatori qualificati sono state molto costruttive ma ancor di più i lavori di gruppo. Ascoltavo con ammirazione le esperienze dei laici organizzati in gruppi di volontariato. Loro mi hanno ridato la gioia e la speranza per il futuro. Non posso infine non nominare l’udienza con il Santo Padre, che ci ha istruiti, ci ha ringraziato per quello che facciamo, ci ha incoraggiati a proseguire il nostro impegno e ci ha dato la benedizione “Petrina” nella bellissima sala Clementina del Vaticano. Ringrazio la Migrantes per l’organizzazione e la simpatica accoglienza.

Angela Lafata Premesso che è stato difficile per me decidere in tempi di Covid-19 se partecipare o meno ad una manifestazione con più di dieci partecipanti. Posso dire con il senno di poi che ne è valsa la pena. Dopo la spinta iniziale è stato tutto più facile. Per me che non avevo mai partecipato ad un Convegno Europeo è un’esperienza da rifare. A parte le inconvenienze dovute a fattori pratici, come due luoghi di pernottamento e di distribuzione dei pasti per gli oltre 150 partecipanti, il programma in sé è stato ben calibrato. I relatori preparati e tutto il convegno, considerando le difficoltà per gli organizzatori di prepararlo e gestirlo, è riuscito in pieno. Si è potuto vedere il denominatore comune, nonostante i luoghi diversi di provenienza di ciascuno di noi. Si è potuto constatare quali fragilità e punti di forza abbiamo nel nostro piccolo e quali sistemi abbiamo adottato per ovviare a inconvenienti o problemi. È avvenuto uno scambio proficuo e si è acquisita la consapevolezza che non siamo un’isola felice, ma che inglobati nella realtà della Chiesa locale e possiamo dare un contributo consistente nell’ambiente in cui viviamo.

Il gruppo da Colonia

Thomas Raiser – Personalmente sono stato molto contento di aver partecipato al Convegno Europeo Migrantes. La partecipazione di preti e collaboratori/collaboratrici pastorali e di volontari di varie nazionalità, lingua e diocesi ha permesso di avere uno sguardo sulla varietà delle situazioni nelle comunità e missioni, inoltre è stato un bene passare questi giorni insieme con i colleghi della propria diocesi. Sono venuto al convegno in attesa della riesamina dei risultati della valutazione fatta nella nostra diocesi (Rottenburg-Stuttgart) e delle linee guida e direttive (Leit- und Richtlinien) che stiamo attualizzando per il futuro. Durante il convegno ho sentito tante volte parlare dell’atteggiamento di essere alla pari con la chiesa accogliente, aumentare la capacità di praticare una vera pastorale interculturale sia da parte del personale di comunità, sia da parte della chiesa locale. Mi è piaciuta l’immagine di don Antonio Serra (Delegato dalla Gran Bretagna) che ha parlato dell’emigrazione come un fiume, partendo da una sorgente, ma che si arricchisce sempre di più. Vivere la prossimità, tante volte richiesta al convegno, non è sempre facile, ci vuole la conversione dei cuori, un fondamento spirituale, passi concreti, andare oltre. Per una spiritualità dell’unità e della varietà non ho trovato proprio nuovi impulsi, dopo il tentativo di padre Graziano Tassello (1941-2014) non vedo novità. Anche se ho realizzato il desiderio di tanti di avere più legame con la chiesa di origine, sono sempre più convinto che la responsabilità di creare comunione insieme con i migranti è soprattutto compito della diocesi di accoglienza (padre Antonio Grasso di Berna). Inoltre mi sembra importante l’impulso a continuare con la formazione di laici volontari come operatori delle comunità ma anche come protagonisti dell’evangelizzazione. Alcuni pensieri di S.E. Anders Arborelius (vescovo di Stoccolma): spirito di servizio, precedenza del contatto personale! Gli immigrati come rimedio per un’Europa ammalata…!? In piazza S. Pietro ho visto un’opera d’arte, una barca con tanta gente, che visualizza le parole di papa Francesco: navighiamo sulla stessa barca, nessuno si salva da solo. E in mezzo della gente si vede le ali dell’angelo di Dio. Non siamo soli, Dio e con noi.

Sor Nancy TomasiniÈ stato un Convegno molto bello e ricco, organizzato molto bene e in modo competente. Non c’è stato un momento in cui io abbia avuto la sensazione di perdere tempo o di annoiarmi e questo non è affatto scontato in un convegno di diversi giorni! Questo porta molto merito alla Migrantes e a tutti gli organizzatori e relatori. Mi ha colpito anche la provenienza variegata dei partecipanti: non c’erano solo missionari o delegati delle varie comunità di lingua italiana in Europa, ma c’era una presenza di diversi seminaristi dalla Puglia e dalla Sicilia e questo è stato proprio un bel segno di interesse dei vescovi e dei seminari riguardo alla pastorale italiana all’estero. I lavori di gruppo poi sono stati svolti in modo molto valido e sinodale, ognuno ha avuto la possibilità di esprimersi e dare il suo contributo ed il tutto è stato diretto in modo che non restino mere condivisioni, ma in modo da poter trarre delle conclusioni e linee concrete che ci possano aiutare per il futuro. Anche le sante messe sono state un momento ricco e vivo in cui si è sentita una ventata di spiritualità di impronta propriamente italiana, sia per la familiarità e la disponibilità dei vescovi e cardinali che hanno presieduto, che per la vivacità dell’animazione musicale anche questa di sensibilità italiana. Il culmine sicuramente è stato comunque l’incontro con papa Francesco! Mi ha colpito particolarmente il suo sguardo vivace e contento che ha avuto appena ci ha visti entrando in sala e poi l’affabilità che lo caratterizza. Grazie a don Gianni e a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questo Convegno.

Un momento della celebrazione eucaristica con la preghiera dei fedeli preparata dalle comunità italiane di Germania

Gisella Adam – È stata la prima esperienza a un Convegno Europeo Migrantes. Ho ascoltato con grande interesse e attenzione i contributi dei relatori, nelle quali cui trovato risposte alle mie domande. Quello che mi ha particolarmente colpito sono stati i lavori di gruppo, il conoscerci. Il sentire come gli altri paesi vivono la loro Missione, le loro preoccupazioni e le loro gioie. Ora vedo il mio lavoro da una prospettiva diversa.  Ci metto ancora più sensibilità, più comprensione e amore e spero che le missioni continuino a esistere anche nel futuro e che i giovani non dimenticano le loro radici. Il convegno è stata un’esperienza di vita, coronata dall’udienza con papa Francesco.

Assunta Garofalo – Sono rimasta piacevolmente colpita dal Convegno. È stato bello incontrare i missionari e laici di tutta Europa e di poter ascoltare le varie esperienze e opinioni. Con me porto sicuramente una visione più aperta verso tutte le comunità e le loro realtà. Anche gli interventi dei relatori sono stati interessanti e mi hanno dato tanti spunti di riflessione. Soprattutto dalla relazione del vescovo ausiliare di Bruxelles Jean Kockerols mi ha colpito molto l’espressione „Da Babele a Pentecoste“. Un obiettivo che dovremmo avere tutti a prescindere dal paese in cui ci troviamo o dalla nazionalità. Il clima fra noi durante questi giorni è stato molto bello e soprattutto c’era tanta voglia di ascoltarsi e di stare insieme. Il programma è stato molto intenso, ma ha permesso a tutti noi grazie ai lavori di gruppo di avere delle idee più chiare sui passi da fare concretamente per il futuro. L’incontro con il Papa è stato molto emozionante ed è stato bello condividere questo momento con tutti coloro che hanno partecipato al Convegno e che sono un punto fermo per tanti italiani all’estero. 

Pina Baiano –Una piccola premessa: quando è arrivata la circolare nel mese di maggio con l’invito per il convegno mi sono messa a fare “il trapano” nelle orecchie del missionario e delle colleghe delle varie missioni qui in Baviera per convincerli a partecipare. Con grande gioia ci sono riuscita, siamo partiti in cinque. Questa esperienza è stata per me più che positiva. Ho potuto conoscere e apprezzare le mie colleghe sotto il profilo umano e privato, non solo lavorativo. Conoscere altre persone che hanno lo stesso desiderio e lo stesso amore nello svolgere questo bellissimo lavoro o volontariato, mi ha fatto capire che anche se il periodo in cui ci troviamo è molto particolare e triste, allo stesso tempo c’è tanta volontà di andare avanti e di non arrendersi. La voglia di donarsi agli altri l’ho riscontrata nei lavori di gruppo di come ciascuno cerca di avvicinarsi ai propri connazionali nelle comunità. I momenti in cui ci si riuniva per pranzo e cena erano pieni di fraternità e voglia di conoscersi. Le Messe sono state sempre ricche di partecipazione e ho sentito una profonda unione nella preghiera da parte di tutti noi presenti. Che dire poi dell’incontro con il Papa, una grande emozione che mi ha portato tanta energia positiva. Quello che mi ha colpito è stato il sorriso che papa Francesco è riuscito a donare a ciascuno di noi, nel momento in cui ci siamo avvicinati per salutarlo. Un sorriso nel quale ho visto forza, gioia e voglia di dire a tutti noi: continuate ad amare il prossimo. Spero di poter trasmettere questa esperienza alla mia comunità con il sorriso che mi è stato donato da Papa Francesco durante l’udienza.

Padre Giuseppe Tomiri – Il Convegno Europeo della Migrantes è stato organizzato molto bene. Le relazioni sono state molto interessanti e attuali, tenute da relatori non accademici ma da persone che vivono sul campo nei vari contesti nazionali europei le varie problematiche dei migranti e rifugiati. Hanno messo in luce che il cammino da fare per mettere in atto le linee guida di papa Francesco su accogliere, proteggere, promuovere, integrare, è ancora lungo. Forse si potrebbe mettere in risalto con una relazione aggiuntiva le differenze che esistono tra le missioni cattoliche nei vari contesti nazionali. È stata poi per me molto interessante la relazione del vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles Jean Kockerols che ci ha fatto comprendere che anche la Chiesa a livello locale dovrebbe vedere le comunità di madrelingua o missioni cattoliche come una ricchezza e una risorsa per il cammino ecclesiale del popolo di Dio. Lo stare insieme è stato molto formativo soprattutto con i fuori programma che ci hanno fatto comprendere la bellezza della fraternità. È bello poter creare queste occasioni di incontro, visto che il più delle volte non ci riusciamo, troppo presi dal lavoro pastorale. I lavori nel mio gruppo sono stati molto formativi perché abbiamo avuto occasione di condividere le nostre esperienze pastorali. Abbiamo messo in luce le differenze che esistono, per esempio fra chi lavora in Belgio o in Germania. È mancata una sintesi finale che riassumesse tutto il lavoro svolto nel convegno.

Laurette BalasMi sono resa ancora più consapevole del nostro ruolo di missione cattolica italiana all’estero. La nostra identità come persona migrante è in divenire. La migrazione è un fenomeno sempre attuale e riguarda tanti giovani, assenti nella nostra chiesa e che dobbiamo andar a cercare. La migrazione costituisce un patrimonio, una ricchezza culturale, una benedizione, una grazia, un fatto provvidenziale e un tesoro per la chiesa e il paese di accoglienza. Con le persone migranti e la chiesa locale si costruisce una nuova evangelizzazione in cui cerchiamo di vivere il messaggio di Fratelli tutti di papa Francesco.



Convegno Europeo della Fondazione Migrantes – 9-12 novembre, Roma

Il Convegno Europeo della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana, ha richiamato a Roma delegati, missionari, collaboratrici e collaboratori delle Missioni cattoliche italiane in Europa. Il Convegno è stato un processo che ha messo in moto dinamiche di dialogo e di ascolto su quale tipo di comunità abbiamo nella mente e nel cuore per il futuro. Ha fatto emergere nuovi impulsi ed è stato fecondo per tutti.

Nei mesi scorsi le missioni hanno partecipato a un questionario della Migrantes su emigrazione, evangelizzazione, fede e pratica religiosa. Un appuntamento, quello del Convegno Europeo, che ha una frequenza almeno quinquennale, che vuol fa incontrare le comunità cattoliche italiane da Stoccolma a Barcellona, da Marsiglia a Bucarest, da Londra a Berlino e farle dialogare sulla missione cristiana in Europa. Il programma è articolato da interventi sulla evangelizzazione in Europa, da alcune testimonianze di chi opera nelle comunità cattoliche italiane in Europa, da momenti di preghiera e da lavori di gruppo degli oltre centocinquanta che arriveranno da tutta Europa. Questi lavori di gruppo serviranno a scambiare esperienze, saranno i laboratori per far affiorare nuove prospettive di pastorale alla luce della realtà che vivono gli italiani in Europa.

Per quanto riguarda in particolare la situazione in Germania, su queste pagine e sul sito www.delegazione-mci.de stiamo seguendo da tempo il processo in corso nelle diocesi circa il rinnovamento della pastorale delle comunità di altra madrelingua, di cui le missioni e le comunità cattoliche italiane sono parte. In più occasioni diversi vescovi tedeschi hanno sottolineato l’importanza delle comunità di altra madrelingua per la Chiesa tedesca e non solo numericamente perché i cattolici “non tedeschi” rappresentano oltre il 15% dei cattolici qui. Discutere di “Italiani in Europa e la missione cristiana” al Convegno Europeo Migrantes potrebbe portare nella chiesa tedesca un contributo fecondo al dibattito locale.


Vai al discorso di papa Francesco che ha ricevuto in udienza i partecipanti del Convegno