“Quelli che noi chiamiamo problemi in realtà sono la missione della Chiesa.” (G. Frausini)
Pubblichiamo la relazione che Giovanni Frausini, presbitero e insegnante di Liturgia e Teologia sacramentaria all’Istituto Teologico Marchigiano, ha tenuto al Convegno Nazionale MCCI Germania „Comunità in cammino: il futuro delle missioni italiane tra fede e corresponsabilità“ (Neustadt an de Weinstrasse 24-26 novembre 2025). La trascrizione del testo orale e la redazione, riveduta da Giovanni Frausini, è a cura di Paola Colombo.
„Il servizio presbiterale nell’orizzonte della comunione oltre la logica dell’efficienza”.
Sine sinodo non possumus.
Ho dato un sottotitolo, la famosa frase dei martiri di Abitene (Sine dominico non possumus), però trasformata in, sine sinodo non possumus.
Perché questo sottotitolo? Innanzitutto perché esprime una necessità oggettiva della Chiesa, così come sine dominico non possumus (non possiamo fare a meno della domenica dell’eucarestia del Signore), che sono la stessa cosa, sostanzialmente anche sine sinodo non possum. E inoltre, come ho già in qualche modo fatto intuire, questa frase rimanda la sinodalità all’eucarestia.

Il metodo della sinodalità si chiama celebrazione della messa.
La messa è il metodo della sinodalità ed e talvolta ho la sensazione che si sia dimenticato questo legame intrinseco, che tra l’altro è stato richiamato anche dalla Commissione teologica internazionale nel documento sulla sinodalità.
Cominciamo col parlare del ministero ordinato.
Il ministero ordinato ha un’origine indiscutibile, che è quella di Gesù con i suoi apostoli e gli altri 70. La struttura che Gesù ha dato alla chiesa è una struttura ministeriale. Se si ci si domandasse se è nata prima la chiesa o è nato prima il ministero, è una domanda che non funziona, perché la chiesa nasce ministeriale. Se la chiesa fosse nata senza ministero vuol dire che la chiesa non ha bisogno del ministero. E se il ministero fosse nato prima della chiesa vuol dire che il ministero non è dentro la chiesa, ma è sopra la chiesa e quindi non funziona. La chiesa nasce strutturata, così l’ha pensata Gesù, però, come ogni realtà legata all’incarnazione, e tutta la nostra fede è legata all’incarnazione, anche il ministero ordinato si realizza nei tempi e nei luoghi in modi diversi: un momento storico, una città, un paese, tanti modi diversi di vivere la stessa chiamata che Gesù ha fatto agli apostoli e ai loro collaboratori fin dall’inizio del suo ministero.
Quindi non possiamo dire qual è il metodo del ministero, possiamo dire qual è la radice del ministero, perché poi esso andrà declinato secondo i tempi e i luoghi. Fare il prete in Germania, p.e. non è la stessa cosa che farlo in Italia. Ecco perché il passaggio dei ministri ordinati da una nazione all’altra, da una diocesi all’altra, non è una questione semplice. Lo sanno bene i missionari che andarono in Africa. All’inizio pensavano di poter fare i preti all’europea, poi hanno capito che invece questa cosa andava assolutamente ripensata. Alla fine dell’Ottocento abbiamo capito piano piano che le cose andavano ripensate.
Va detto inoltre che nel corso tempo tante esperienze si sono susseguite: il prete che nel Medioevo o nel Rinascimento svolgeva la sua missione, non era il prete di oggi. Il Santo Curato d’Ars è un sant’uomo ma il suo modo di fare il prete non è adatto più al nostro tempo. Le motivazioni che il Curato d’Ars aveva nel suo vivere il ministero sono invece preziose anche per noi oggi, quindi ben venga il Santo curato d’Ars, ma non per come faceva il prete, ma perché faceva il prete, con quale spirito faceva il prete. Un esempio: monsignor Vincenzo Del Signore, che mi ha battezzato nel 1951 è stato il vescovo di Fano ed è stato sindaco della città di Fano per 37 giorni. Il vescovo che fa il sindaco, perché? Durante il passaggio del fronte erano scappati tutti, nessuno voleva trattare con i tedeschi che avevano occupato la città. Il vescovo si è preso la responsabilità di trattare con loro e ha salvato i cristiani, ma non ha salvato i campanili. E va bene così. Oggi un vescovo che fa il sindaco sarebbe fuori luogo. In quel momento storico era il suo modo di fare il pastore di quel gregge. Questo per dirvi la variabilità dei modi in cui si realizza il ministero ordinato: ci sono anche i martiri di Algeria (1996), questo è monsignor Luigi Padovese (Turchia, 2010). Nella Pastores dabo vobis Giovanni Paolo II dice chiaramente che c’è una fissità del ministero, una connotazione inevitabile, permanente del ministero, ma che si realizza in fisionomie esistenziali diverse, adattate ad ogni epoca.
In quale contesto oggi si deve realizzare il ministero presbiterale?
La riflessione della Chiesa è: guardiamo il nostro tempo, guardiamo la nostra fede, facciamoli incontrare. Auditus temporis. Che mondo è il nostro?
Una prima considerazione, oggi i giovani, e non solo, perdono la fede per lo stesso motivo per cui i loro genitori l’avevano. Qual è questo motivo? Senza sapere il perché. In passato si era cristiani perché noi vivevamo in un contesto di madrelingua cristiana. Faccio un’analogia con la madrelingua. L’italiano l’abbiamo sentito fin da quando siamo nati. Siamo vissuti in un contesto di madrelingua italiana, per cui l’italiano noi l’abbiamo assunto così, spontaneamente. Poi magari la scuola ci ha insegnato la grammatica a non fare errori nel nostro esprimerci. Ora, il passato era un contesto sociale nel quale diventare cristiani era naturale. A Fano, dove c’è il carnevale più bello del mondo (Giovanni Frausini è fanese n.d.r.), la sera del martedì grasso c’era un grande veglione della città. Tutta la città era lì. Alle 23:45 il presidente dell’ente carnevalesco andava al microfono e diceva: “Adesso si va a casa perché tra un quarto d’ora comincia la Quaresima”. Questo era il contesto madrelingua cristiano. Oggi non è più così, quindi dobbiamo tener conto del fatto che le persone che nascono oggi non hanno più questo contesto cristiano nel quale spontaneamente acquisiscono una familiarità con la fede cristiana.
Quindi anche l’azione pastorale della Chiesa deve assolutamente essere diversa.
Adesso faccio qualche accenno veloce, viviamo in un contesto che è molto simile a quello del Medioevo dei comuni, quelle autonomie che ogni paese, ogni città cercava di avere: quel “piccolo che è bello”, quel “io sono al centro del mondo”, insomma il bisogno di una realtà di gruppo, magari legato alle nostre passioni. Viviamo in un contesto dove ciò che è condiviso è sempre molto particolare. Possiamo condividere l’amore per una squadra di calcio, una passione per il ciclismo, per qualcos’altro, per il ballo, ma non riusciamo spesso a interagire con realtà molto più grandi. Spesso la nostra fede è legata a un menù alla carta dove ognuno sceglie quello che vuole. Non secondo un progetto condiviso, ma secondo il particolare che mi interessa. Poi ci sono nuove situazioni di chiesa, la religione che è finita: in passato se qualcuno si ammalava, si chiamava il prete, adesso si chiama soccorso sanitario. Sono parroco da una vita, ma penso che mi abbiano chiamato in due o tre in quarant’anni. Oggi si riesce a dare delle risposte ai bisogni dell’uomo che non sono legate alla fede.
Rapporto presidenza eucarestia e comunità.
Oggi è difficile in tutte le comunità garantire l’eucarestia. Quindi il legame tra presidenza della comunità e presidenza dell’eucarestia, che come vedremo è all’origine del ministero, è diventato un problema, perché talvolta chi presiede l’eucarestia non ha quasi niente a che fare con quella comunità e questo è un problema teologico. Le diocesi, almeno in Italia, non so in Germania, hanno molte attività che spesso in passato non avevano, quindi la parrocchia faceva tutto quello che poteva, ma adesso deve fare i conti con la diocesi che ha le sue attività e spesso interagiscono, interferiscono.
Avevamo l’idea, che dobbiamo superare, che si diventa preti perché si ha voglia di fare i preti. Si diventa preti perché la Chiesa ha bisogno dei preti, è un’altra logica. Ma ci ritorniamo più avanti. Il parroco una volta era lì, viveva nel paese, oggi non vive più lì. Ma questo non è il problema della Chiesa. Questa è la missione della Chiesa. Quelli che noi chiamiamo problemi in realtà sono la missione della Chiesa. Questo ricordiamocelo bene. Domenica scorsa ho fatto l’incontro con le famiglie dei bambini del catechismo, su 100 bambini c’erano 12 famiglie. Un giovane prete della mia diocesi un giorno parlando delle famiglie che non rispondono più mi dice: “No, Giovanni, questa è la nostra missione”. Aveva ragione.
Poi c’è il problema della lingua, ci sono delle parole malate. La parola, per esempio amore, non so in Germania, ma in Italia si ammazza per amore. Sono parole malate. Ci sono delle parole incomprensibili: salvezza. Cosa vuol dire sacrilegio? Le nostre parole sono per aria, molte volte per tante persone.
I ritmi della vita non sono più quelli della Chiesa. In Italia la domenica sera si andava in parrocchia per il vespro e per la benedizione, cinquant’anni, sessant’anni fa. Oggi la domenica è il giorno dello sport, il giorno di tante altre cose ben diverse.
E poi ci sono dei segni incomprensibili. La vignetta sul battesimo dove una bambina al telefono racconta: “Stamattina in chiesa un uomo vestito da donna ha cercato di affogarmi, te lo giuro? E pensa, la mia famiglia faceva anche le foto” … il battesimo si può interpretare anche in questo modo.
Di fronte a questo contesto per dove dobbiamo andare, per andare dove dobbiamo andare? L’auditus fidei, ascoltiamo la nostra fede, e quindi dobbiamo partire dal Vaticano Secondo. Sono contento che ieri questa cosa un po‘ vi è stata accennata (cfr. Salvatore Loiero).
Il Vaticano secondo ha un punto di forza, un gancio che regge tutto. E questo gancio che regge tutto è l’aver riscoperto la rivelazione come storia. Guardate, forse noi non ci rendiamo conto, ma a distanza di 95 anni tra il Vaticano I e il Vaticano II, affrontando la stessa problematica di cosa vuol dire che Dio rivela se stesso, si arriva a due conclusioni diverse, non contraddittorie. Il Vaticano I dice che Dio rivela se stesso attraverso i dogmi e i precetti morali. Quindi Dio cosa fa? Ci dà una parola con la quale ci dice cosa credere e cosa vivere. Il Vaticano Secondo dice che Dio rivela se stesso, certo, coi dogmi, con i precetti, ma non è solo questo. Dio rivela se stesso dentro una storia e ci chiama non semplicemente a obbedire ai precetti e a credere ai dogmi, ma ci chiama a un’amicizia, a una relazione con lui, ci rende partecipi della natura divina, ci ammette alla comunione con sé. Noi scopriamo con il Vaticano Secondo che la nostra storia è storia di salvezza, che quello che succede oggi è qualcosa che ha a che fare con l’agire di Dio nella storia.
Allora a cosa serve la Bibbia? La Bibbia è la storia certificata, è la storia che ci viene rivelata come garanzia nell’interpretazione della nostra vita. Vi racconto una cosa: Domenica delle Palme, lettura del Passio. Gesù andò nell’orto degli ulivi, tornò e trovò che dormivano e disse, Simone, Dormi? “No”, si sente in chiesa. Era un bambino di nome Simone. Questo è successo a me cinquant’anni fa, quando ero diacono. Quel bambino ha capito che la parola di Dio è la chiave per interpretare la nostra realtà. Io mi chiamo Simone, io non dormo, te lo dico. Può farci ridere? Ed è giusto che ridiamo. Però in realtà è qualcosa che ci deve far capire che la storia della salvezza continua.
Ecco perché la Chiesa non ha più nemici, perché sa che al di là delle fragilità che sono di tutti, dentro la storia di tutta l’umanità c’è una presenza di Dio che opera e la Chiesa è chiamata a rivelare agli uomini “il come” Dio oggi li ama, come Dio oggi è loro accanto, così come è stato accanto a Mosè, come è stato accanto a Isaia, così come è stato accanto a Pietro.
Il Vaticano Secondo ci insegna che la storia non è un insieme di errori, per la prima volta un concilio non condanna niente, non condanna nessuno. L’Anatema sit non c’è. Al Concilio di Trento dovettero mettere la sigla A.S. perché se avessero scritto anatema sit per intero, tutte le volte il volume sarebbe diventato troppo grosso.
Nel Vaticano secondo questa espressione non c’è mai perché la logica è un’altra: Dio si rivela nella storia, andiamo ad aiutare gli uomini a scoprire Dio nella loro storia, per cui la storia non è un insieme di errori da condannare ma di eventi da valutare, valorizzare come luogo dell’esperienza di Dio. Chiaro che non tutto è storia di salvezza in atto.
Storia e liturgia. La liturgia non è soltanto un atto di devozione, di culto, ma è prima di tutto Dio che opera la nostra salvezza: Lazzaro, vieni fuori, diventa: “Giovanni, vieni fuori”. Dio si rivela gestis verbisque con fatti e parole nella storia, con riti e preghiere nella liturgia. La chiesa è quindi mistero, quella realtà attraverso la quale Dio opera la salvezza degli uomini di oggi.
Alla luce di tutto questo, possiamo dire che se la storia è storia di salvezza ancora oggi e attraverso la scrittura, i sacramenti, noi ne sveliamo il senso profondo. Questo esige che ci sia un cambiamento della pastorale e del ministero ordinato, perché cambia la logica. Allora, per capire che cosa sono i preti dentro la chiesa dobbiamo ripartire dal principio, da una cosa che io non capisco del Padreterno. Non è l’unica che non capisco, ma ce n’è una che non capisco proprio. Perché Gesù ha scelto di incarnarsi solo 2000 anni fa in un paesino sperduto della Palestina? È una roba strana e in più il Padreterno “ha fatto un altro errore” secondo me: non ha lasciato niente di scritto.
Vi siete accorti che noi abbiamo addirittura dei graffiti degli uomini primitivi, sappiamo che loro cacciavano, che facevano il fuoco. Di Gesù, niente, non abbiamo niente se non ciò che lui ha consegnato all’esperienza della prima chiesa.
Questa è una scelta precisa, perché Gesù sapeva leggere e scrivere. Nella sinagoga di Nazareth lesse; quando colsero la donna in adulterio, Gesù ha scelto di scrivere sulla sabbia che, come è noto, non ha speranze di futuro. Quindi questa è la scelta di Gesù, di consegnare tutto ad una comunità perché stesse con lui. E con questo, non allude prima di tutto all’adorazione eucaristica, che è una cosa bellissima ma stare con lui vuol dire condividere la sua esperienza. “Maestro, dove dimori? Facci vedere la tua casa, la tua storia, facci vivere con te”.
E questo ha fatto Gesù, ha consegnato la sua esperienza solo attraverso la condivisione di vita con quelle persone, nient’altro di più.
Questo ci impressiona, ci impressiona perché la fede si trasmette da persona a persona. Non attraverso tante altre faccende.
Gesù è la mediazione
Gesù è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, anzi, lui non è il mediatore, ma è la mediazione, lui è l’uomo figlio di Dio. Ecco perché la Chiesa ci ha tenuto tanto a definire Maria la madre di Dio, perché se Maria non è la madre di Dio, non è una vera madre e Gesù non è un vero uomo.
Maria è il punto di congiunzione tra l’umanità e la divinità.
Qualcuno di voi sicuramente sarà dovuto andare dal notaio a vendere qualcosa con un mediatore? Dopo che l’hai pagato, il mediatore va via. Gesù Cristo non può andar via, perché è il punto di incontro, Lui non è il mediatore, è la mediazione. Solo lui può permetterci di avere accesso al Padre. L’ha detto chiaro e tondo, nessuno conosce il Padre, solo il Figlio. Gesù quindi è una figura centrale che ci è data nell’esperienza solo della prima comunità cristiana, questa sua esperienza unica e irripetibile di sacerdote, pontefice, mediazione.
Un pensiero sulla messa crismale dove i preti rinnovano le promesse, in Italia è sentita come la messa dei preti, ma è un errore gravissimo perché fino al 1968 i preti venivano unti nelle mani non con il crisma ma con l’olio dei catecumeni. I preti fino al 1968 sono stati ordinati con l’olio dei catecumeni. Il perché non lo sappiamo. È stato dalla riforma liturgica post conciliare che si è cominciato a usare il crisma. Per secoli quindi la messa del crisma non poteva essere la messa dei preti. Cosa dice il suo prefazio? Dice, «con l’unzione dello Spirito Santo hai costituito tuo Figlio unigenito, mediatore della nuova ed eterna alleanza e con disegno mirabile hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella Chiesa. Egli continua il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti». Quindi il primo soggetto che continua nella storia quest’opera di Gesù-mediazione è la Chiesa. Il popolo sacerdotale quindi ha la responsabilità di continuare quello che Gesù è stato ed è il punto di incontro tra il mistero di Dio e l’umanità, tra la storia e Dio.
Questo compito è della Chiesa. Per questo non c’è dignità più grande dell’essere battezzati. L’ultimo battezzato di stamattina ha la stessa dignità del Papa, la stessa dignità, non lo stesso ministero. Lo dice san Leone Magno in una sua omelia, tra noi e voi non c’è nessuna differenza se non per l’ufficio che io ricopro. Continua il prefazio: «Nel suo amore per i fratelli sceglie alcuni che, mediante l’imposizione delle mani, rende partecipe del suo ministero di salvezza». La vecchia traduzione italiana era proprio sbagliata, frutto di una lettura distorta della realtà perché c’era scritto “con amore di predilezione sceglie alcuni”. Non è l’amore di predilezione per questi alcuni come se fossero la classe emergente, la classe più amata, i preti. No, per amore della comunità lui sceglie i preti. Quindi tra i suoi discepoli Gesù sceglie alcuni che stessero con lui per mandarli a predicare, insegnare, battezzare, riunire la comunità nella koinonia comunione eucaristica, donare loro nella Chiesa il carisma di conferma nella fede. Chiama alcuni per edificare la comunità. Come attestazione autorevole del primato di Cristo sulla Chiesa, la comunità cristiana nel pensiero di Gesù non è un’autoconvocazione, non è un’assemblea sindacale o una riunione di condominio o di una pia associazione religiosa. La parola stessa chiesa, lo sapete, è sacra convocazione che Dio opera, lui chiama. E noi diciamo, eccomi. Il ministero ordinato è chiamato innanzitutto a radunare la comunità attraverso la predicazione della parola, il battesimo, l’eucarestia, perché sia una koinonia di fratelli, una comunione fraterna.
I sacerdoti pagani avevano un’altra logica. In Mesopotamia, ad esempio, dovevano preparare da mangiare per il dio, perché lui ha fame. Poi al pomeriggio ha bisogno di un po‘ trastullarsi, si annoia. Allora i sacerdoti suonavano alla divinità. Il ministero dei sacerdoti del mondo pagano, ma anche di Israele, era destinato al servizio di Dio.
Gesù invece non chiede a noi di servire Lui, ma di servire Lui nei fratelli, e allora li manda ad annunciare il vangelo, a prendersi cura dei malati, ad avere attenzione per l’umano. Tanto è vero che poi arriverà anche a raccontare quella parabola, venite, avevo fame, mi avete dato da mangiare, quando mai, Signore, mica ti abbiamo conosciuto. L’avete fatto a me, voi non vi renderete conto, ma l’avete fatto a me.
Gesù ci mostra un volto di Dio, non preoccupato di sé, ma di noi. Questo non dobbiamo dimenticarcelo. La Chiesa non è preoccupata di sé, è preoccupata dell’umanità. Perché questo è lo stile di Dio. Non li ha mandati a costruire templi, li ha mandati per le strade del mondo, a portare la buona notizia, a dire Dio ti vuole bene e a voler bene alle persone, annunciando loro quello che è l’esigenza più profonda del cuore umano, che è l’incontro col mistero di Dio. Per questo siamo fatti.
Ma come si organizza questa comunità che non è destinata a servire Dio ma a servire Dio nei fratelli? Perché quando Gesù pensa al futuro, sa bene che i Dodici non vivranno per sempre. E allora la preoccupazione si traduce in una chiamata che la chiesa compie nei confronti di alcune persone a continuare l’opera degli apostoli. Vi ricordate gli Atti degli apostoli? C’è uno che continua l’opera degli apostoli dopo che Giuda se n’era andato, è Mattia, uno che era stato con Gesù fin dal battesimo di Giovanni. È scelto con un criterio di discernimento. Poi c’è la crisi della comunità, le vedove elleniste sono arrabbiate perché si sentono trascurate. “Come facciamo a ritrovare unità?” – si chiedono, c’è una mormorazione in corso. E allora la comunità affronta questa nuova situazione attraverso la scelta di Sette pieni di Spirito santo e di sapienza, che gli apostoli confermano con l’imposizione delle mani. Vedete, c’è un bisogno, c’è un discernimento, c’è una conferma degli apostoli, di coloro che sono già ministri. La comunità riconosce l’idoneità, gli apostoli ordinano e a questo punto le cose vanno avanti serene, perché c’è una comunità che sceglie con dei criteri, ci sono gli apostoli che confermano, per cui possiamo dire che chi presiede la comunità presiede anche i sacramenti nella chiesa delle origini. Questo è il primo punto.
Lumen Gentium (28) quando parla dei preti dice questo: i preti presiedono l’eucaristia perché presiedono la comunità. Capite che se una persona la scegliamo noi insieme, con criteri condivisi nello spirito e chi è già ministro conferma questa chiamata, problemi non ce ne sono. Ciò ci rende sereni. Così ha funzionato per oltre 1.000 anni nella chiesa. Per oltre 1.000 anni nella chiesa si presiedevano i sacramenti perché si presiedeva la comunità. Ambrogio, Agostino, Giovanni Crisostomo sono diventati vescovi così e tutti e tre non erano proprio d’accordo a diventare vescovi, e manco preti. Lo hanno fatto perché capivano che la comunità è un luogo di discernimento vero. Hanno accolto la chiamata che, con i criteri dati dalla comunità e confermati da coloro che erano già nel ministero, diventano ministri ordinati. Così è andata avanti per oltre 1.000 anni.
Poi succede una cosa molto importante da capire, che man mano che le cose cambiano, la cristianità si diffonde e soprattutto nascono le esperienze monastiche. E queste esperienze laicali di monachesimo diventano desiderose di un ministero. San Cassiano ai suoi monaci dice di fuggire tre cose, le donne, per ragioni ovvie, gli eretici e i vescovi, perché i vescovi ti possono ordinare prete. Secondo Cassiano diventare prete era la fine per un monaco. Anche Agostino pensa che diventare prete per un monaco rovina la vita spirituale. Agostino ha una pagina bellissima, andatela a leggere è l‘omelia 340, dove Agostino dice che fa il prete, il vescovo, solo per essere un buon cristiano, per non tradire colui che nel battesimo ha redento. Incredibile.
Che cosa succede intorno alla fine del primo millennio? Succede che il ministero ordinato ha una mutazione genetica importante, si passa dal servizio al corpo di Cristo che è la Chiesa al servizio del corpo di Cristo che è l’eucarestia. Quindi presiedo l’eucarestia perché sono prete. Quando un monaco dice la messa per conto suo nella sua cella, chi l’ha scelto? Chi l’ha chiamato? A chi serve? Deve essere trovata una ragione diversa per cui il monaco possa dire da solo la sua brava messa. Ed è qui che nascerà quella che poi è diventata la teologia del ministero fino ad oggi, cioè la conformazione a Cristo, agere in persona Christi, frase che tutti abbiamo sicuramente sentito. Quindi perché io presiedo l’eucaristia? Perché l’ordinazione, separata da qualunque comunità come atto assoluto, mi ha conformato a Cristo e mi abilita a presiedere l’eucaristia. Ma non era sempre stato così. Nel primo millennio, addirittura il Concilio di Calcedonia nel sesto canone dichiara nulle tutte le ordinazioni che non sono destinate al servizio della Chiesa. Ma questa cosa poi è andata dimenticandosi e si poteva diventare preti anche per sé: ho ricevuto l’ordinazione, quindi faccio la messa per conto mio senza problemi. Difatti fino al penultimo messale italiano, c’era la messa senza popolo. Adesso c’è la messa con un ministro, e se proprio ti va male, almeno uno ci deve essere però, perché è per la Chiesa che si celebra l’eucaristia, non per sé. Per cui capite che la questione della distinzione tra un prete e un laico diventa estremamente interessante. Gregorio VII chiede ai preti di fare i monaci e a quel punto i monaci vogliono diventare preti e quindi nasce la nuova interpretazione del ministero. Nel 1.200 nasce l‘ager in persona Christi, prima non se ne parlava. È Pietro Lombardo che per primo ne parla, quindi vuol dire che qualche altra spiegazione ci può essere. Questo in un contesto in cui, tra l’altro, l’eucarestia non era considerata la persona del Cristo crocifisso e risorto ma il suo corpo come oggetto. Avveniva addirittura una separazione netta tra la presenza reale di Cristo che è l’eucarestia, e che i cristiani guardano solo perché la comunione si faceva due o tre volte all’anno, e il sacrificio della croce che si rendeva presente nella Messa. Pio X è stato il primo che ha ridetto nel 1910 che si poteva fare la comunione spesso, anche tutti i giorni. Prima si faceva 2, 3 volte all’anno. La famosa Teresa d’Avila provava a andare a fare la comunione tutti i giorni ma il cappellano non gliela dava. E lei allora ci provava con alcune sorelle, pensando – almeno siamo due o tre – ma lui diceva no. Nel Medioevo si faceva la comunione prima della messa e si stava a messa per ringraziare Dio dell’eucarestia o addirittura, non so se lo sapete, questa è storia, non è leggenda, si faceva l’adorazione. Immaginate qui un altare, tutti i lumi, luci, candele, l’ostensorio con l’eucarestia e di fianco io dico la messa per ringraziare Dio di averci dato l’eucarestia. Questo è stato così fino al Concilio Vaticano Secondo.
Quindi il prete poteva consacrare l’eucarestia per i fatti suoi in quanto ontologicamente conformato a Cristo. Ciò è talmente vero che il Quarto Concilio Lateranense (1213-1215) fu costretto a dire che solo i preti possono consacrare l’eucarestia. È la prima volta che con tanta solennità si dice questo perché c’era il rischio che chiunque volesse fare l’eucarestia per i fatti propri.
Bene, allora vediamo che cosa succede col Vaticano Secondo? Molti teologi tedeschi su questo sono stati bravissimi e hanno detto che la dogmatica sul sacramento dell’ordine cresce. È verissimo. Pensate che fino al 1948, il rito essenziale dell’ordinazione dei preti, era la consegna del pane e del vino. Pio XII in Sacramentum Ordinis (1948) dice che la parte essenziale del rito di ordinazione dei preti è la preghiera e l’imposizione delle mani. Pietro Lombardo dice che il ministro agisce in persona Christi. la liturgia è roba sua, i cristiani stanno a guardare, non fanno neanche la comunione e quindi il prete fa una cosa per i fatti suoi, perché è lui conformato a Cristo, dice la messa per conto suo. Addirittura nel messale di Pio V si legge che la messa comincia quando il prete è pronto, sacerdus paratus. Cosa c’è invece nel messale di Paolo VI? La messa comincia quando il popolo è riunito, cioè vuol dire io non posso fare la messa per i fatti miei, quando sono pronto devo aspettare voi, anche se mi scoccia, io devo aspettarvi perché voi siete essenziali. Quindi Pio XII si rende conto che non ci si può fermare all‘agere in persona Christi, perché il popolo di Dio, anche se in maniera molto imperfetta, per Pio XII ha un ruolo, deve stare lì, deve partecipare col cuore, con la vita, ma deve partecipare. Allora dice che il prete viene conformato a Cristo in quanto capo, perché un po‘ tutta la Chiesa, tutto il corpo di Cristo partecipa alla messa, celebra la messa. Pio XII comincia un pochino ad accennare questa cosa e sente che dire agere in persona Christi non basta più, e diventa agere in persona Christi capitis.
Il Vaticano Secondo (Sacrosanctum Concilium, 7) dice che Cristo esercita nella liturgia il suo sacerdozio, associando a sé la chiesa sua amatissima sposa. Allora, fino a prova contraria, tutti i cristiani sono la Chiesa, questo è indiscutibile. E quindi Cristo unisce a sé, associa a sé nell’azione liturgica tutta la Chiesa. Quindi è tutta la Chiesa che agisce in persona di Cristo. Il Vaticano Secondo sente che quello che dice Pio XII non basta più e ci aggiunge et pastoris. Per cui noi oggi diciamo che il ministero ordinato agisce in persona di Cristo, capo e pastore.
Ma il Vaticano Secondo dice anche che il vescovo è un sacramento. E allora cosa distingue il vescovo dal prete? Il capo dei capi e il pastore dei pastori? Diventa una cosa incredibile. Allora andiamo a vedere un po‘ cosa ci può dire di più il Vaticano Secondo: che se il ministero ordinato è per edificare la Chiesa, vuol dire che ci sono dei ministri che hanno come scopo quello di far esistere la Chiesa. Ecco perché la radunano, perché è Cristo che ci chiama, presiedono l’eucarestia annunciando la parola e creando fraternità. E allora quando parliamo di sinodo, fare sinodo significa attendere che tra tutte queste persone, ministri ordinati e tutta la comunità si arrivi al consenso. La Dei Verbum (10) ha un’espressione inequivocabile: perché ci sia la certezza della fede occorre singularis antistem et fidelum conspiratio, cioè che ci sia un consenso tra ministri ordinati e comunità. Questa è una delle realtà, non è l’unica che dà la certezza della fede. Il ministro ordinato è chiamato a attendere, fiducioso che nella comunità si crei il consenso, ci può volere un giorno, un mese, un anno. Il consenso nasce da quel percorso che abbiamo detto, cioè io sono chiamato ad annunciare la parola, presiedendo l’eucaristia, facendo crescere la fraternità dentro questo contesto che è la vita della Chiesa. Deve nascere la singularis conspiratio, questo sentire comune, questo condividere la stessa intuizione, far maturare qualcosa che prima non c’era e che lo Spirito suscita tra di noi. Ma questo richiede non solo pazienza, ma ascolto della parola e conversatio morum, cambiamento di vita, fraternità.
Per quanto detto sinora possiamo affermare che il sinodo non è un diritto, ma è un dovere della Chiesa. C’è un altro aspetto da rilevare: il Concilio ha intuito che quando viene ordinato un vescovo, si tratta della pienezza del sacramento dell’ordine. Quindi per capire i preti dobbiamo partire dai vescovi, non possiamo fare il contrario. Quale grazia viene data al vescovo? Non quella del capo dei capi o dei pastori dei pastori, ma quella che è la preghiera di ordinazione del vescovo, cambiata dopo il Vaticano secondo, che viene dalla Traditio Apostolica, quindi il secondo-terzo secolo ed è stata scelta da tante chiese ortodosse che la usano da sempre. Questa preghiera poi coincide con la dottrina del Vaticano secondo per questo è stata scelta, cambiando una preghiera che era usata da più di 1.000 anni. È stata una scelta grave, pesante. Lefebvre e i lefevriani sostengono per questo che i nostri vescovi non valgano nulla e di conseguenza tutti noi che siamo preti siamo nulli. “Effondi sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida, tu lo hai dato al tuo diletto figlio Gesù Cristo, ed egli lo ha trasmesso ai santi apostoli che nelle diverse parti della terra hanno fondato la Chiesa come tuo santuario, a gloria e lode perenne del tuo nome”. Qui viene data la grazia dell’essere apostolo, 2.000 anni fa tu, Signore, tu Padre, hai dato a Gesù lo Spirito e lui lo ha dato agli apostoli. Rifallo adesso come 2.000 anni fa, tu hai dato lo Spirito a Gesù e Gesù agli apostoli. Tu, Padre dallo a questo nuovo vescovo perché abbia lo spirito degli apostoli. Ecco la successione apostolica che è pneumatologica. Prima ancora che storica è pneumatologica, è uno spirito che ti viene, è lo Spirito che ti viene dato dell’apostolo, quello stesso di 2.000 anni fa, ma non vecchio di 2.000 anni.
Quindi l’episcopato come pienezza della successione apostolica, ma non da solo, perché nella Chiesa nessuno è solo. Guardate un po‘ cosa dice la preghiera di ordinazione dei preti. Il vescovo si confessa durante la preghiera di ordinazione dei preti con queste parole: “Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico”. Sta dicendo: io ho la pienezza, ma non posso fare da solo. Addirittura c’erano tre caratteristiche, debole, povero, indigente. Ne hanno lasciate due, ma bastano: debole e bisognoso. Il vescovo è debole e bisognoso senza i preti, ma non perché ha tante parrocchie ma perché proprio per l’esercizio del sacerdozio apostolico serve la comunione, serve l’unità, serve che siano non ministri da soli. Il mio primo saggio intitolato Non è bene che il vescovo sia solo, perché è così originariamente, come non è bene che l’uomo sia solo e quindi il vescovo è circondato dal presbiterio. Però in italiano la preghiera è proprio sbagliata perché dice, dona a questi tuoi figli la dignità del presbiterato, ma nell‘Editio tipica si dice presbyterii dignitatem, che indica l’appartenenza a un presbiterio. È una realtà collettiva che Giovanni Paolo II nella Pastores Dabo Vobis ‘74, dice addirittura essere mysterium, sacramentum, cioè azione divina per la salvezza della Chiesa e del mondo. La comunità dei preti intorno al vescovo è una cosa divina, non è organizzativa, non è disciplinare. Sì, ci sono risvolti disciplinari, canonici ma è sacramentum, è mysterium. E noi sappiamo quanto pesa questa parola.
Il presbiterio non fraternità sacerdotale (Lumen gentium 28), perché la fraternità sacerdotale è quella di tutti i preti del mondo in quanto hanno la stessa ordinazione, ma il presbiterio è mysterium intorno al vescovo per l’edificazione della Chiesa.
Poi c’è il diaconato. Su questo non dico molto, però il diaconato è complementare a questa realtà, perché è il sacramento della crisi. Se volete capire il diaconato dovete pensare a san Francesco. L’intuizione di Francesco è: va, ripara la mia Chiesa che è in rovina. Quello è il diaconato. Ho insegnato fino all’anno scorso ad Assisi, quindi mi sono confrontato con gli studiosi di san Francesco, che lì ce ne sono a bizzeffe, e bravi. Mi hanno confermato che al 99,9% Francesco era un diacono, tanto che canta il vangelo nella famosa notte di Greccio (1223). Qual è la vocazione di Francesco? Intuisce che ci sono dei bisogni della Chiesa, che prima pensava ingenuamente fossero materiali, poi capisce che il bisogno è la predicazione. E Francesco predicherà persino al lupo, al sultano, agli uccelli. Lui predica a tutti perché lui fa questo, conformando se stesso a Cristo. Quindi il diacono è colui che ripara le fragilità, le crisi, che ci sono nella Chiesa, fanno quello di cui c’è bisogno, che può essere occuparsi dei poveri, può essere la catechesi. Agostino scrive nel De catechizandis rudibus su come i diaconi possano catechizzaregli ignoranti.
Ma torniamo al vescovo. Questa cosa dell’apostolicità non è solo del vescovo. Il Concilio ci insegna che non è da solo, perché lui è nel collegio dei vescovi, e nella chiesa locale il vescovo è insieme ai preti che partecipano alla successione apostolica, ha la pienezza ma non l’esclusiva, e anche i diaconi, anch’essi hanno funzione apostolica, dice il Concilio; ma tutta la Chiesa è apostolica. Per cui possiamo dire che la successione apostolica è piena nel vescovo, partecipata con i preti e con i diaconi, deve raccogliere in sé tutti i vari carismi e ministeri della Chiesa per arrivare a quella conspiratio.
Da qui deriva che i ministri ordinati hanno bisogno di nuove competenze. Se fino in passato occorreva essenzialmente curare il gregge che esisteva, scoprire che la successione apostolica può essere un’interpretazione del ministero ordinato, cosa distingue il laico dal prete, dal vescovo? Il vescovo e il prete hanno una funzione di garanzia dell’apostolicità della Chiesa. Hanno la funzione di garantire la Chiesa lungo i secoli perché possa essere fedele a quelle origini irripetibili e irrinunciabili. Gesù non ha scritto niente che abbia dato l’avvio al cammino cristiano, ma hanno bisogno di essere però non semplicemente custodi di un precetto o di una verità dogmatica, questo era il Vaticano Primo, ma hanno bisogno di essere autentici interpreti di quel agire di Dio nella storia di oggi, affinché la Chiesa sia sempre fedele alle origini, ma fedele anche ai contesti nuovi nei quali la Chiesa è mandata.
All’inizio del messale c’è una Costituzione apostolica. Il Papa, non di autorità propria soltanto, ma confermato dal parere di tutte le chiese locali, con l’autorità della pienezza della successione apostolica, promulga quel messale e ci dice che questo modo di celebrare l’eucaristia è fedele a quello che Gesù ci ha comandato di fare. Questo modo che non è quello di Gesù. Gesù non ha messo la casula e certo non aveva la casula. La casula non è un grembiule. Il grembiule ce l’hanno i diaconi. Il Papa ci garantisce che quello che noi facciamo oggi non tradisce, anzi è un’interpretazione autentica di quella prima esperienza che, irrinunciabile e assolutamente immodificabile, ci è data oggi di vivere.
Un altro esempio eclatante è la questione della schiavitù. Onesimo era uno schiavo di Filemone. Questi non riceve da Paolo l’ordine di abbandonare la schiavitù. Se io oggi avessi uno schiavo a casa, trattato bene, voi cosa direste? Paolo non dice a Filemone che sta facendo una cosa assurda ma gli dice piuttosto che Onesimo sarebbe anche suo fratello, lo esorta a trattarlo così.
Questo esempio ci dice che la chiesa è andata avanti nell’interpretazione del mistero cristiano, noi acquistiamo una consapevolezza sempre più grande. Lo Spirito vi guiderà verso la verità tutta intera.
Quindi l’autorità nella chiesa è far crescere, augere. Autorità viene da augere e vuol dire far crescere la comunità perché sia sempre più fedele a quelle origini che solo la chiesa apostolica ci ha potuto consegnare. E che cosa ci ha consegnato? Ci ha consegnato il Nuovo testamento. Senza quella chiesa non avremmo i sacramenti e quell’esperienza viva che negli atti degli apostoli ci è stata mostrata.
Concludendo, noi ministri ordinati, non da soli, ma come autorevoli rappresentanti di questa continuità dinamica, siamo chiamati a questa continuità che lo Spirito santo crea nella chiesa, a questo sviluppo della conoscenza della verità. Siamo chiamati prima di tutto ad essere autorevoli testimoni di quella Pasqua di Cristo che ci ha cambiato la vita e per questo celebriamo e presiediamo l’eucarestia e la fraternità, autorevoli testimoni di un Dio che è amore, di un Dio che è capovolto. Avete presente nell’orto degli ulivi cosa fa Gesù? Siete venuti a prendere me? Lasciate che loro se ne vadano. È un Dio capovolto che non chiede agli adepti di sacrificarsi per lui – Dai ragazzi, coraggio, difendetemi – Dice: Pietro sta buono che ti fai male, metti dentro quella spada che ti fai male.
Noi siamo testimoni di una carità di Dio che è per l’uomo, non per sé. Non chiede adoratori di Dio, ma chiede servi del Signore nei fratelli. Ci manda ad amare i fratelli per amor suo, perché impariamo dall’eucaristia a fare così. – Voi andate via, loro non c’entrano niente, via via, andate a casa, voi prendete a me. – Questo fa Gesù, questo fa di noi, autorevoli testimoni della fedeltà di Dio, testimoni di una vita realizzata, di un compimento atteso, fratelli esperti nella ricerca di Dio, questo oggi è essenziale.
L’altro giorno una ragazza è venuta da me dopo la morte della mamma, mi ha detto – Giovanni, come si fa a incontrare il Signore? Io non l’ho incontrato, non lo conosco, come si fa? – Noi dobbiamo essere esperti, perché non è più la madrelingua cristiana quella in cui viviamo. Come si fa a conoscere Dio? Provate a pensare il modo in cui voi ci siete arrivati, come nella Chiesa, confrontiamoci e impareremo a guidare altri alla conoscenza del mistero di Dio. Fratelli esperti nella vita cristiana.
Agostino diceva, mi nutro di ciò di cui nutro voi: Pasco unde pascor, omelia 339 . Poi ci sono tutti gli altri carismi e ministeri, quindi sinodare.
Come dicevo sopra, il metodo del sinodo è l’eucaristia. La messa e il sinodo hanno lo stesso schema, il sinodo per garantire l’apostolicità della chiesa, singularis conspiratio, singolare unità di spirito tra comunità e ministri. E quindi cosa ci sta a fare il ministero ordinato? Il ministero ordinato è nella sinodalità come la chiave di volta. Un arco sta su perché fra tante pietre ce ne vuole una centrale che le riunisca tutte, che le tenga insieme, che cerchi l’unità. Quello è il ministero ordinato. Da solo non può fare niente. Però tutti gli altri carismi, tutte le altre intuizioni, tutti gli altri ministeri hanno bisogno di una conferma autorevole di chi garantisce l’universalità della chiesa e la verità della chiesa rispetto alle sue origini.
Per fare un altro esempio: se il sinodo della Germania decidesse che l’eucaristia non conta più niente, tanto alla messa non ci va nessuno, e decide che conviene fare delle belle cene in parrocchia. Allora il vescovo va nel Concilio e dice in Germania abbiamo deciso questo. Gli altri gli dicono di no, non se ne parla nemmeno. Allora lui torna in Germania e dice, non possiamo farlo perché non c’è l’universalità, non c’è, non c’è la conspiratio, non c’è la concordia. È un lavoro paziente, difficile ma bellissimo.
Di questo voi sarete testimoni. Finisco con una storia. Un ragazzino albanese fugge dall’Albania va in Grecia, ha 15 anni, è solo, non ha lavoro, non ha casa, sta camminando e questa è una storia vera. Sta camminando in una strada sotto lo schioppo del sole di agosto, pensando di morire. Si ferma una macchina, ci sono due anziani. Gli dicono, cosa fai qui? E lui gli spiega la sua situazione, sono fuggito dall’Albania, non trovo lavoro, non trovo casa. Vieni con noi. L’hanno ospitato per molti mesi, finché non si è messo a posto. Dopo molti anni viene da me questa persona e mi dice, Giovanni, io voglio diventare cristiano perché quelle persone mi hanno fatto capire che hanno qualcosa di più e di diverso.
Così noi possiamo aiutare le persone a diventare cristiani. Abbiamo bisogno di imparare a fare il primo annuncio. Abbiamo bisogno di una comunità cristiana vera che accompagni chi cerca Dio e lo custodisca. E noi possiamo fare questo perché abbiamo tutti i doni dello Spirito santo. Abbiamo bisogno di un ministero ordinato che ci aiuti in questo e ci renda capaci di unità. E quindi abbiamo bisogno di ripensare l’iniziazione cristiana ed essere una comunità piena di entusiasmo. Entusiasmo viene da en Theos, Dio dentro.
Le donne la mattina di Pasqua vanno al sepolcro. Gesù era ormai un fallito e loro avevano paura però ci vanno lo stesso.
Se vi invitano a pranzo e vi danno una cosa da mangiare buona ma molto buona che voi non avete mai, cosa fate voi? Oltre che mangiarlo, ovviamente, chiedete la ricetta. Ecco, questo è il segreto della vita cristiana, se vogliamo evangelizzare, se vogliamo annunciare il Vangelo, noi dobbiamo far vivere una pastasciutta buona alle persone, vivere noi e far vivere una pastasciutta buona. Perché in fondo noi cristiani abbiamo gli stessi problemi di tutti, abbiamo le stesse difficoltà di tutti, ci ammaliamo come tutti. Ma se sappiamo affrontare le cose della vita con serenità, con entusiasmo, con Dio dentro, questa cosa sarà affascinante. E ci diranno, ma perché te che hai le mie stesse problematiche, perché sei sereno, perché continui a voler bene, perché non ti imbestialisci? Perché io ho il Signore dentro? E loro ci chiederanno la ricetta e diventeranno cristiani. Quindi vi lascio. Con questo bellissimo piatto di pastasciutta dove c’è anche il basilico, perché il basilico profuma.
GIOVANNI FRAUSINI (1951) è laureato in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Psicologia. È presbitero della diocesi di Fano e dopo essersi rivolto agli studi scientifici, ha conseguito la Licenza in Teologia dell’Evangelizzazione nella Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna (Bologna) e il Dottorato in Teologia con specializzazione Liturgico-Pastorale all’Istituto di Liturgia Pastorale S. Giustina (Padova). Attualmente coniuga il ministero
pastorale con l’insegnamento di Liturgia e di Teologia Sacramentaria all’Istituto Teologico Marchigiano. Tra le sue pubblicazioni: “Il sacramento dell’Ordine. Dacci oggi il nostro pane degli apostoli” (2017), “La fabbrica dei preti. Una proposta nuova, anzi antica, per le vocazioni al ministero” (2017) “La teologia dei sacramenti dell’ordine nell’iter di revisione postconciliare dei riti di ordinazione” (2019) e “Preti usa e getta?” (2025).
Scarica la relazione di Frausini in pdf: Frausini – Convegno Neuastadt 2025
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