Autorità che fa crescere la partecipazione – Che cos’è la sinodalità? (parte seconda)

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Fioritura, immagine simbolica ©Susann Mielke su Pixabay

La nostra forma di Chiesa ci è data nella celebrazione dell’Eucarestia. Con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II abbiamo maturato la consapevolezza di essere un popolo di Dio. Questa maturità deve portare anche a una riforma di tutte le nostre istituzioni, del modo di prendere decisioni e di camminare insieme. Prendiamo in considerazione alcune parole chiave: gerarchia, potere, autorità, ministerialità.


Un anno fa ha preso avvio il sinodo universale sulla sinodalità che proseguirà fino al 2024. Ma che cos’è la sinodalità? Donata Horak, teologa canonista, lo spiega partendo dalle tre parole chiave del sinodo: comunione, partecipazione e missione. Questo mese parliamo di partecipazione e autorità. Il testo che segue è una sintesi della seconda parte della relazione “Per una Chiesa sinodale” che la teologa Donata Horak ha tenuto in videoconferenza in occasione del Convegno dei laici della Delegazione (21 maggio). La relazione è visibile sul canale youtube UDEPDELEGAZIONE. Ogni mese, per tre mesi, riporteremo i tre aspetti trattati nel contributo della teologa: sinodalità e comunione, partecipazione e autorità, missione e integrazione. Donata Horak, piacentina, è docente di Diritto Canonico. (Sintesi a cura di Udep, Ufficio documentazione e pastorale della Delegazione).

Gerarchia

La Comunione è gerarchica, questo lo dice il codice di diritto canonico (CIC) e lo dice anche Lumen gentium, (testo centrale del Vaticano II, n.d.r.). La Chiesa non è una società di eguali, nel senso che uno vale uno, e ciò è tipico dell’ecclesiologia cattolica. Il mio voto non vale come quello del vescovo di Roma, questa sarebbe democrazia. Pur nella pari dignità battesimale che ci accomuna, non siamo una società di uguali. È un aspetto che discende dall’esperienza che ha fatto la Chiesa apostolica con la diversità di ministeri, di carismi e di compiti. Se non siamo una società di uguali, questo però non significa che siamo una piramide dove qualcuno sta sempre in alto, qualcun altro sempre in basso. Non si tratta di due categorie, i chierici e i laici, dove quest’ultimi sono in posizione di ricezione e passività. Questa è una riduzione che non corrisponde né all’esperienza della Chiesa delle origini, né alla realtà del popolo di Dio che siamo.

La Chiesa è una comunione asimmetrica e policentrica. Perché non pensare allora a centri di autorità, a seconda delle materie di cui si tratta, di diritti e doveri che derivano dall’abilitazione fondamentale di ciascun soggetto nella Chiesa, data dall’iniziazione cristiana, dalla vocazione personale di ciascuno, in una chiesa tutta ministeriale che superi anche le discriminazioni di genere che sono molto evidenti e ormai poco giustificabili. Ecco che così le comunità possono generare in modo creativo sotto la spinta dello Spirito, istituzioni e ministeri, anche inediti. Quindi dobbiamo superare una visione alto, basso e maturare una visione della Chiesa come una rete di corresponsabili. Pensiamo per esempio alla nomina dei vescovi: chi deve essere preposto a tutti, da tutti deve essere eletto. Sembra una regola inedita, moderna, invece è antichissima, risale ai primissimi secoli, ed è la traduzione di una norma di Leone Magno dell’anno 445. Ancora più esplicito è papa Celestino I (IV-V sec.) per quel che riguarda la nomina dei vescovi: non sia dato un vescovo a chi non lo vuole. Oggi sappiamo bene che i vescovi vengono nominati dal pontefice, dalla Santa Sede, sulla base di proposte. Spesso però quando arriva un vescovo in una diocesi, arriva uno sconosciuto, che si trova solo, come un monarca isolato. Questo è anche il frutto di una serie di regole che non è detto che non possano essere cambiate, perché la nostra storia è più ricca, più varia. Nella Chiesa antica c’erano probabilmente degli aspetti che oggi definiremmo democratici, in realtà sono sinodali.

Potere

Il tema del potere è stato affrontato e risolto dal Concilio Vaticano II ma non è stato risolto nella fase di elaborazione del codice del 1983. In alcuni canoni si dice che i laici e le laiche sono abili ad esercitare il potere, tant’è che è prevista la figura del giudice o della giudice laica. Con l’esortazione apostolica Amoris laetitia i giudici laici possono essere addirittura in maggioranza. Sono casi evidenti in cui i laici esercitano un chiarissimo potere di governo. Ci sono tuttavia dei canoni che dicono che solo i chierici possono ottenere la potestà di governo. Queste contraddizioni nel codice dicono che il tema del potere è nervo scoperto ancora non risolto. I sinodi in corso, secondo me, dovranno affrontare la questione, dicendo che il potere nella Chiesa non è esclusivo di chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine. I poteri dei soggetti che agiscono in nome e per conto della Chiesa hanno un fondamento sempre sacramentale, poi occorrono le competenze, ma il fondamento è l’iniziazione cristiana, il nostro battesimo e la confermazione, che ci Lega a una chiesa particolare, che ci Lega a una assunzione di responsabilità nella Chiesa. È la celebrazione dell’Eucarestia che ci fa corpo e questo è il fondamento di ogni potestà, di ogni abilitazione ad agire nella Chiesa, anche a esercitare una autorità.

Slide su „Partecipazione e autorità“ ©Donata Horak

Autorità

La parola autorità viene spesso intesa in senso di autoritarismo, ossia abuso di autorità. Ma autorità è una parola bellissima che deriva dal latino, dal verbo augere, che significa crescere, aumentare. La radice è “aug” da cui deriva la parola auguri. La vera auctoritas è dunque la possibilità di usare il potere per far crescere gli altri, è un’autorità che autorizza. E autorizzare significa rendere autore. L’autorità dunque fa crescere e autorizza le vite degli altri, le fa in qualche modo rifiorire. La vera autorità è generativa e non teme di distribuire i poteri, di far crescere nuove funzioni e nuovi ruoli.

Siamo in un periodo nella storia della Chiesa di crisi del potere. C’è una crisi di autorità e di rappresentanza. Intanto perché una buona parte del popolo di Dio non si vede rappresentata in chi ha dei ruoli di autorità e penso in particolare alla questione di genere che l’autorità elude e non affronta. Un’autorità debole ha paura dei cambiamenti e delle riforme, che lo Spirito ci chiede, blocca il processo generativo. Essa abdica all’esercizio di potere dicendo di non avere la potestà per fare le riforme. Ma affermare la mancanza di potere è una forma di abuso di potere. Questo diventa evidente coi ministeri.

Ministerialità

Soltanto a partire dal 2021 anche le donne possono essere istituite lettrici e accolite. Questi ministeri, laicali, fondati sul battesimo, avrebbero dovuto inaugurare, nella fase post conciliare, lo sviluppo di nuovi ministeri, quello di catechista, di dirigente di comunità, della carità, eccetera. Riservarli solo ai maschi voleva dire che si continuava a pensare il ministero, a partire dal quello ordinato e non dal battesimo. È un’ottica che ha fuorviato la riflessione sui ministeri. Pensiamo anche al diaconato. Sul diaconato delle donne, che appartiene alla tradizione delle chiese, non c’è decisione. Ci sono commissioni ormai ventennali che non portano a una decisione. L’autorità abdica all’esercizio del potere sulla questione dei ministeri e in questo modo l’autorità contraddice se stessa. Speriamo che una nuova stagione di una ministerialità più creativa e di un’autorità che autorizza le persone a vivere la propria vocazione venga fuori da questa stagione sinodale.


Leggi anche la sintesi della prima parte su Sinodalità e comunione