Adamo ed Eva. Spunti per una grammatica contro la violenza sulle donne

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(di Michele Illiceto) – Il racconto biblico Adamo-Eva, presente nel libro della Genesi, indica una serie di aspetti che possono prevenire un’eventuale violenza sulle donne. E lo fa consegnandoci una serie di parole che, messe insieme, costituiscono una vera e propria grammatica della non violenza. Non si tratta di esaltare le donne o di denigrare i maschi, ma di mettere in evidenza il fatto che, oggi, molte relazioni sono malate, spesso ispirate a paradigmi relazionali viziati da narcisismo ed egotismo, dalla ricerca spasmodica di un piacere sregolato e illimitato che rasenta tante forme di delirio di onnipotenza. Non solo vi è un’idea sbagliata della donna, ma anche di se stessi come maschi, e ancor più dell’amore.

Nel rapporto Onu in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne nel mondo emerge che nel 2021, sono stati 45.000 i femminicidi perpetrati da uomini alle vittime: mariti, compagni, parenti o ex.

Affermare che si possa uccidere la propria compagna o la propria moglie per amore è la cosa più contraddittoria che si possa dire. Allora, la domanda vera è: quale idea di amore circola oggi? E quale idea di relazione uomo-donna è oggi dominante?

Il racconto biblico di Adamo ed Eva, spesso travisato e interpretato male dagli stessi credenti, indica una serie di parole che ci possono aiutare a trovare la strada giusta per prevenire la violenza sulle donne e non solo.

La prima parola è mancanza. Se, infatti, la violenza è espressione di un potere che pensa di avere diritto a tutto e di prendere, con la forza, ciò che non riesce ad ottenere in una relazione fondata sulla libertà, il racconto biblico, invece, ci fa vedere che Eva manca ad Adamo e viceversa. Siamo tutti mancanti e perciò protesi in una relazione dove nessuno è autosufficiente. Nessuno basta a se stesso. L’altro, che ci manca, non va costruito né confezionato a nostra immagine e somiglianza. Non è il nostro doppio, né proiezione del nostro io. L’altro è se stesso e tale dovrà rimanere. Per sempre. Non siamo un pieno che si impone, né un vuoto da riempire e che, per farlo, usa l’altro per soddisfare i propri bisogni, o peggio ancora, le proprie voglie, ma una mancanza che ci fa scoprire che siamo sempre in debito con ciò che ci manca. L’altro che ci manca è anche l’altro a cui manchiamo. La mancanza ci accomuna e evita che uno dei due sui metta su un piano di superiorità.

La seconda parola è attesa. La violenza riduce tutto e tutti al tempo del proprio godimento, alle logiche del proprio piacere. Invece l’altro ci mette in attesa. Ci ricorda che il tempo dell’altro non è mai il nostro. Il grande filosofo E. Levinas dice che la nostra identità è una identità “in diastasi”, non una totalità che si impone facendo violenza. L’altro verrà a suo tempo e non al nostro. Per questo, per incontrarlo, dovrò vegliare su di lui e su di lei. Perciò l’altro ha il diritto di entrare a suo tempo ma anche il diritto di uscire dal mio tempo.

La terza parola è non-padronanza. La violenza è espressione di un sentimento di padronanza. Al contrario, il racconto biblico ci insegna che nessuno è padrone di nessuno. Infatti Eva viene creata da Dio mentre Adamo dorme. E il sonno di Adamo è indice del fatto che Adamo non assiste alla creazione della donna. Non si è padroni ma solo custodi. E la custodia esige la cura e la premura. Il rispetto e la delicatezza. Non una presenza invasiva e pervasiva, ma uno stare sulla soglia. La non padronanza non ci autorizza a trattare l’altro come fosse un oggetto a nostra disposizione. L’altro è inoggettivabile. Al contrario la violenza è sempre di una mentalità possessiva e predatoria.

La quarta parola è riconoscimento. Un termine che piace molto al filosofo francese P. Ricoeur. Infatti, se la violenza è omologante e totalizzante, in quanto tende ad eliminare la differenza, il racconto di Adamo-Eva, al contrario, ci dice che l’altro non va inglobato, ma riconosciuto. Adamo riconosce Eva. Prima di conoscerla, la ri-conosce, cioè le rende onore, la celebra, prende atto del valore che lei è in sé e per sé. Il legame che si instaura non è di dipendenza, ma di riconoscimento. Adamo si inchina di fronte alla sua dignità e alla sua libertà, di fronte alla sua diversità e alla sua unicità. Uguale ma distinta. Non identica, ma diversa. Hanno la stessa radice etimologica: ‚ish per dire uomo e  ‚ishà per dire donna. Stesa radice ma coniugata in modo diverso.

La quinta parola è accoglienza-ospitalità. Mentre la violenza è rifiuto di chi penso che non mi meriti. O di chi ritengo non sia all’altezza del mio ego, al contrario, il racconto biblico ci consegna una quinta parola che è accoglienza e ospitalità. Eva è un dono e non una conquista. Una sorpresa e non una pretesa. Una persona e non un oggetto. L’altra non la si ha, ma la si accoglie, la si riceve come Adamo riceve Eva dalla notte oscura dove Dio l’ha plasmata senza che io lo sapessi

La sesta parola è reciprocità. E’ la scena della costola. Per creare Eva Dio non usa la terra. Non usa una realtà esterna. Ma un pezzo di Adamo. Non perché essa appartiene ad Adamo, ma perché vuole che ciò che Adamo amerà fuori di sé gli deve passare prima dentro. Eva non viene dall’esterno ma dal di dentro. Eva è dentro Adamo. Era lì da sempre, ma Adamo non lo sapeva. E quando verrà Eva, Adamo rinascerà da Eva. Eva è dentro Adamo come una che dorme. Come Eva dorme in Adamo, così Adamo dorme in Eva. L’uno nell’altro, saranno l’uno per l’altro. Nella reciprocità e nella complementarietà.

Perché dalla costola? Gli esegeti dicono perché è la parte più vicina al cuore. Il grande William Shakespeare scrisse: “La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.”

La settima e ultima parola è ferita. Il testo usa il verbo “gli tolse”. Dio priva Adamo di qualcosa di suo. E’ come se per sopperire ad un mancanza ne creasse una nuova. Indica la perdita e l’esperienza della ferita. Lo ferisce. Lo segna. Come nel mito degli androgini descritto nel Simposio da Platone, anche qui l’uomo viene come ferito (“secato”, da cui il termine latino sexus, sesso). La ferita è una ferita feconda, che genera, e che pertanto diventa feritoia: carne aperta, segnata dalla fragilità. Ecco chi è Adamo: un corpo segnato da un attraversamento….

E così, Eva che mancava, mentre arriva, crea una nuova mancanza. Nessuno domina nessuno. Tutti e due sono dormienti. Dormono l’uno nell’altro. E sarà l’amore a risvegliarli. Ma per farlo debbono cercarsi, E cercarsi nella notte.

E la notte è la notte del desiderio. La notte del tocco divino, dove tutto è cominciato. Dove i due sono stati fatti l’uno per l’altro, per essere “due in uno”. Essere uno senza smettere di essere due. Nel rispetto reciproco e nella comunione interpersonale, non possedendosi, ma liberamente donandosi, perché ciascuno possa dare all’altro ciò di cui manca, e così completarsi fino all’estasi, dove la ferita della mancanza è finalmente guarita.