„Abbi coraggio, alzati“ – Il Katholikentag di Würzburg – Intervento del card. Grech su sinodalità

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© Deutscher Katholikentag / Daniel Schwarz

Wilmer: «Il mondo brucia. Siamo nati per agire»

Con una messa conclusiva si è chiuso domenica 17 a Würzburg il 104° Katholikentag, che dal 13 al 17 maggio ha riunito migliaia di partecipanti sotto il motto: «Abbi coraggio, alzati!» (Mc, 10, 49). Sono stati cinque giorni di festa, di momenti di preghiera, di incontri, workshop, dibattiti, celebrazioni liturgiche, di concerti, mostre e spettacoli teatrali.

Nel suo intervento finale, il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Heiner Wilmer, ha richiamato con forza la responsabilità dei cristiani di fronte alle crisi globali. «Il mondo è in fiamme – uno dei focolai più drammatici è il Sudan, dove si consuma la più grave catastrofe umanitaria del nostro tempo. E noi? Non possiamo limitarci a guardare», ha detto il vescovo.

Il vescovo Wilmer ha legato l’urgenza dell’azione al messaggio del Vangelo di Giovanni: «Il nome di Dio significa: Io sono per voi. In Gesù questa promessa diventa concreta: riconciliazione, pace, presenza». Da qui, ha insistito, nasce il mandato a intervenire:

«Non siamo nati per disperare, ma per agire. Per spegnere i focolai. Per costruire la pace».

Il vescovo ha invitato la Chiesa a non temere fatica, critiche o incomprensioni: «Una Chiesa che esce forse si stanca, forse viene attaccata – ma brilla». Ha citato come esempio papa Leone XIV, definendolo «un coraggioso avvocato della pace», anche quando viene deriso dai potenti.

Il suo appello finale è stato diretto: «Non aspettate. Non esitate. Guardate, intervenite, mettetevi in cammino. Abbi coraggio, alzati!».

Prima della benedizione conclusiva, Wilmer ha ringraziato volontari e partecipanti e ha invitato tutti a portare lo spirito del Katholikentag nella vita quotidiana:

«La nostra Chiesa ha bisogno di nuovi inizi, sempre. Alziamoci e incamminiamoci con coraggio su nuove vie».

Il prossimo Katholikentag, il 105°, si terrà a Paderborn dal 24 al 28 maggio 2028.

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La sinodalità come sinfonia. Il card. Mario Grech al Katholikentag

Uno degli interventi più attesi al Katholikentag è stato quello con il cardinale Mario Grech,  segretario generale del Sinodo dei Vescovi, che ha parlato di sinodalità come sinfonia tra le persone. Un tema molto sentito nella Chiesa cattolica in Germania che ha intrapreso un cammino sinodale (Synodaler Weg) dal 2020 al 2023, conclusosi con un’assemblea a gennaio 2026 e che sfocerà in una conferenza sinodale. Ci sono approcci diversi di sinodalità? Proprio in questo periodo il Vaticano sta valutando (recongnitio) la proposta tedesca di istituire una conferenza sinodale.

Il card. Grech ha messo in evidenza la sua disponibilità all’ascolto e condivisione „di una Chiesa viva e operante in un determinato contesto geografico, politico, sociale, ecclesiale, la Germania appunto“. 

Vediamo in sintesi che cosa ha detto il card. Grech in alcuni punti:

Fare Sinodo significa proprio questo, poter vivere la dimensione più profonda del mistero della Chiesa, ovvero quel legame in essa tra la Comunione e la Comunità. 

Sa che davanti a lui i cattolici tedeschi attendono una parola per sentire se questa sia in sintonia con il processo sinodale del Synodaler Weg. La sua è una voce sinodale:
sono qui per riconoscere nelle relazioni nel nome del Risorto il suo ripresentarsi tra di noi, il suo dirsi come Parola e il suo darsi come Via.

Cita papa Francesco:
«La Chiesa è cattolica, perché è la “Casa dell’armonia” dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in “armonia”, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà» (Francesco, Udienza generale, 9 ottobre 2013).

Lo stile sinodale si irraggia in ogni realtà ecclesiale:
Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari […]. Il secondo livello è quello delle Province e delle Regioni ecclesiastiche, dei Concili particolari e in modo speciale delle Conferenze episcopali […]. L’ultimo livello è quello della Chiesa universale. Qui il Sinodo dei Vescovi, rappresentando l’episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all’interno di una Chiesa tutta sinodale.

Ciò che fa lo specifico di un sinodo non è dunque la sua infallibilità ma l’effettiva presenza di Cristo e del suo Spirito, e che ciò emerge nella sinfonia, nell’accordo tra le persone. Occorre sempre tenere chiara questa ripresentazione di Cristo in un’assemblea radunata (“in mezzo”, nelle relazioni).

E qui una sottolineatura della differenzia dal sinodo praticato dal Synodaler Weg:
Non è semplicemente il votare che crea la maggioranza in un sinodo. Il senso profondo della consultazione è proprio nel far agire lo Spirito nella relazione reciproca.

Sono qui proprio per questo: per fare con voi l’esercizio sinodale dell’accordamento degli strumenti. La sinfonia, l’armonia, la comunione come opera avviene proprio grazie a questa continua scelta di suonare insieme, di essere tutti sintonizzati su una stessa nota. Poi ogni strumento si farà interprete della propria partitura e darà ricchezza e bellezza all’unica opera sinfonica. Significa non avere paura delle differenze e, piuttosto che farne ragioni di conflitti e di opposizioni, farne ragione di discernimento, di ascolto reciproco, di desiderio condiviso di seguire il Risorto e di riconoscere i segni dei tempi. Tutti, tutti, tutti discepoli del Risorto.

Fare memoriainterpretareorientarecelebrare
Verbi-azione capaci di mettere in sintonia tanto il soggetto dal quale è partito tutto il processo sinodale, quel Popolo di Dio che è stato consultato e ascoltato, in quanto soggetto del sensus fidei, con la custodia del processo sinodale, la circolarità tra funzione profetica del Popolo di Dio e funzione di discernimento dei Pastori che sta a fondamento di un efficace esercizio della sinodalità come ascolto gli uni degli altri, ovvero il sensus Ecclesiae.

Infine il card. Grech nel suo intervento al Katholikentag rinnova i tre appelli del documento finale del Sinodo dei vescovi (ottobre 2024):

Il primo riguarda il desiderio di vivere tra di noi quelle relazioni autentiche e significative capaci di ripresentare Cristo. Relazioni che non esprimono pertanto soltanto l’aspirazione di appartenere a un gruppo coeso e coerente, ma corrispondono piuttosto a una più profonda consapevolezza di fede, non solo il senso di appartenenza ma anche quello di partecipazione: la qualità evangelica dei rapporti comunitari è decisiva per la testimonianza che il Popolo di Dio è chiamato a rendere nella storia.

Il secondo appello di fraternità proviene dalla bellissima lezione giovannea della libertà-liberata-dalla verità. Siamo stati tutti-tutti-tutti resi liberi dalla verità che è il Cristo (cfr. Giovanni, 8, 32). È una libertà nello Spirito capace di essere generativa e profetica nei propri contesti vitali, cioè di essere disegno (non solo segno, cioè segno nelle relazioni) di speranza. 

Infine, il terzo appello, legato profondamente a questi anni di processi sinodali e alla fatica e alle incomprensioni che essi hanno attraversato per portare frutto. Ovvero si tratta di maturare tutti-tutti-tutti la consapevolezza che l’obiettivo sinodale del discernimento ecclesiale non è il raggiungimento di un risultato politico del consenso della maggioranza quanto quello di cercare e riconoscere insieme ciò che lo Spirito continua a dire alla Sposa del Figlio, la Chiesa.

Sul discernimento ecclesiale:
ciascuno, parlando secondo coscienza, si apre all’ascolto di ciò che altri in coscienza condividono, così da cercare insieme di riconoscere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Apocalisse, 2, 7) [Documento finale, n. 82].

Chiudo con due proverbi maltesi, dal respiro sinodale, posti nella profondità delle relazioni: “Id waħda ma tħabbatx”, ovvero “Una mano sola non batte (non applaude)”. Bisogna continuare a camminare insieme. E l’altro “Ħaga mibdula, m’hijiex mitlufa” ovvero “Una cosa cambiata non è perduta”. La forza vera delle azioni sinodali è intenderle come l’operatività della comunione.