Card. Zuppi: solo insieme possiamo affrontare le sfide di oggi

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Screenshot sito web della Conferenza episcopale italiana

“Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione”. È il monito del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti, nel corso della conferenza stampa di chiusura dell’assemblea generale dei vescovi italiani, svoltasi in questi giorni in Vaticano. Un tema come quello del premierato – che “qualche vescovo ha ripreso, esprimendo preoccupazione” – secondo Zuppi va affrontato “con lo spirito della Costituzione: come qualcosa di non continente, che non sia di parte”. “È un discorso ancora aperto, vediamo come va la discussione”, ha osservato il presidente della Cei, ricordando che due anni fa il Consiglio episcopale permanente “ha indicato la legge elettorale come uno dei primi banchi di prova”. (agenzia sir)

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Pubblichiamo prendendola dal sito della Cei l’introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori della 79ª Assemblea Generale della CEI che si è svolta in Vaticano dal 20 al 23 maggio.  

Ringraziamento a Papa Francesco

Desidero per prima cosa ringraziare Papa Francesco, al termine delle nostre visite ad limina. Ieri – come sempre accade nei nostri incontri con lui – abbiamo potuto condividere le nostre preoccupazioni, conferma di fraternità tra i Vescovi italiani e il successore di Pietro, esperienza indispensabile del primato e della collegialità. La comunione non è una dimensione accessoria o virtuale, ma essenza stessa della Chiesa e frutto dello Spirito, che va custodita e difesa sempre, mai umiliata.
Nel discorso che ci ha consegnato, Papa Francesco ha ricordato l’importanza delle nostre visite ad limina. Sono state occasioni per ravvivare la nostra comunione e, per lui, di partecipare alla nostra missione. Ci ha ringraziati del nostro affetto e della preghiera per lui. Nei vari incontri – ci ha confidato – ha avuto modo di toccare con mano le gioie e le sofferenze dei nostri territori. Soprattutto è giusto e importante parlare dei problemi con realismo, senza negatività, sempre pieni dello Spirito che libera dalla paura e dalla tentazione di fidarsi più di se stessi che della grazia. Bisogna alzare lo sguardo. Gesù invita i discepoli a non stare a discutere con lui di piccole preoccupazioni, pur assillanti. Quando si alzano gli occhi e si vede il grande bisogno di Dio e delle persone, quei problemi che sembravano montagne si riducono, perché niente è impossibile a chi ha fede.
Sì, mi sembra che sia proprio questa la prospettiva da assumere, quando guardiamo all’Italia, alla vigilia del Giubileo, che ci vuole pellegrini nella speranza e capaci di considerare, con amore, le tante difficoltà e sofferenze del nostro amato Paese.

Il Cammino sinodale

Questa riflessione si inserisce molto bene nel Cammino sinodale. Ancora Papa Francesco, come un anno fa quando ci ha incontrato insieme ai delegati diocesani del Cammino sinodale, ci ha ri-affidato tre consegne: «Continuate a camminare; fate Chiesa insieme; siate una Chiesa aperta». Sono indicazioni che disegnano un orizzonte. Anche perché camminare ci fa incrociare da vicino la realtà, a volte confusa, tanto da sembrare impermeabile, distante, solo materialista. Invece è sempre piena di sofferenze, di fragilità, di domande spirituali da riconoscere, di desideri di verità. Nel Cammino sinodale ci siamo sforzati di parlare, certo, ma sempre dopo avere ascoltato le nostre comunità e i tanti compagni di strada, per rispondere alle domande vere, per non parlare sopra, per annunciare la verità che è Cristo.
Le sintesi raccolte dalle Chiese locali sono la testimonianza di una vivacità che si esprime nel cammino, nello stare insieme e nel vivere la comunità in modo aperto. Sono racconti nei quali ha agito lo Spirito Santo segnalando le dimensioni prioritarie per rimettere in moto alcuni processi, per compiere scelte coraggiose, per tornare ad annunciare la profezia del Vangelo, per essere discepoli missionari. Non abbiamo paura di scorgere l’alba nuova: viviamo la Pentecoste, una rinnovata Pentecoste che può farci rivivere la sobria ebrezza auspicata da Papa Benedetto a 50 anni dal Concilio Vaticano II.
Anche oggi siamo inviati per portare il lieto annuncio con gioia! Con questa consapevolezza, ora, vivremo l’ultima tappa dedicata alla profezia. I profeti vivono nel tempo, leggendolo con attenzione. Cerchiamo dunque di tradurre in scelte e decisioni evangeliche quanto raccolto in questi anni. Ad agire è sempre lo Spirito! «È Lui il protagonista del processo sinodale, Lui, non noi! È Lui che apre i singoli e le comunità all’ascolto; è Lui che rende autentico e fecondo il dialogo; è Lui che illumina il discernimento; è Lui che orienta le scelte e le decisioni. È Lui soprattutto che crea l’armonia, la comunione nella Chiesa. Mi piace come lo definisce San Basilio: Lui è l’armonia. Non ci facciamo l’illusione che il Sinodo lo facciamo noi, no. Il Sinodo andrà avanti se noi saremo aperti a Lui che è il protagonista» (Discorso ai partecipanti all’Incontro nazionale dei referenti diocesani del Cammino sinodale italiano, 25 maggio 2023).
L’invito del Papa è molto chiaro: dobbiamo continuare ad accompagnare con paternità e amorevolezza il cammino intrapreso, sentendo la responsabilità delle decisioni che ci attendono. È il nostro compito in particolare nelle due Assemblee sinodali, in programma a novembre e a marzo 2025.

La Chiesa dalla Pentecoste

Abbiamo da poco celebrato la solennità di Pentecoste, che ci ha riportato alle origini della Chiesa. È una provvidenza evidente poter iniziare accompagnati da Maria Madre della Chiesa. La veglia di ieri sera ci ha fatto sentire l’importanza della preghiera come luogo dell’unione con Dio e come punto di partenza delle nostre attività. È quella preghiera che ci ha chiesto il card. Pizzaballa, collegato dalla tanto martoriata Terra Santa: lo ringraziamo per la sua testimonianza e continuiamo a sostenere lui e la comunità cristiana, che gli è affidata, con la preghiera e con ogni altra forma di aiuto.
Il nostro tempo ordinario è innestato nel tempo di Dio, che è tale perché pieno di quell’amore che rende tutto straordinario. Viviamo in una Babele segnata da tanta sofferenza, dalle ombre di guerre che non si fermano e paralizzano nella paura. Ma come si vive in una condizione come questa?

Quanta sofferenza a non sapere guardare “in alto”, unica condizione per vedere lontano, per non restare prigionieri dei labirinti dell’individualismo, dove risuonano voci vuote e mancano una direzione e la speranza. Di fatto, l’onnipotenza dell’individualismo produce solo fragilità e chiusure, rivelando quanto abbiamo bisogno del “noi” e di quel Tu che è Dio.

Già tanto tempo fa Thomas Merton aveva intuito che in un tempo di imperante individualismo «la mia esistenza, la mia pace e la mia felicita dipendono da un solo problema: quello di scoprire me stesso scoprendo Dio. Se lo trovo, troverò me stesso, e se trovo il mio vero io, troverò Lui». E aggiungeva: «Tutto è tuo, ma a una condizione infinitamente importante: che sia tutto dato. Nessun individuo può entrare in Paradiso, ma solo l’integrità della Persona».

Ecco le nostre Chiese ovunque cercano di ricostruire la comunità, nell’accoglienza e nella fraternità intorno al Signore che ne è al centro, garanzia di amore gratuito. «Solo se noi siamo, io sono», ha detto Papa Francesco a Verona. Questa è la regola del “pensarsi insieme”, perché nessuno esiste senza gli altri.

È quello che si realizza pienamente e umanamente nella Pentecoste, dove persone limitate e fragili iniziano a parlare una lingua che tutti comprendono come familiare, capace di fare riemergere qualcosa di profondo e di intimo. Anzi il più intimo, il vero “io” tanto cercato, in ogni persona. Dopo l’Ascensione di Gesù si apre il tempo della Chiesa, che è quindi il tempo dello Spirito. Il racconto del libro degli Atti (At 2,1-11) ci ha mostrato questo frangente decisivo, quando cioè lo Spirito ha raggiunto i discepoli e li ha abilitati ad essere finalmente testimoni del Risorto.

Con la sua grazia possiamo ancora compiere i prodigi della prima generazione cristiana nella nostra modestia personale, ma anche nella grandezza e nella forza del suo amore. «Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Le lingue non sono più sconosciute e le parole diventano comprensibili. In altri termini, non c’è più il rischio di dividersi in schieramenti diversi e persino rivali o di fraintendersi. Lo scenario di Babele, in cui le lingue e le persone stesse rimangono estranee tra loro, è lontano se siamo pieni dello Spirito che rende familiari, tesse la comunione tra diversi, getta ponti e consente di superare i muri che dividono. Lo Spirito del Risorto permette di parlare davvero a tutti. Quando la Chiesa si ripiega su se stessa è probabile che non stia facendo agire lo Spirito. Quando invece è ripiena di Spirito sa dire una parola concreta di salvezza alle persone.

Tutto questo è impossibile a noi oggi? Certamente saranno necessarie una riflessione puntuale e coraggiosa e scelte adeguate, che difendano le identità delle nostre comunità guardando con speranza e passione il futuro. Lo stiamo già facendo nel Cammino sinodale, consapevoli che dobbiamo essere pieni del suo Spirito Consolatore, Spirito di forza e non di timidezza: una forza evangelica, non supponente, antipatica, che finisce per nascondere la Verità perché la rende distante, come una pietra da tirare. È piuttosto un pane di misericordia da usare, attraente non perché svilita ma perché vera e prossima alla folla e a ciascuna persona, esigente perché chiede amore, capace di generare vita, di renderla nuova come solo l’amore sa fare.

Nella celebrazione eucaristica in apertura della prima sessione della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, parlando del Sinodo, Papa Francesco affermava: «Ricordiamo ancora che esso non è un raduno politico, ma una convocazione nello Spirito; non un parlamento polarizzato, ma un luogo di grazia e di comunione. Lo Spirito Santo, poi, spesso frantuma le nostre aspettative per creare qualcosa di nuovo, che supera le nostre previsioni e le nostre negatività. Forse posso dire che i momenti più fruttuosi nel Sinodo sono quelli di preghiera, anche l’ambiente di preghiera, con il quale il Signore agisce in noi. Apriamoci a Lui e invochiamo Lui: Lui è il protagonista, lo Spirito Santo. Lasciamo che Lui sia il protagonista del Sinodo! E con Lui camminiamo, nella fiducia e con gioia» (Omelia, 4 ottobre 2023).

La realtà italiana

Che cosa possiamo offrire al mondo? La grazia del Risorto, che nel dono dello Spirito diventa segno concreto di comunione! Solo insieme e nella gioia di un “noi” condiviso e riconoscibile, potremo affrontare le tante sfide di oggi. Guardiamo all’Italia con uno sguardo di compassione per preparare il futuro, superando disillusioni, vittimismo, paura e ignoranza. L’orizzonte continua ad aprirsi davanti a noi: continuiamo a gettare il seme della Parola nella terra perché dia frutto. […] Pensiamo all’Europa, al Mediterraneo, proseguendo l’impegno di tanti missionari e missionarie sparsi nel mondo. Siamo accoglienti! L’Italia, con il contributo prezioso di tanti laici e tante laiche, ha offerto doni di fede e umanità all’Europa e al mondo. Continuiamo a tenere vivi questi doni, in virtù del radicamento dell’Italia nella comunità dei popoli europei e della sua posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, tra Est e Ovest, tra Sud e Nord del mondo. Sogniamo un’Italia che non rinunci al suo contributo originale di umanità vivificata dalla fede a favore di tutto il mondo: sono le riflessioni che Papa Francesco ci ha consegnato.
Guardiamo sempre con la compassione di Gesù la realtà umana. Dalla lectio divina sulla Parola di Dio deriva la lectio dei segni dei tempi, a iniziare dai poveri, per capirne le domande e trarre sempre nuovi motivi per amare. In Italia, il 9,8% della popolazione, circa un italiano su dieci, vive in condizioni di povertà assoluta. Le stime preliminari dell’Istat, riferite all’anno 2023, mostrano quanto la povertà sia un fenomeno strutturale del Paese. Complessivamente risultano in uno stato di povertà assoluta 5 milioni 752mila residenti, per un totale di oltre 2 milioni 234mila famiglie. A loro si aggiungono le storie di chi vive in una condizione di rischio di povertà e/o esclusione sociale: si tratta complessivamente di oltre 13 milioni di persone, pari al 22,8% della popolazione (il dato italiano supera la media europea).
Lo stato di salute del Paese desta dunque particolare preoccupazione. È sempre più difficile uscire dall’abisso dell’indigenza. Si rafforzano le povertà croniche e quelle intermittenti, relative ai nuclei familiari che oscillano tra il “dentro” e il “fuori” dalla condizione di bisogno. Si rafforza inoltre il divario generazionale: i giovani sono sempre più esposti a difficoltà economiche e aumenta il vuoto creato da coloro che tendono ad allontanarsi dalla partecipazione politica e dal volontariato.

Sempre secondo i dati ufficiali dell’Istat, nel 2023 il 40,2% dei 16-24enni ha svolto almeno un’attività di partecipazione politica, con una riduzione significativa rispetto al 54,5% del 2003; l’8,0% ha svolto attività di volontariato, con una riduzione significativa rispetto a venti anni prima (era 11,0% nel 2003). Nel nostro Cammino sinodale uno spazio importante viene riservato proprio alla domanda spirituale dei giovani, ma anche a quella degli anziani, che tanto possono aiutare a costruire un futuro per tutti ma che vanno garantiti nella loro fragilità. Si tratta di immettere un seme evangelico nella pasta della nostra società.

A questo proposito, siamo alla vigilia della 50ª edizione delle Settimane Sociali dei cattolici, che vedrà la presenza del Santo Padre e del Presidente della Repubblica. Sarà per noi una occasione preziosa per favorire le dinamiche partecipative in particolare dei giovani, perché si sentano parte di un sogno e di un progetto comune.
È necessario promuovere azioni solidali e definire, con urgenza, soluzioni inclusive e realmente incisive, in grado di rafforzare il senso di comunità e di reciproca cura, affinché nessuno sia tagliato fuori o venga lasciato indietro. Questi problemi aumentano sensibilmente nelle aree interne del Paese, che restano oggetto di tanta preoccupazione della Chiesa. In realtà, se opportunamente aiutate in una visione strategica, possono diventare luoghi di accoglienza per tutti, anche in riferimento all’emigrazione che deve rappresentare un’opportunità oltre che una necessità.
È l’accoglienza che allarga anche il cuore e diventa testimonianza di una rinnovata cultura di pace: in questo senso accoglieremo i minori provenienti dall’Ucraina per un’estate di solidarietà. Sette nostre Chiese locali hanno dato disponibilità, insieme alle aggregazioni laicali, ad ospitare 700 minori.

Abbiamo poi bisogno di una legalità certa ed efficace che combatta gli abusi, garantendo diritti e doveri e che permetta, tra l’altro, anche di rispondere ad una domanda di mano d’opera che diventa in alcuni casi una vera emergenza.
Non vogliamo vivere una cultura del declino, che ci fa stare dentro i nostri recinti, non ci fa essere audaci e ci priva della speranza. Pensiamo anche all’inverno demografico che chiede interventi lungimiranti. Non bisogna chiudersi alla vita. Papa Francesco ricorda che quando ci si chiude ci si ammala, si cerca sicurezza nei ruoli, nella discussione interna piuttosto che annunciare il Vangelo con semplicità, servendo i poveri, così come ci è chiesto dalla Parola di Dio. […] Le generazioni di santi, martiri, coraggiosi cristiani ci spingono a prendere sul serio il Vangelo oggi in questa terra d’Italia. Oggi! Il Vangelo risponde al bisogno degli italiani, anche dei giovani, spesso isolati, che aspirerebbero a una pienezza di vita, ma non sanno dove trovarla: «A volte perdiamo l’entusiasmo per la missione dimenticando che il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone, perché tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno» (Evangelii Gaudium, 265). Ci libera dalla cultura del declino proprio questa gioiosa consapevolezza: «Abbiamo a disposizione un tesoro di vita e di amore che non può ingannare…» (Evangelii Gaudium, 265).

Il rapporto con la cultura

Per non perdere vitalità e capacità comunicativa la Chiesa deve fare i conti con la cultura nel suo insieme, prendendo in considerazione tanto le élite intellettuali laiche che la dominante cultura di massa. Senza rapporti con il mondo della cultura, la Chiesa perde anche il contatto con il mondo sociale, oggi molto più estesamente scolarizzato e acculturato di quanto fosse nella prima metà del secolo scorso. Nonostante l’originalità e la determinazione di Papa Francesco, dobbiamo chiederci se non pecchiamo di “timidezza” e di mancanza di “fantasia creativa” in ambito culturale. In altri termini, una Chiesa che non sia militanza e immaginazione culturale soffre di una colpevole, grave mancanza e omissione: non rende vivo e attuale il messaggio cristiano. La Chiesa deve aiutare la discussione critica delle ideologie, dei miti, degli stili di vita, dell’etica e dell’estetica dominanti. Se è vero che la Chiesa ha bisogno di cultura, aggiungerei che è anche la cultura ad avere bisogno del punto di vista cristiano.
Sono sicuro che, memori della storia che ha da sempre accompagnato la Chiesa in Italia nel con-venire dei Convegni Ecclesiali, coinvolti da quella compassione di Gesù verso le folle e la loro sofferenza, tradurremo questo vissuto in “comunione, partecipazione e missione” per sperimentare ancora oggi, in questo nostro tempo difficile, i prodigi che lo Spirito compiva nella prima generazione.