Delegazione MCI

Convegno Europeo delle Mci a Brescia (12-16 ottobre 2015)- Cronaca

Aperto a Brescia il Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa sul tema

“Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Ha introdotto i lavori mons. Guerino Di Tora, presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes

 

BRESCIA - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che si è aperto oggi pomeriggio a Brescia presso il Centro Pastorale Paolo VI (fino al 16 ottobre).

I lavori sono iniziati questo pomeriggio con l’introduzione affidata a S.E. Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes e i saluti istituzionali di Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia; S.E. Mons. Franco Agnesi, Vescovo Ausiliare di Milano e Incaricato regionale per le migrazioni Lombardia; P. Gianni Borin cs, Provinciale degli Scalabriniani in Europa e P. Mario Toffari cs, Direttore diocesano Migrantes di Brescia. “In un mondo in cammino gli italiani non sono da meno. In dieci anni dal 2006 ad oggi registriamo un + 49,3% di trasferimenti di cittadini italiani dalla Patria a fuori i confini nazionali e, negli ultimi anni, complice la crisi sempre più intensa, i flussi hanno ripreso con numeri più vigorosi. Dai 78 mila del 2013, ai 94 del 2014 agli oltre 101 mila dell’ultimo anno. Partono sempre più giovani, sempre più istruiti e vanno dove riescono a realizzarsi per il lavoro e per la vita”, ha detto il vescovo mons. Guerino di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, portando il saluto ai circa 200 partecipanti al convegno.

“Noi – ha detto mons. Di Tora - siamo chiamati ad accompagnare questi giovani, questi nuovi migranti che si incrociano a tutti gli altri migranti delle diverse nazionalità e che si spostano per i motivi più vari. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, dobbiamo essere pronti non solo a rileggere la pastorale della mobilità, invito questo che era venuto dallo stesso Concilio, ma a mettere in pratica la rilettura perché il migrante è nostro ‘compagno quotidiano di viaggio e di vita’”. La pastorale della mobilità richiede oggi – come ricorda Papa Francesco anche nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata il 17 gennaio prossimo – “l’attenzione all’integralità della persona, per la sua piena e completa dignità”.  Uno dei luoghi dove rendere “concreta la pastorale così concepita” – ha detto ancora mons. Di Tora è la Missione Cattolica di Lingua Italiana (MCI) all’estero”. Attualmente le MCI sono 366 presenti in 39 nazioni nei 5 continenti: “una rete sinergica che segue i cambiamenti e le evoluzioni del complesso tema sociale che è la mobilità umana. Basti pensare che gli oltre 670 operatori specificatamente dedicati al servizio degli italiani (laici/laiche consacrati e non, sacerdoti diocesani e religiosi, suore, sacerdoti in pensione) hanno iniziato ad operare in nuove realtà territoriali quali Hong Kong, la Finlandia, il Kazakistan e la Spagna, meta quest’ultima sempre più scelta dai giovani italiani che si spostano fuori dei confini nazionali”. Un “luogo nuovo” quello della Missione Cattolica di Lingua Italiana, perché nuovi sono i migranti italiani con i quali “ci confrontiamo. Un luogo comunitario di vita cristiana che, conservando il termine ‘missione’, rende l’idea – tanto cara a Papa Francesco – di una Chiesa in uscita, estroversa. Nell’azione pastorale con i migranti bisogna tener presente l’evoluzione storica e ed economica da un  lato, ma anche il contesto da cui si parte e il luogo in cui si arriva”.

Padre Mario Toffari, direttore Migrantes di Brescia ha ricordato i missionari bresciani che sono stati missionari con gli italiani all’estero con un impegno come responsabile dell’ufficio: “non abbandonare il territorio europeo con l’invio di nuovi sacerdoti in Europa accanto agli italiani”.

Per il sindaco di Brescia “non c’è dubbio che il fenomeno migratorio interroga la comunità bresciana e non solo”. C’è una immigrazione e una emigrazione, ha sottolineato il sindaco ricordando che il territorio bresciano avverte oggi il fenomeno di una nuova emigrazione soprattutto in Europa.

Mons. Franco Agnesi, vescovo ausiliare di Milano e membro della Commissioni Episcopale per le Migrazioni della Cei, ha ricordato l’esempio del pellegrinaggio delle diocesi lombarde ad Assisi per l’accensione della lampada sulla tomba del Patrono d’Italia. A questo pellegrinaggio hanno partecipato molto immigrati: un esempio bello che dimostra come gli immigrati che vivono nel nostro Paese vivono tra di noi e  con noi.

Il responsabile degli scalabrinani in Europa, p. Gianni Borin, ha rimarcato il ruolo del missionario con i  nostri migranti. P. Borini ha sottolineato che le Missioni etnico-linguistiche italiane  “non vanno cancellate” come non va dimenticato il lavoro fatto dai missionari italiani accanto ai lavoratori italiani emigrati in Europa e non solo.

“Non c’è paese che può essere paragonato all’Italia per i numeri degli emigrati, per i tanti luoghi di partenza e per le numerosissime mete negli arrivi: non vi è comune italiano che non sia stato ‘toccato’ dall’emigrazione e non vi è continente che non è stato interessato dall’arrivo di italiani”, ha spiegato la caporedattrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, Delfina Licata.

Per Licata l’emigrazione stenta in Italia, però, ad avere “una considerazione positiva. Troppo spesso legata alla povertà, a un’Italia che si vuole dimenticare fatta di fame, volti emaciati e povertà estrema. Ancora oggi il cambio di mentalità è difficile ed è – ha spiegato - ancora estremamente faticoso ‘sensibilizzare’ alla mobilità come opportunità di conoscenza, di arricchimento, di ampliamento delle proprie prospettive e aspettative”. Per la studiosa l’emigrazione tutta, italiana in particolare, è oggi “altro: essa si è evoluta portando alla cultura del diverso in quanto altro da noi e quindi potenziale arricchimento per la nostra identità e la nostra personalità. Si vive nella pluralità delle differenze e nel desiderio di conoscere ciò che è diverso da noi. Si viaggia di più e con più facilità, ma quando l’alterità arriva in casa il disagio è forte e insuperabile a causa di una sorta di blackout culturale per cui l’arrivo dello straniero non è positivo, ma foriero di pericolo e problemi”. Licata ha fatto quindi un excursus storico dell’emigrazione italiana evidenziando che dall’Unità d’Italia ad oggi certamente le migrazioni con l’estero hanno rappresentato un fattore di “primaria importanza nell’evoluzione socio-economica del Paese. Solo a partire dagli anni Settanta si è cominciato a intuire il progressivo delinearsi di un’inversione di tendenza, rivelata dal passaggio, per i più inaspettato, da paese d’emigrazione a paese d’immigrazione”. Uno studio sull’emigrazione italiana nel mondo viene redatto annualmente dalla Fondazione Migrantes che realizza il “Rapporto Italiani nel Mondo”, uno strumento culturale della Chiesa italiana condiviso da diverse strutture che stimola ragionamenti e considerazioni certamente sull’Italia e sugli italiani, ma “suscettibili – ha spiegato Licata - di ampliare la propria portata nel più complesso panorama internazionale ed europeo alla luce degli accadimenti storici, politici, economi e culturali”. Quest’anno il Rapporto Italiani nel Mondo è giunto alla decima edizione. In dieci anni si è passati dai 3.106.251 iscritti all’Aire (dato del 2006) ai 4.636647 del 2015 con una crescita del +49,3% in dieci anni.

 Il Concilio Vaticano II, che si apriva cinquant’anni fa, “segna un momento decisivo anche per la cura pastorale dei migranti e degli itineranti”., ha detto  poi nella sua relazione il direttore generale della Fondazione Migrantes mons. Giancarlo Perego: “già l’evento, per la prima volta veramente universale per la partecipazione di vescovi provenienti da ogni continente e da molte esperienze ecclesiali di antica e nuova evangelizzazione, ha costituito una novità, offrendo la possibilità di leggere il fenomeno migratorio e della mobilità con occhi diversi. La prospettiva ecclesiologica, poi, del Vaticano II, che sottolinea la dimensione di una Chiesa, che è formata da ‘coloro che camminano sulla terra’ e ‘che cammina insieme con l’umanità tutta’, pellegrinante, e in una relazione nuova con il mondo, facendo sue le attese delle persone, soprattutto dei poveri, ha permesso di riconsiderare con occhi nuovi anche la mobilità umana e le migrazioni”.   Mons. Perego ha parlato delle migrazioni nei documenti del Concilio Vaticano II e nel post-concilio a partire dalla “Gaudium et spes”, il documento conciliare con il maggior numero di riferimento ai migranti. Dalla necessità di conoscere e avvicinare, le persone e le famiglie migranti, immigrati e rifugiati, vittime di tratta, nasce – ha detto Perego -  anche una pastorale delle migrazioni che sappia coniugare evangelizzazione e promozione umana, cercando di superare le disuguaglianze sociali” soffermandosi poi sul Concilio Vaticano II e le migrazioni e sul dopo Concilio a partire dalla “Pastoralis migratorum cura”, il Motu Proprio di Papa Paolo VI  seguito dall’Istruzione De Pastorali Migratorum Cura, che presentava una lucida analisi del fenomeno migratorio e delle sue implicanze  religiose, sociali, politiche ed economiche, cioè i processi di integrazione.  E poi l’Erga migrantes Caritas Christi” di Giovanni Paolo II del 2004. Mons. Perego ha evidenziato, a partire da questo documenti,  i vari percorsi pastorali nel campo della mobilità umana fino ad arrivare al tema della tutela dei diritti è l’attenzione anche a nuove fragilità e povertà che colpiscono “pesantemente il mondo immigrato,  soprattutto in tempo di crisi economica”, e che spesso arrivano anche attraverso la rete degli sportelli del volontariato oltre che delle case di accoglienza e dei centri di ascolto, dei molti servizi. Il pensiero va al Penso al tema della casa – l’85% degli immigrati è in affitto, contro l’80% degli italiani che è proprietario della casa; alla precarietà e alla mobilità del lavoro che caratterizza un milione di lavoratori immigrati e “impediscono anche i ricongiungimenti familiari.  La precarietà e l’irregolarità lavorativa chiedono oggi serenamente di affrontare il tema dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, dentro un quadro di regolamentazione dei flussi. E’ una prospettiva nuova, che chiede anche un cambiamento legislativo, ma soprattutto chiede la consapevolezza che non possono esistere situazioni  riconosciute di illegalità e di sfruttamento lavorativo, limbi dove non è riconosciuta la cittadinanza e la tutela, dove si alimentano mafie e corruzione, sfruttamento a danno del sistema Paese, oltre che degli stessi immigrati”. Al tempo stesso non può venire meno “un piano di protezione e tutela dei più deboli”, come i minori.

Il Convegno prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: domani a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Bergamo, S.E. Mons. Francesco Beschi; mercoledì a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, S.E.  Mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino.

Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. (Migrantes online/Inform 12)

La seconda giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa

BRESCIA - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che si è aperto lunedì  pomeriggio a Brescia presso il Centro Pastorale Paolo VI (fino al 16 ottobre).

I lavori di ieri  13 ottobre 2015,   sono iniziati  con una tavola rotonda sul tema “Le Chiese e la pastorale dei Migranti  in Europa”, moderata dal direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Brescia e del settimanale “La Voce del Popolo” di Brescia, don Adriano Bianchi, alla quale sono intervenuti  mons. Hans Paul Dhem, referente della diocesi di Fulda, in Germania per la pastorale Migratoria; mons. Karel D’Huys, Vicario generale della diocesi di Hasselt in Belgio, Mons. Joseph Annen, Vicario Generale Regionale per il Canton Ticino, Zurigo e Glarsu della Conferenza Episcopale Svizzera; mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione Cei per le Migrazioni e il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e presidente della Commissione per le Migrazioni del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europei. 

Quando si parla di Europa bisogna non dimenticare l’emigrazione interna tra i Paesi europei, ha detto il card. Bozanic sottolineando che oggi si parla di una crisi senza precedenti riguardo al fenomeno migratorio. In Europa sono molti i rifugiati che ogni giorno arrivano: 600mila, secondo i dati, quelli giunti nel Vecchio Continente nel 2015 fino agli inizi di ottobre. Questo flusso – ha detto il porporato -  sta “modificando l’Europa e la pone davanti ad una grande sfida che va accolta con responsabilità comune”. L’Europa oggi è “confusa e sembra priva di una cultura dell’accoglienza e solidarietà tra i vari Paesi che la compongono”. Davanti a questo flusso migratorio la Chiesa è impegnata in prima fila.  Le società – ha spiegato Bozanic -  che accolgono sono chiamate a “trovare un chiaro equilibrio per evitare problemi di vario genere”. Occorre partire dal riconoscimento della persona, dal suo “valore infinito: la dignità non è un valore astratto ma assume il volto di un uomo, di una donna, di un  bambino. Chi accoglie l’altro riceverà sempre un dono ed una ricchezza”.  Da qui l’invito ad “accogliere con generosità ma nello stesso tempo serve un impegno ad affrontare le cause delle migrazioni. Se l’uomo è costretto a vivere in condizioni non dignitose scappa ed emigra. La chiesa invita la politica ad aiutare a combattere le cause delle migrazioni, soprattutto le guerre e la fame”.

Il card. Bozanic ha spiegato che che dopo l’appello all’accoglienza rivolto da Papa Francesco alle chiese d’Europa si è registrata una risposta molto positiva  e “ricca di generosità cercando di concretizzare nei vari Paesi iniziative di accoglienza”. Il responsabile del Ccee per le Migrazioni, ha sotolineato il binomio “accoglienza-integrazione”.  Questo è molto importante perché “si esprime il desiderio verso chi arriva e che ha bisogno di essere integrato nella varie società dove arrivano evitando il rischio di cadere nell’assistenzialismo”.

“Preti, suore, laici delle comunità, vescovi che inviano i loro preti, le strutture di Migrantes ed i rappresentanti e coordinatori delle missioni… Si è trattato sempre  di uomini  e donne che hanno dato e danno ancora oggi il meglio di sé al servizio degli Italiani e che ancora di più sono chiamati a contribuire alla vita e alla missione della chiesa nelle comunità di comunione”, ha spiegato il Vicario generale della diocesi di Hasslet, mons. Karel d’Huys. Il sacerdote, parlando della realtà della Mci italiana in Belgio ha detto che oggi, accanto ad una comunità numerosa che si è formata nel decennio a ridosso della Seconda Guerra Mondiale e di “cui conosciamo ormai la terza e quarta generazione” si è aggiunta una seconda ondata di migrazione, quella degli “expat”: persone che arrivano per l’Unione Europea o per le istituzioni culturali ed economiche”. A ridosso degli anni 2000 in quasi tutte le diocesi del paese  la panoramica della pastorale territoriale era cambiata e si “sopportava” appena l’esistenza di una “comunità Italiana” a parte, scegliendo decisamente “una riorganizzazione – ha spiegato -  delle parrocchie in unità pastorali, nelle quali far confluire anche le comunità cattoliche d’origine straniera. Da una parte cresceva il desiderio di estinguere le missioni, dall’altra la determinazione di salvaguardare ad ogni costo un certo passato”. Con il documento vaticano “Erga migrantes caritas Christi”, del 2004 si inizia a parlare di “modello chiesa-comunione”. In questo progetto per diventare chiesa di comunione sono state coinvolte tutte le parti che ha portato al documento “Le Comunità cattoliche di origine Italiana e la chiesa locale in Belgio. (Camminando) verso comunità di comunione”. In questo progetto si riconosceva – ha detto mons. D’Huys – “l’esistenza della comunità Italiana e riscoprire il suo valore”. Inoltre si coinvolgeva la comunità Italiana anche a livello istituzionale, con membri che facciano parte del consiglio pastorale parrocchiale e dei vari consigli diocesani. In questo processo – ha detto – è “cresciuto il desiderio nella chiesa locale di far tesoro del modo di essere comunità degli Italiani. D’altra parte cresce la consapevolezza nelle comunità Italiane di non essere un ‘caso a parte’ ma che insieme facciamo parte di una più grande rete multiculturale”. Nel percorso – ha poi sottolineato il vicario della diocesi di Hasselt - verso una comunità di comunione è stato “fatto molto ma c’è ancora da fare. La trappola del conflitto ‘integrazione – identità’ c’è sempre”. Oggi occorre “un nuovo passo in avanti: prendere coscienza della vocazione cristiana, quella della fratellanza, cosi che Belgi e Italiani, insieme con tanti altri cristiani, diventiamo fratelli dell’umanità nel mondo. In questi tempi di migrazione e dell’afflusso di profughi, mi pare una cosa urgente”. Il sacerdote ha quindi annunciato che i vescovi belgi stanno preparando un documento sulla posizione dei preti ed altri responsabili della pastorale provenienti dall’estero in servizio nella Chiesa Belga. “Al di là delle proprie comunità e della propria missione – ha detto - siamo chiamati insieme, sullo stesso livello, all’evangelizzazione – l’una chiesa dando appoggio all’altra, scambiandoci reciprocamente i vari doni dello Spirito. In questo senso la missione Ad gentes e quella all’interno della Chiesa occidentale sono molto vicine. Il ministero quindi del prete Belga, Italiano o Africano non è tanto diverso”.

“La pastorale migratoria rimane una missione permanente della Chiesa”, ha evidenziato mons. Josef Annen, Vicario generale regionale per il Canton Ticino, Zurigo e  Glarus “Già 120 anni fa, gli immigranti italiani hanno trovato nella Missione cattolica una seconda patria dal punto di vista religioso e sociale. La Missione italiana ha contributio – ha sottolineato mons. Annen -  alla pace sociale nella città di Zurigo. Ha offerto agli immigrati la possibilità di praticare la loro fede e di trasmetterla alla prossima generazione. La storia della Missione cattolica italiana è una storia di successo”. Oggi chi arriva in Svizzera proviene nin solo dall’Italia : nel Vicariato generale di Zurigo un terzo dei cattolici proviene dall’immigrazione e  questo rappresenta “una grande sfida: una sfida per le parrocchie locali e una sfida per le tante Missioni di lingue diverse”.  Per tanto tempo le parrocchie Svizzere sono “rimaste chiuse in se stesse e le Missioni hanno formato dei gruppi linguistici isolati, simili ad un ghetto. Oggi vogliamo mettere fine a questa situazione. Ci siamo posti come meta pastorale di formare delle parrocchie locali multilingue. Vogliamo arrivare ad essere una comunità cristiana composta da molte lingue, nazioni e culture – insomma una Chiesa cattolica guidata dallo Spirito di Pentecoste ”. E parlando della realtà che oggi si vive a Zurigo Annen ha evidenziato come tra i rifugiati che attualmente arrivano in Svizzera ci sono dei cristiani caldei provvenienti dall'Iraq, cristiani dalla Siria, dall'Eritrea e dall'Etiopia. “ Non hanno – ha detto - ancora una loro Missione, ma nascono delle comunità cristiane molto vive. Le guerre in Africa e nel Medio Oriente sono motivo di nuovi problemi e sfide per la pastorale migratoria in Svizzera.  Ho l'impressione – ha concluso -  che con i rifugiati siamo allo stesso punto come 120 anni fa quando sono arrivati i primi italiani in Svizzera e la Missione cattolica italiana ha avuto il suo inizio. Tutta la pastorale per i nuovi popoli migratori deve essere costruita e sviluppata. La storia si ripete”.

Oggi nel mondo sono circa 450 i sacerdoti, secolari e regolari attivi in 380 centri tra parrocchie, cappellanie e missioni, aiutati da 180 religiose. Per i circa 2.200.000 italiani in Europa sono attive 288 missioni o centri di assistenza pastorale con circa 350 presbiteri. Il dato è stato fornito dal vescovo mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes. La presenza dei missionari, con un’età media di 65 anni, è in forte calo- ha sottolineato il presule -  con una perdita  nel prossimo decennio di 150/200 presbiteri, tra regolari e secolari e la chiusura o l’accorpamento di 100 missioni. Esiste una rete di associazioni religiose laiche, curate dall’Ucemi che “condivide la fatica dell’associazionismo  italiano all’estero”.  A metà degli anni Novanta erano 300 i missionari in Europa in 262 missioni coadiuvati da 236 religiose. Dieci anni dopo, nel 2005 sono attivi 431 centri fra parrocchie e missioni, nei quali operano 543 sacerdoti aiutati da 166 suore e 51 operatori laici.

Mons. Di Tora si è soffermato sulla presenza degli italiani nel mondo oggi partendo dai dati forniti dal Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes e presentato a Roma lo scorso 6 ottobre: oltre 4 milioni 636 mila di cui il 15,2% ha meno di 18 anni, il 22,5% ha tra i 18 e i29 anni; il 23,4% ha tra i 35 e i 49 anni. Citando i dati mons. Di Tora si è poi soffermato sugli universitari e in particolare sul programma Erasmus, che ha “incentivato notevolmente la mobilità internazionale tra i giovani italiani”. Sono stati 17.754 gli studenti universitari che, nell’anno accademico 2008/2009, si sono inseriti nel programma europeo Erasmus, recandosi all’estero e 1.628 quelli che hanno compiuto un tirocinio presso imprese di altri paesi, su un totale europeo, rispettivamente, di 168.153 e 30.300 studenti. A venire in Italia sotto la copertura di questo programma sono stati, invece, 15.530. Dal 1987 al 2009 gli studenti europei protagonisti di queste “migrazioni per studio”, spesso funzionali anche a successive migrazioni per lavoro, sono stati 2 milioni (l’1% della popolazione universitaria). Lo spostamento “non è scoraggiato dal modesto sussidio comunitario (272 euro al mese), che in pratica finisce per favorire i figli di famiglie benestanti”. Le quattro destinazioni più popolari per i borsisti di questo programma sono la Spagna, che riceve più di 30.000 studenti, il 34,9% del totale, seguita da Francia con un 15,7%, Germania che accoglie il 10,7%, e al quarto posto il Regno Unito con il 9,3%. “La nuova emigrazione è, pertanto, giovanile e femminile, guarda in particolare ai Paesi europei e alle grandi città. Anche per questo, si segnala una crescita di disagio giovanile di italiani nelle grandi città europee, come dimostrano i numeri di giovani italiani nelle carceri di Londra, Parigi, Berlino”, ha evidenziato il presidente di Migrantes.

Per mons. Hans Paul  Dehm, referente per la pastorale dei migranti della diocesi di Fulda, ha evidenziato la forte presenza delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania. In questi anni – ha etto - sono state celebrati diversi anniversari delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, segno di una presenza molto attiva. Mons. Dehm ha poi evidenziato il bisogno di conoscenza della lingua sottolineando il “grande cambiamento” che vivono oggi le diocesi tedesche sul fronte integrazione dei migranti.

 Il Convegno prevede una serie di relazioni, tavole rotonde e tre pellegrinaggi: ieri a Sotto il Monte, luogo natale di papa Giovanni XXIII con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi; oggi a Concesio, luogo natale di Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari e domani, giovedì, a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli. (Inform 14)

Terza giornata dei lavori del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa

BRESCIA - “Gli emigranti italiani e le Chiese in Europa, a 50 anni dal Concilio Vaticano II”. Questo il tema del Convegno delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in corso a Brescia dal 12 ottobre e che si concluderà venerdì 16.

I lavori della terza giornata sono iniziati  con una tavola rotonda sul tema “La vita e i problemi, il futuro delle missioni cattoliche italiane oggi in Europa”,  moderata dal giornalista Paolo Bustaffa  e alla quale sono intervenuti don Carlo De Stasio, coordinatore delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera; padre Tobia Bassanelli, delegato delle Missioni cattoliche di lingua italiana in Germania e ?Paesi Nordici; mons. Giovanni Battista Bettoni, coordinatore della pastorale per gli italiani in Belgio;  don Federico Andreoletti, delegato delle missioni cattoliche di lingua italiana in Francia e  don Antonio Serra, delegato delle missioni cattoliche di lingua italiana in Gran Bretagna. All’incontro è intervenuto anche mons. Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo. Ieri sera il pellegrinaggio a Sotto il Monte, paese natale di papa Giovanni XXIII, con la visita ai luoghi giovannei ed una celebrazione eucaristica con il vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi.

In Svizzera la popolazione straniera più numerosa rimane quella degli italiani (15.3%). In questo Paese sono arrivati da gennaio a dicembre 2014, 11.092 italiani con un incremento del 7.7% rispetto al 2013 ha detto don Carlo de Stasio aggiungendo che le MCI in Svizzera hanno percorso “un cammino lungo e impegnativo segnato da tappe e passaggi che nel corso degli anni hanno orientato la direzione di marcia; hanno scritto una gran bella storia ispirata dalla passione per la vita dei nostri connazionali emigrati in territorio elvetico, dall’amore per il Signore e la passione per la Chiesa”. Nel corso di più di un secolo, si sono avvicendati tanti volti di missionari e religiose, laiche e laici che “con intelligenza, generosità e impegno hanno dato un contributo notevole al bene delle comunità emigrate italiane in Svizzera”, ha aggiunto don De Stasio evidenziando che i “modelli pastorali attuati costituiscono ancora un cardine della pastorale migratoria e producono un gran bene”. Oggi – ha spiegato – la Chiesa locale e, al suo interno, le missioni linguistiche, avvertono “la necessità di forme nuove di pastorale migratoria finalizzate a vivere la dimensione della cattolicità e della comunione in una Chiesa pellegrina e migrante, popolo di Dio in cammino, ma facciamo fatica ad accettare questa sfida e a intraprendere con audacia, coraggio e creatività percorsi nuovi, più rispondenti a ciò che lo Spirito suggerisce oggi”.

Per poter realizzare una pastorale di comunione – secondo il coordinatore delle MCI in Svizzera - è “indispensabile” che tra la Chiesa in Svizzera e la Chiesa in Italia si “rafforzi la collaborazione non solo per il bene delle comunità di missione già radicate in territorio elvetico ma anche per la presenza significativa di nuovi migranti dall’Italia che influenza la pastorale ordinaria, interpella le Chiese locali di partenza e di arrivo ed esige cooperazione fraterna”. don De Stasio auspica “un maggior dialogo e confronto” tra “Migratio” e “Migrantes”, gli organismi preposti dalle due conferenze episcopali ad orientare la pastorale con i migranti e a curare i rapporti e la formazione dei Missionari. “Spesso – ha spiegato - non si è interpellati nella decisione di chiudere, fondere, ridurre il personale di una missione o esigere l’avvicendamento di un missionario; la decisione compete alla Chiesa locale e alle amministrazioni della chiesa cantonale ma, in un clima di collaborazione e cooperazione è opportuno e auspicabile il confronto e il dialogo per giungere ad una decisione condivisa e motivata”.

Padre Tobia Bassanelli  ha presentato la situazione nelle Mci in Germania dove esistono 83 Mci con 70 sacerdoti tra religiosi e diocesani. L’impegno è quello di “essere vicini ai nostri connazionali, nonostante le difficoltà” dovute alla carenze di sacerdoti e collaboratori pastorali. Sono, infatti, “in aumento nelle nostre Mci - ha detto padre Bassanelli - sacerdoti non italiani”. In questi mesi – ha aggiunto – “abbiamo il cambio del sacerdote in una decina di Missioni. Sugli 11 sacerdoti loro assegnati solo 2 sono italiani. Questo fa capire che senza la solidarietà di altre Chiese  oltre un terzo elle nostre comunità  dovevano essere chiuse o accorpate ad altre”.

Stesse difficoltà si registrano in Francia, ha spiegato il coordinatore don Federico Andreoletti. In Francia le Mci sono 14 seguite da 12 missionari tra sacerdoti diocesani e religiosi.

In Belgio – ha detto mons. Giovanni Battista Bettoni, attualmente ci sono 19 punti di riferimento per gli italiani;  della pastorale si occupano 2 suore e 10 missionari. In Lussemburgo esistono 3 Missioni Cattoliche Italiane  con 3 preti italiani al servizio delle missioni; un quarto sacerdote (lussemburghese) si interessa del personale della commissione europea. In Olanda 3 punti di comunità con un sacerdote  francescano. L’età media dei missionari è di circa 70 anni con due soli sacerdoti under 50. Mons. Bettoni ha ripercorso il cammino della Chiesa belga verso le comunità italiane che invita ad un cammino di “inserzione-comunione” e dall’altra “si vede come nella pratica si affidi una parrocchia ad una comunità di origine straniera”, ha detto mons. Bettoni esprimendo una preoccupazione comune in diversi paesi d’Europa. “E’ difficile – ha spiegato - vedere come si possa camminare verso una comunione con le comunità locali quando si affida una chiesa ad una comunità che sarà tentata di vivere isolata proprio perché si vede ‘investita dell’autorità come parrocchia territoriale’”.

Mons. Bettoni denuncia “la situazione di secolarizzazione nella quale vive la chiesa locale e da cui non sono assolutamente esenti neanche le nostre comunità di origine italiana”: “fino a poco tempo fa erano le comunità locali che avevano questo problema ...oggi anche le nostre comunità non sono più ‘un'isola felice e protetta’. Anche le nostre comunità hanno perso ‘la seduzione” per potere essere punto di attrazione per le nuove generazioni. Rischiamo di essere punti di appoggio per le generazioni che si possono davvero chiamare emigrate  ma che ora stano via via scomparendo”. “Questa situazione – ha detto -  ci interpella e ci chiede non di ‘contare le nostre forze rispettive’,   ma di fare ‘forza comune’ per annunciare Cristo come Salvatore... non fermandoci a volte troppo in contrapposizioni e battaglie di parte” . “Credo – ha concluso - che la nostra specificità e l’arricchimento che possiamo portare alla chiesa é continuare a vivere e proporre come cammino di ‘ chiesa di oggi’ la possibilità della coesistenza di comunità ‘territoriali’ accanto a comunità ‘di elezione’ dove il legame non è il territorio ma un sentire e una appartenenza che si porta in cuore”. Da qui l’invito a “rimettere in moto” degli incontri  di riflessione affinché le commissioni episcopali delle due chiese “possano individuare  modi di vedere e di agire per il cammino futuro e della vita delle nostre comunità e della presenza di sacerdoti dall’Italia che le sostengono”.

In Gran Bretagna le Missioni Cattoliche Italiane sono attualmente costituite dalla comunità di San Pietro a Londra, dalla comunità dei padri scalabriniani, dalle MCI di Nottingham, Loughborough, Leicester, Lincoln, Bradford e Nord di Londra ha spiegato don Antonio Serra. Oltre alla celebrazioni liturgiche, alla preparazione e celebrazione di tutti i sacramenti nella parrocchia di San Pietro esiste da più di vent’anni una charity che si chiama St. Peter’s Projet che si preoccupa di accogliere e assistere italiani in difficoltà dal punto di vista sociale, economico e sanitario. Esiste un servizio di accoglienza con volontari una volta a settimana presso la cripta di una chiesa anglicana, dove è assicurato un pasto caldo, dialogo, e assistenza umana e spirituale ai giovani in disagio. Anche l’assistenza alle carceri non “è trascurata ma al momento. I cappellani delle carceri inglesi non registrano detenuti italiani a Londra ma solo quelli provenienti dall’est europeo”, ha detto don Serra aggiungendo anche che all’interno del progetto pastorale di immigrazione nella stessa parrocchia è nato un progetto di orientamento per gli immigrati dell’Italia che desiderano avere notizie circa la sistemazione, lavoro e studio a Londra.  Il progetto si chiama “Benvenuto a Bordo”: ogni settimana partecipano all’iniziativa circa 40 ragazzi. Altra iniziativa, tra le tante citate dal sacerdote la nascita a Braford della mensa del povero. Ogni sabato viene offerto un pasto caldo a una sessantina di persone. “Tutte le spese sono sostenute dalla comunità”, ha detto.

In Gran Bretagna secondo i dati del Consolato vivono 260 mila italiani iscritti all’AIRE, con un ritmo di 2000 iscrizioni al mese. Al di là dei numeri ufficiali, il Consolato, però, ha detto don Serra,  stima che l’effettiva popolazione italiana in Gran Bretagna sia di circa 500/600 mila persone presenti principalmente a Londra, Manchester, Newcastle, Bristol, Cardiff, Liverpool e Leeds. I recenti flussi riguardano per il 65% giovani dai 18 ai 35 anni e di questi il 57% è laureato. “Per questo motivo – ha detto don Serra -  risuona spesso nei media e anche nelle nostre riunioni l’espressione ‘fuga dei cervelli’, come se esistessero esseri umani di serie A – quelli col cervello e quelli di serie C. Io eviterei questa espressione, perché come Chiesa siamo chiamati ad avere cura della persona tutta intera, anche e soprattutto di quella che è partita dimenticando il suo cervello a casa”. L’inserimento di queste persone è “difficile e problematico” a partire dalla lingua: i laureati che arrivano in Gran Bretagna hanno una competenza linguistica “buona ma di tipo scolastico. Una volta arrivati si rendono conto che l’inglese parlato è tutt’altra cosa. Tanti altri, invece hanno una competenza linguistica molto scarsa e in non rari casi pari a zero”. “Poiché la conoscenza dell’inglese è precondizione indispensabile per l’inserimento lavorativo in Inghilterra, molti trovano lavoro come lavapiatti nei ristoranti gestiti da italiani stessi, oppure come manovali in imprese gestite da italiani.

Questo tipo di inserimento  e il lavoro in un contesto italiano – secondo il sacerdote -  fa sì che gli italiani diventino sempre più ghettizzati, impossibilitati ad apprendere la lingua nonostante una presenza pluriennale. Infine, la facilità di reperimento della manodopera e la gestione dell’impresa secondo stili e consuetudini italiane, alcuni imprenditori tendono a sfruttare i giovani appena arrivati con salari bassi e orari di lavoro spesso anche doppi rispetto a quelli consentiti dalla legge. Al primo cenno di cedimento o di ribellione i giovani vengono cacciati via dall’oggi al domani senza alcun preavviso”. Questi dati, “seppur imparziali e frammentati sollecitano la Chiesa locale e la Chiesa Italiana a rivolgersi a questo fenomeno “con urgenza e con grande attenzione e premura pastorale”. L’attuale “massiccia ondata di nuova immigrazione dall’Italia, peraltro in continua crescita lasciano presagire l’urgente necessità di incremento di presenza di operatori pastorali e di strutture adeguate che sappiano rispondere puntualmente all’emergenza umanitaria in atto, con un implemento significativo nelle grosse città”.  I nostri emigrati – ha concluso -  non si spostano in barconi e fanno “poca notizia”, ma anch’essi sono “gli ultimi ai quali noi Chiesa abbiamo il compito, non come opzione ma come vocazione, di manifestare il volto misericordioso del Padre”.

Nel suo intervento il vescovo ausiliare di Friburgo mons. Alain de Raemy ha ricordato la sua esperienza di migrazione ed ha spiegato che oggi occorre essere presenti, svizzeri e italiani residenti nel Paese elvetico, con un’unica missione che si realizza in una Chiesa “comune” dove “nessuno è straniero”. È una sfida - ha aggiunto mons. De Raemy - che va affrontata. In Svizzera le Missioni cattoliche italiane vengono viste, purtroppo ancora oggi, come “stranieri ai quali si dà in prestito una sala, una chiesa. Questo è sbagliato. Nessuno è straniero nella Chiesa”.

Nel pomeriggio un pellegrinaggio a Concesio, luogo natale di Papa Paolo VI con la concelebrazione presieduta dal Vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari e giovedì a Nigoline, patria del vescovo Geremia Bonomelli, con la concelebrazione presieduta dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mns. Nunzio Galantino.

Chiuderà i lavori, venerdì 16 ottobre, l’intervento di Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. (Inform 15)

Numerose cronache e informazioni sul Convegno di Brescia si possono trovare sul sito della Migrantes, in particolare sul suo quotidiano online www.migrantesonline.it  (ndr)

 

 

Deutsche Bischofskonferenz
Chiesa Cattolica Italiana
Bistums Limburg
Corriere d'Italia