Delegazione MCI

Meditazioni

L’impatto del Vangelo nella vita spirituale”                

 

 

 

                                                                                                Salmo 63 (62), 2.4-9.

         Vita interiore tra angoscia e desiderio

    Alla nostra esperienza, la vita appare fragile, effimera, incomprensibile.    E’ così che l’uomo percepisce sé stesso, il suo proprio mistero.     Frammento irrilevante della Natura e della Storia,      il singolo uomo vive in un mondo segnato dalla morte. Tutto sembra continuamente riversarsi nel nulla: prima era, poi un istante dopo, non è più:   (brano di s. Agostino, da “Esposizione sui salmi”)

     <Fratelli, durano forse i nostri anni? Quelli che erano non sono più, quelli che verranno non sono ancora. Gli anni sono passati, gli altri non arriveranno che per passare a loro volta … Le prime ore del giorno sono passate, le altre non esistono ancora, verranno ma per riversarsi nel nulla … Nessuno ha in se stesso stabilità. Il corpo non possiede l’essere, non permane in se stesso. Cambia con l’età, col tempo e coi luoghi, cambia con la malattia e gli incidenti. Così gli astri, non hanno maggior stabilità …   E neppure il cuore dell’uomo è costante. Quanti pensieri, quanti slanci lo agitano, quanti piaceri lo traggono qua e là, e lo lacerano! La stessa mente dell’uomo, per quanto dotata di ragione, cambia e non padroneggia l’essere: vuole e non vuole, sa e ignora, ricorda e dimentica. Nessuno ha in sé l’unità dell’essere …>   

                                                                                                                                                                                                                                                                Qui è la radice di un sentimento decisivo per l’orientamento spirituale: l’ ANGOSCIA esistenziale, il dubbio di una mancanza di senso, la paura della morte. Perché l’uomo, a differenza degli animali, sa che morirà.      Ma la sua stessa angoscia esprime il suo desiderio più profondo, di  essere, di  unità, di riconciliazione … quindi desiderio dell’Essere e dell’Uno, e apertura alla loro rivelazione. 

         E’ vero purtroppo che fin dagli inizi del suo cammino l’uomo cerca di farsi padrone di sé stesso e della sua vita, cerca di raggiungere da sé l’armonia, la quiete interiore e l’unità: avventura titanica suggeritaci dall’Oppositore di Dio, che ci logora nel protagonismo e ci espone al baratro del nichilismo.   Ecco perché l’ebraico “teshuvà”  (= pentimento, ritorno [a Dio] ) e il greco “metànoia” (= conversione dell’intelligenza, cambio di mentalità), termini che ci parlano di conversione, significano concretamente abbandono dell’orgoglio e della disperazione,  e accoglienza del mistero della vita nell’umiltà, nella fiducia (= fede, ebr.’aman) e nella speranza.  

      Quindi, malgrado la loro universalità (vedi ad es. il buddismo, che vuole essere prassi di liberazione dalla sofferenza), angoscia e disperazione non sono il solo punto di osservazione per guardare alla vita.                                                                                                                                                       C’è anche lo STUPORE e la MERAVIGLIA   (“Laudato sii, mi Signore, cum tucte le tue creature…” S.Francesco) davanti all’enigma seducente della bellezza e dell’ordine del Cosmo, della Persona umana, e perfino di tutte le grandi creazioni della Storia. L’uomo ha come il presentimento dell’abisso della divina Sapienza, che suscita timore e rispetto, il sentimento del sublime e del        l’immenso . Da questo invisibile e incommensurabile, grazie alla mediazione dell’intuito umano, continuamente prende forma quanto è visibile, in forme sempre nuove di bellezza ed intelligenza.                                                                                                                                                                                     Ed è finalmente nell’ascolto della Buona Notizia del Verbo fattosi carne, e in Lui della resurrezione di ogni carne, che l’uomo trova la fiducia di non essere presto ridotto al nulla, bensì di essere voluto, amato e salvato nella totalità del suo essere, anima e corpo, nell’incontro salvifico della Grazia divina con l’umana libertà.

      Oltre l’orrore , l’angoscia e la morte, nell’intimità offerta dal Creatore alla creatura che ha ritrovato la fiducia nel suo “Abba”, la Creazione appare così come un immenso Cantico dei Cantici.  Dio ri-vela il Suo volto bellissimo e rassicurante nel Suo Figlio Gesù, paternità divina che quanto più è da noi sperimentata, tanto più rimane velata e desiderabile.                                             E’ così che Dio  fonda il DESIDERIO che c’è nelle persone umane, lo libera dall’angoscia e dalla paura, e lo attira a sé.      Dio mette nelle Sue creature uno slancio, una fame di desiderio dell’ “altro”  simile al Suo – Lui che è passione d’amore -  che già si manifesta in noi nell’eros per poi perfezionarsi nella comunione con Dio, pienezza dell’Amore, della Bellezza, del Bene. 

   Dio è allora il fondamento del desiderio umano.   Il “desiderio” è anzitutto la passione di Dio per l’essere umano, e a questa passione divina per noi vuol rispondere il nostro desiderio . Se l’eros esprime l’impulso del desiderio inscritto nella nostra natura, l’agape ci parla dell’incontro colmo di tenerezza tra due Persone, quella divina e quella umana. Dio attira le anime col desiderio e con questo le scava sempre di più per riempirle meglio, per colmare il loro inesauribile bisogno di Dio.

DOMANDE:  “Dentro di te cosa prevale:  l’angoscia dell’uomo adulto artefice della sua vita o la meraviglia del bambino che si sente amato?”   “Chi/che cosa cerchi/desideri?”    “Chi/che cosa per ora hai trovato?”

                              La vita interiore e la sete di Dio

<La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente> (Salmo 42,3).  Più ancora della fame, è la SETE a ben rappresentare il desiderio di Dio, quel tormento nel deserto arido o nella civiltà urbana moderna. Quanta sete ha l’uomo d’oggi! La sua incapacità ad immergersi nella sua interiorità, microcosmo del più grande Cosmo di cui gli sfugge il senso, gli impedisce di decifrare il suo insaziabile desiderio e di darvi una risposta, gli impedisce di non cadere vittima del decadimento del suo stesso desiderio nei mille rivoli in cui esso si disperde e in pratica si annulla.    Tutto ciò impedisce all’essere umano la scoperta di essere amato e, in quanto tale, di essere unico.           Ricordava il card. Martini ( “Ripartiamo da Dio” 1996) che  <vivere realmente … significa lasciarsi illuminare dal grido della Trascendenza che abita il cuore del nostro cuore>.                                                                                   La personale interiorità, dove si può arrivare a scoprire la Sorgente nascosta della nostra vita, è una dimensione essenziale e irrinunciabile all’uomo per realizzare la propria umanità.  La vita interiore inizia con la presa di coscienza della propria singolarità e del bisogno di coltivarla, con l’interrogarsi e il prendere distanza dagli avvenimenti interiori per distinguerli, interpretarli, giudicarli:  non conduce vita pienamente umana chi non si interroga criticamente  su di sé, sulle proprie pulsioni, orientamenti, bisogni, emozioni, sentimenti …                                                                                                                                                                          Oggi assistiamo ad una ECLISSI DELL’INTERIORITA’ con tutte le conseguenze sul piano personale e sociale.  Senza vita interiore, o meglio senza la capacità critica di accostarsi con saggezza al proprio vissuto interiore e da lì alla vita,  gli esseri umani rimangono dei “numeri” di una massa amorfa (anche nella Chiesa) e in balia di strumentalizzazioni ideologiche, culturali, politiche condotte da altri.  La vita interiore ha per fine la libertà: per crescere e diventare autori di atti liberi, creativi, responsabili, occorre conoscere criticamente se stessi.     Dalla capacità di lettura attenta e disincantata della propria interiorità dipende la qualità della vita personale e delle relazioni con gli altri.                                                                                                                                                                       Si tratta allora di  <rientrare in sé stessi >(Lc.15,17), di prendere contatto col profondo di sé, di compiere il “santo viaggio” verso il proprio cuore , dove ci attende Dio: il Cielo è dentro di noi! Tutto ciò è una condizione indispensabile per corrispondere alla chiamata a diventare noi stessi, di realizzare il nostro volto e il nostro nome.

DOMANDE:   Sono Religione, Vita Spirituale e Vita Interiore tre termini equivalenti? Definiscili propriamente.      Quale rapporto tra “desiderio” e “desideri”?  Pensieri e sentimenti, sentimenti ed emozioni, emozioni e passioni, passioni e bisogni sono realtà equivalenti?   Perché la caduta della vita interiore mette a repentaglio le istituzioni sociali, la democrazia?

 

 

      L’umiltà               “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore” (Mt.11,29). 

                          Nessun discorso appare oggi tanto irrealistico e inattuale quanto l’umiltà. Inattuale rispetto all’insaziabile ricerca odierna dell’affermazione di sé o all’esasperata tensione verso il successo personale. Troppo preoccupati dei nostri diritti, non ci accorgiamo dello scadimento di livello nel difenderli, perché invece di lottare in fedeltà al nostro essere, finiamo per lottare solo per l’avere, nell’illusione che il possesso ci porti all’essere. Se nella logica dell’avere, agire con la forza della rivendicazione porta a qualche risultato, al livello dell’essere, rivendicare, esigere e difendere porta al fallimento. Nell’affermazione di se stessi si nasconde in realtà l’incapacità del dono di sé, l’incapacità di un rapporto di gratuità e quindi di riscoperta delle radici del proprio cuore.  Contro il nostro protagonismo narcisistico, l’umiltà ci riconduce a ciò di cui siamo fatti : “humus”= terra,  cioè alla nostra creaturalità, al nostro essere “homo”= fatto di terra.

           Se l’inattualità dell’umiltà sembra mettere in discussione il valore del cristianesimo,  al contrario questa ci può consentire di rintracciare le ragioni più profonde del Vangelo e contestare così gli elementi di inautenticità della cultura odierna. E’ vero che la parola “umiltà” ci giunge da lontano, sovraccarica del peso di un’eredità che l’ha resa soprattutto virtù individuale, fine e mezzo di ricerca di un proprio auto perfezionamento.   Per alcuni può spiacevolmente suonare come sinonimo di auto annientamento della creatura davanti al Creatore,  e di diminuzione di sé di fronte agli altri, atteggiamento oggi considerato inadeguato e inautentico sia verso  Dio sia verso i propri simili, dove ci si deve valutare con realismo, senza sopra o sottovalutazioni, come condizione di un rapporto equilibrato e corretto.                                                                                                                                               Un pensatore di grande impatto nell’immaginario moderno, F. Nietzsche, colloca l’umiltà come falso valore della ricerca religiosa, che nasconderebbe il bisogno di consolazione dalla propria meschina impotenza.                                        L’umiltà quindi, essendo sospettata di ambiguità ed artificiosità, sembra non suscitare alcun interesse.             E’ pure pericoloso predicarla, farne un valore di riferimento, per la diversissima recezione che di essa hanno persone differenti: probabilmente essa provoca ma non scalfisce chi ha una personalità forte, mentre trova un’accoglienza non equilibrata in chi ha una povera autostima. 

         Diciamo chiaramente che l’umiltà non è una virtù, ma come il fondamento e la condizione per le virtù.  Dice Giovanni Crisostomo: <L’umiltà è la madre, la radice, la nutrice, il fondamento, il legame di tutte le altre virtù>;  Gregorio Magno <L’umiltà è maestra e madre di tutte le virtù>  e Agostino vede “in essa sola l’intera disciplina cristiana” (Sermo 351,3), chiamando poi Gesù “maestro dell’umiltà”, perché Lui ci insegna a vivere e ci guida ad una vera conoscenza di noi stessi, non gonfiata dall’orgoglio nè deformata dalla paura di Dio e dell’altro . Introdotti ad essa da Gesù, L’UMILTA’ E’ LA VERA CONOSCENZA DI SE’ DAVANTI A DIO.  E’ vedersi nella profondità della propria condizione di peccatori, ostili verso quel DIO CHE HA MANIFESTATO LA SUA UMILTA’ NELL’ABBASSAMENTO DELLA KENOSI, cioè nell’ INCARNAZIONE-RIFIUTO-CROCE-MORTE DEL SUO FIGLIO GESU’.                                          Per questo l’umiltà  NON E’ TANTO QUALCOSA DA MOSTRARE, QUANTO UN ABBASSAMENTO DA SUBIRE, da accettarePerché nasca vera umiltà è  necessario passare dall’esperienza esistenziale dell’umiliazione.  L’UMILTA’ E’ FRUTTO DELLE UMILIAZIONI … viene dagli altri, soprattutto dai più vicini a noi, dal prossimo e dai loro peccati, viene dalla vita che ci contraddice e ci mette con le spalle al muro, o viene dalla pedagogia di Dio che ci umilia per innalzarci a tempo opportuno come nessun altro può e sa fare!                                                                                               Le umiliazioni sono il tempo/il luogo dove conoscere se stessi in verità, come già accadde al Maestro che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Ebr.5,8).                                                                                               Se è così, allora dobbiamo accettare le umiliazioni in quanto lezioni di vita, come dice il Salmo 119, 71: <Bene per me se sono stato umiliato, perché impari i tuoi decreti>, impari a sottomettermi al bene. Tutti i nostri ripetuti sforzi di convertirci e di divenire migliori, l’accanimento volontaristico (quello attivistico come quello ascetico), anche se non arrivassero al masochismo (v. Jainismo), comunque rischiano e rivelano l’orgoglio di una volontà di auto possesso, di autoaffermazione, di potere … sono un tentativo di autosufficienza:  una tentazione diabolica.  E’ in questo che si manifesta il peccato dell’uomo, celato nel cuore e definibile come “orgoglio”, cioè quella preoccupazione per se stessi che arriva dall’auto-accusa dei propri errori fino alla presunzione e ricerca di potersi un giorno riscattare da soli e sentirsi soddisfatti di sé. L’impegno ascetico come ogni sforzo di auto-perfezionamento può così divenire il più pericoloso degli idoli.                                                                                                                                                        E’ PER QUESTO CHE DIO FONDAMENTALMENTE  SI ATTENDE DA NOI  L’ AMORE  E L’UMILTA’:      <Un anziano rispose: “Ve lo dico io, molti hanno aggravato il proprio corpo (con l’ascesi) senza discernimento e se ne sono andati via senza trovare alcunché. La nostra bocca esala cattivo odore a forza di digiunare, noi sappiamo le Scritture a memoria, recitiamo tutti i salmi … Ma non abbiamo ciò che Dio cerca: l’amore e l’umiltà>.  (Apoftegmi, detti anonimi)    Il peccato con l’umiltà è meglio della virtù accompagnata dall’orgoglio (V. Giovanni Crisostomo, gara tra due bighe, trainata la prima dai cavalli Virtù+Orgoglio, la seconda da Peccato+Umiltà: … e vince la seconda!)                                                                                                         Basta ricordare il fariseo e il pubblicano saliti al Tempio a pregare, chi se ne andò reso giusto dalla sua fede?                                                                                                                                              Il Dio del fariseo non è altro che la sua buona coscienza , e la sua preghiera un soliloquio.                            Invece l’umiliazione del pubblicano fa veramente posto a Dio e alla Sua grazia. E Gesù dice di lui: “Io vi dico: questo, a differenza dell’altro, tornò a casa giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato.”(Lc. 18, 9-14)  E ancora: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mt.9,13) Andando ad un altro episodio evangelico (Lc.7,36-50) di quella peccatrice che irrompe al banchetto per “rannicchiarsi ai piedi di Gesù, bagnandoli con le sue lacrime e asciugandoli coi suoi capelli”. Qui capiamo che noi non abbiamo una via  propria di salvezza o una nostra giustizia di cui farci forti, come credeva l’organizzatore del banchetto, cioè il fariseo Simone pieno di sé e della sua giustizia.  Noi non abbiamo altra via e altra verità a cui aggrapparci, come fa quella donna, se non lo stesso Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv.14,6). E’ una donna peccatrice ad accorgersene; così esprime tutta la sua gratitudine a Gesù, in una scena che sarebbe scandalosa se non fosse icona della nostra salvezza:  noi dobbiamo abbandonarci a Gesù, aderire e aggrapparci a Lui con tutta la nostra angoscia, con tutta la nostra disperazione e incapacità a convertirci, a purificarci, a credere, a pregare … e Lui diventa il nostro pentimento, la nostra purificazione, la nostra giustizia, il nostro grido a Dio.                                                                                                                                                                                                                      <Non è detto: io ho digiunato, ho vegliato, mi sono coricato sul duro, bensì: mi sono umiliato, e subito il Signore su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.>(Giovanni Climaco)                                                      A quel banchetto a cui siede l’Amore stesso, la peccatrice va con piena fiducia in Gesù e libera da se stessa. Il fariseo, conscio e convinto del proprio “personaggio” e delle esigenze della parte ( la propria perfezione perseguita col proprio sforzo), non capisce e non concepisce la gratuità dell’amore divino, e non sa piegarsi a divenirne debitore, ma si conferma nell’orgogliosa, impossibile impresa di voler estinguere con i suoi meriti i propri debiti con Dio. Il vero peccato è non accettare di essere debitori di Dio (e degli altri), di non accogliere la gratuità divina, pensando e agendo in modo da voler pareggiare il conto con Dio. E’ il non riuscire a sentire la vita come un dono, ma come un debito da pagare, per possederci, sentirci nostri e non di Dio, con la nostra salvezza al sicuro nelle nostre mani, riscattati dalla nostra stessa virtù e giustizia.                                                                  Commentando un episodio simile, in Gv. 8,1-11, quello dell’adultera che si vorrebbe che Gesù giudichi,  Agostino vi vede l’incontro tra la misera, che ci rappresenta tutti, e la Misericordia (divina) e commenta che “E’ MEGLIO UNA PROSTITUTA UMILE CHE UNA VERGINE ORGOGLIOSA” (v. Eva).                                                                    Nella tradizione cristiana l’umiltà è più grande perfino del carisma di compiere guarigioni e  miracoli (v. apoftegma di abbà Longino):     <Colui che segue il mite Signore non con la sublimità di prodigi, ma con la virtù della pazienza e dell’umiltà, compie tutti i miracoli che Cristo ha operato senza pericolo d’inorgoglirsi. Al contrario, colui che brama comandare agli spiriti immondi od offrire il dono della sanità ai malati o esibire alla gente qualche prodigio sorprendente, anche se nella ostentazione invoca il nome di Cristo, egli è estraneo a Cristo, poiché col suo animo superbo non segue il Maestro dell’ umiltà> (G.Cassiano)                                            Il vero dono che Cristo fa al suo discepolo non consiste perciò né in poteri speciali, né nella capacità di operare prodigi, ma nella possibilità di seguirlo sulla via della mitezza e dell’umiltà(Fioretto Francesco)  Dio stesso è umile, perché è amore. Si è umiliato per amore nostro. Perciò non solo l’umiltà ci apre a Dio, ma ci fa rivestire di Cristo, Dio umiliato.  E’ lui che anche ora mi viene a cercare, se appena lo chiamo in tutte queste tenebre in cui mi dibatto: “Non è detto: io ho digiunato, io ho vegliato, mi sono coricato sul duro, bensì: mi sono umiliato e subito il Signore su di me si è chinato” (G. Climaco).

Noi dobbiamo essere attenti a questa venuta in noi di un Altro. Venuta completamente immeritata (mossa dal nostro bisogno/povertà, non dai nostri meriti) che nessun impegno umano meriterà mai:                                       “Dio giudica la nostra conversione non dai nostri sforzi ma dall’umiltà (G. Climaco).

Per quanto ci possiamo impegnare in mille cause e opere buone, la Grazia è data all’umiltà e non alla fatica. Ed è per questo che allora può scaturire la gioia, quando siamo fatti partecipi da Gesù del segreto del cuore del Padre: l’amicizia divina per gli uomini. E la Sua misericordia. Il peccato estremo è disperare della misericordia di Dio. E’ mettere dei limiti alla Grazia, attribuirle i limiti del nostro piccolo “io” mentre essa è senza misura.                                                                                                                            “O minimo degli esseri umani, vuoi tu trovare la vita? Mantieni in te la fede e l’umiltà (…) Davanti a Dio non dire nulla che tu pretenda di sapere. Appressati piuttosto a Lui con un cuore di bambino. Va davanti a lui per ricevere quelle premure con cui i padri vegliano sui loro bimbetti. Perché è stato detto: Il Signore custodisce i fanciulli…  E quando Dio vedrà che, in tutta purezza di cuore, ti affidi a Lui più che a te stesso… allora una forza a te sconosciuta verrà ad abitare in te. E sentirai in tutti i tuoi sensi la potenza di Colui che è con te” (Isacco di Ninive).

Solo scendendo nelle profondità del cuore umiliato – e non salendo orgogliosamente chissà dove – l’uomo si eleva veramente. L’umiltà rende possibile il perdono, che con essa si identifica. O almeno con il silenzio, quando si subisce un’offesa, se non si può fare di più. Si devono respingere i sensi di colpa e le valutazioni ossessive di se stessi, ma si deve mantenere il silenzio di fronte alle ingiurie, come fece Gesù. Il silenzio è recettività, ci fa attenti e permette un colloquio con Dio al di là delle parole. Umiltà e silenzio sono altrettanti aspetti della povertà interiore.

E’ particolarmente utile non vantarsi e dare gloria a Dio – non a se stessi – per ogni bene che sembra realizzarsi in noi o per mezzo nostro. Il narcisismo originario si trasforma così nella rinuncia a giudicare se stessi (così come non si giudica qualunque altro essere umano) e in fiducioso abbandono. Perché è Dio a poter compiere nella nostra vita qualsiasi miracolo: Dio solo guarisce, per la fiducia di chi riceve la guarigione: “la tua fede ti ha guarita”, dice Gesù.

I santi, alla loro morte, confessano sinceramente di non aver ancora cominciato a servire Dio. Perché non è con la salita a chissà quali altezze spirituali ed ascetiche, bensì con la discesa negli abissi del proprio cuore umiliato, che l’uomo può trovare una risposta di Grazia alla sua indigenza, sperimentando la potenza dell’amore paterno di Dio che “abbassa i potenti ed innalza gli umili.” Gli abissi dell’umiltà sono le cime rovesciate che a noi è dato di scalare, incontrando laggiù la misericordia di Dio: "L'umiltà è quella virtù per cui si va su, mentre si va giù” S.Agostino

                                        

Preghiera

Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi;
Egli mi rese debole per conservarmi nell'umiltà.


Domandai a Dio che mi desse salute per realizzare grandi imprese;
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.


Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
mi ha fatto povero per non essere egoista.


Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l'umiliazione perché io avessi bisogno di loro.


Domandai a Dio tutto per godere la vita:
mi ha lasciato la vita perché io potessi apprezzare tutto.


Signore non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che io ho.

 

(composta da Kirk Kilgour, campione sportivo di palla a volo, costretto su una sedia a rotelle a seguito di un grave infortunio)

Citazioni riguardanti l’Umiltà:

<Facciamoci coraggio. Le passioni ci dominano, siamo deboli. Allora presentiamo a Cristo, con grande confidenza, la nostra debolezza e impotenza spirituali; confessiamole davanti a Lui. Ed Egli ci aiuterà senza badare ai nostri meriti, alla sola condizione che scendiamo incessantemente, fino in fondo, nell’abisso dell’umiltà>. ( Giovanni Climaco, Scala del paradiso)

< Un anziano rispose. “… ve lo dico io, molti hanno aggravato il loro corpo (con l’ascesi) senza alcun discernimento, e se ne sono andati senza trovare alcunché. La nostra bocca esala cattivo odore a forza di digiunare, noi sappiamo le Scritture a memoria, recitiamo tutti i salmi … ma non abbiamo ciò che Dio cerca: l’amore e l’umiltà.> (Apoftegmi, detti anonimi)

< Ho visto certuni, malati nell’anima e nel corpo, ossessionati dai loro peccati, impegnarsi in combattimenti al di sopra delle loro forze (…) A costoro dico che Dio giudica la nostra metanoia non dai nostri sforzi, ma dalla nostra umiltà (…) La misericordia di Dio non ha limite, niente la supera. Ecco perché colui che si dispera si dà da se stesso la morte.>    (Giovanni Climaco, Scala del paradiso)

 

“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma lo Spirito che rende figli adottivi nel quale gridiamo ”Abba, Padre!” Lo Spirito stesso , assieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio.” (Rom 8,14-16)

 

                   

               LA PREGHIERA    opera dello Spirito in noi.

       

    Il Cristianesimo concepisce la salvezza come incontro e affidamento ad un Altro.                            Se ogni approfondimento esistenziale, ogni presentimento del Mistero davanti ad episodi di amore, di bellezza, di meraviglia, di morte  tende alla preghiera, perché vi sia preghiera in senso cristiano occorre che si instauri un rapporto propriamente personale dell’io che prega con il Tu divino. Dargli del “Tu” significa accettare un rapporto diretto, faccia a faccia, in una temeraria dinamica relazionale fondata sulla fede… dal silenzio trabocca una Presenza. Questa relazione può assumere tante forme: può essere silenzioso ascolto di una Parola, grido angosciato, lode, intercessione, ringraziamento o la contestazione di Giobbe. Comunque sia, disposizione necessaria e sufficiente per la preghiera, anche segnata da dubbi e incertezze, è sentire di non essere soli, sperduti e assurdi davanti all’enigma, al vuoto e all’orrore, ma che c’è un Altro a cui abbiamo accesso immediatamente o attraverso la nostra fede o almeno con la nostra disperazione e bisogno.                                                                                                                                                             La preghiera allora, in quanto espressione di fiducia o di necessità, potrebbe sembrare capace di attirare Dio verso di noi. Ma, se è vero quel che S. Agostino afferma, cioè che ”Dio è più intimo a noi di noi stessi”, allora il fine della preghiera è di avvicinare noi a Dio, non certo il contrario, corrispondendo finalmente al desiderio divino di comunione con noi.  La preghiera, dice tutta la Tradizione cristiana, è opera di Dio, non dell’uomo. A noi di agognarla, cercarla, concederci; a Dio di realizzarla in noi.  Primo attore infatti non è l'orante, è lo Spirito che prega in lui.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

Fa parte essenziale di un cammino spirituale imparare a pregare, dove la preghiera è intesa come educazione ad ascoltare lo Spirito che prega. Colui che in noi sa pregare è lo Spirito di Dio:

        “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli (lo Spirito) intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27)

       E’ lo Spirito ad intercedere per il credente secondo i desideri di Dio. E’ luce, memoria, aiuto e via a tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14,26). E’ Chi può trasformare il nostro sguardo verso il reale.

Nella preghiera, scopriamo che il desiderio di Dio in noi è più importante e profondo di ogni nostro desiderio. Se le nostre richieste paiono spesso rimanere inesaudite è perché noi non ci lasciamo convertire dallo Spirito, il solo capace di farci vedere ciò che è buono agli occhi di Dio.  E’ questo Spirito che, prendendo a rimorchio il nostro cuore, lo può volgere a Dio, invocandolo “Abba, Padre” con gemiti filiali altrimenti inespressi e, per noi creature egocentriche, inesprimibili  (Rom 8,15; Gal 4,6). Nello Spirito assaporiamo le cose di Dio e cominciamo a convertirci ad esse. Così piano piano non tentiamo più di piegare il Padre alla nostra volontà: siamo noi a cambiare.

Lo Spirito compenetra il nostro e fa della nostra stessa esistenza una preghiera (v. i santi). Ancora ci saranno tempi esplicitamente dedicati all'orazione, ma tutta la vita diverrà offerta a Dio (Rm 12,1).

Cosa significa pregare?                                                                                                                                                           La preghiera non è quindi un moto delle labbra, pur accompagnato dalle migliori intenzioni.          E’ un movimento del cuore, cioè di tutto l’essere umano. E’ un grido “de profundis”, dello Spirito in noi, che sale dal baricentro nascosto del nostro essere personale, che appunto la bibbia chiama “cuore”, ordinariamente trascurato e raramente emergente a livello cosciente. Perché, è triste dirlo, viviamo quasi sempre alienati nei sensi esteriori, amiamo perderci nelle emozioni e impressioni fuggenti che ci attirano e incuriosiscono. Quando ci sforziamo di scendere ad un livello più profondo, deviamo di solito verso la dimensione astratta del logico/razionale. Lasciamo il nostro cuore ai margini: finché esso rimane disconnesso, sepolto dalle preoccupazioni o dai piaceri, invano cercheremmo di  pregare. L’immaginazione continuerà a produrre distrazioni frutto di fantasie idealistiche o trasgressive introdotte consapevolmente dalla nostra coscienza; il sentimento religioso rimarrà tentato di farsi sentimentalismo emotivo; l’intelligenza, impegnata a fare ordine nel caos, continuerà a produrre idee chiare e distinte, congelando la preghiera ben al di qua di qualsiasi movimento interiore vitale … tutte cose ben conosciute!!!  Queste facoltà umane pure utili non possono portare frutto senza l’apporto del cuore che nello Spirito le riscatti.

Questo Gesù ce l’ha spesso rimproverato: il nostro cuore, ci diceva, è cieco, indurito, chiuso, segnato da pregiudizi e dinamiche passionali suggerite dall’orgoglio e dall’avidità. E’ lento e pigro a destarsi dall’indifferenza al bene, perché tenuto nel buio di una sonnolenza che ricorda la morte. Necessiterebbe, secondo le parole dei profeti, di essere circonciso, se mai fosse possibile.                                                                                                                                                        RITROVARE LA STRADA VERSO IL PROPRIO CUORE E’ FORSE IL COMPITO PIU’ IMPORTANTE E L’AVVENTURA PIU’ APPASSIONANTE  DELLA VITA: NELLA SCOPERTA DEL SUO COSMO INTERIORE, IN GRAN PARTE ANCORA SCONOSCIUTO, L’ESSERE UMANO SI FA PELLEGRINO ALLA RICERCA DEL SUO IO PIU’ VERO:  IL “CUORE”.  

  Questa esplorazione della propria interiorità esige decisione: il coraggio della solitudine, del silenzio, della riflessione, del guardarsi dentro criticamente, del porre in relazione i vissuti intimi con gli avvenimenti quotidiani… E’ il coraggio della luce, della verità, della trasparenza che possono rivelarci aspetti di noi indesiderati. Assieme alla superficialità, la paura è la grande nemica del viaggio interiore che esige fiducia (fede). Il coraggio di osare la propria interiorità conduce la persona a maturare una certa saldezza e stabilità di carattere radicate nel profondo di sé, come un edificio che ha fondamenta sulla roccia.                                                                                                                  

       LA PREGHIERA E’ ABILITAZIONE A VIVERE IN RELAZIONE CON L’IO PROFONDO,             E’ PROGRESSIVA CAPACITA’ DI VEGLIARE A PARTIRE DA DENTRO SE’ STESSI:  liberando il cuore dai suoi ostacoli  e ascoltandolo là dove già prega, partecipando quindi alla sua preghiera (gemito, anelito, desiderio, grido, bisogno, sete …)  SI APRE UNO SPAZIO INTERIORE CHE E’ ASCOLTO E ATTESA DI DIO, dove la voce dello Spirito diviene in noi la nostra propria via alla preghiera.                                       Dice E. Pontico: < Se vuoi pregare, hai bisogno di Dio, che concede la preghiera a colui che prega>.

     E’ il cuore a costituire la nostra realtà più profonda:  quello siamo noi, nient’altro. E’ LA’ CHE DIO CI ATTENDE PER INCONTRARCI ED E’ SOLTANTO A PARTIRE DI LA’ CHE  POSSIAMO INCONTRARE GLI ALTRI. Ecco perché, forse, dobbiamo confessare che ancora non vi siamo veramente giunti, se così povera ed occasionale è la nostra preghiera e così superficiali e strumentali sono le nostre relazioni umane.                                                                                                                                      IL NOSTRO CUORE  E’ GIA’ IN UNO STATO DI PREGHIERA CHE ATTENDE DI ESSERE SCOPERTO E ATTIVATO:  SI TRATTA DI UNA GRAZIA INSITA NEL NOSTRO BATTESIMO CHE CI HA COSTITUITI FIGLI DI DIO.  Lo “stato di grazia” significa infatti, a livello del cuore, “stato di preghiera”, cioè rapporto vitale col Padre che col Suo Spirito ha posto la Sua dimora nel cuore delle Sue creature.  OGNI METODO DI PREGHIERA NON PUO’ AVERE  ALTRO SCOPO CHE DI RENDERCI CONSAPEVOLI DI CIO’ CHE ABBIAMO GIA’ RICEVUTO PER GRAZIA,  E DI INSEGNARCI A PARTECIPARE NELLO SPIRITO SANTO ALLA PREGHIERA CHE SALE DAL NOSTRO INTIMO. LA PREGHIERA E’ UN CUORE CHE TRABOCCA NELLO SPIRITO, E’ LA SUA SOVRABBONDANZA.  Emerge così lo Spirito, cioè “Dio in me”, il Maestro interiore, prevalendo sulle interferenze, segnalandosi con le sue luci e i suoi doni e anche al di là di essi, portando con sé commozione e lacrime e un bisogno di raccoglimento.                                                                                                                                                                                                                                                         

   Vinta l’illusione di essere l’attore principale della sua stessa preghiera, chi prega può abbandonare i propri pensieri elevati e le pie fantasie. Chi si sforza di pregare così, cercando di raggiungere un contatto con la preghiera che lo Spirito eleva dagli abissi e vincendo la lontananza, la ribellione e l’assopimento della propria natura, ascolta Dio dentro se stesso, attingendo al profondo impulso del proprio essere, del proprio cuore. 

Alcune condizioni che facilitano la preghiera

Se questa è la strada della preghiera, come si può raggiungere l’ascolto dello Spirito in noi?                                                                                                                                                                                                                                                                       

        1) LA PAROLA DI DIO.  E’ soprattutto attraverso l’impatto che produce la Parola di Dio in noi che, com-mossi, cominciamo ad ascoltare.  La Parola, potenza di Dio ( chiamata di s. Antonio / s. Francesco)  si manifesta come un soverchiante potere divino che guarisce e libera (v. ministero pubblico del Maestro di Nazareth) e quindi rivela quanto è nascosto nel nostro cuore.                                                                                     Quando la Parola si manifesta con tale effetto? Quando l’accogliamo dal profondo del nostro bisogno di essere illuminati, guidati, assunti, abbandonando le nostre ragioni cerebrali e visioni teologiche, così  come le nostre ambizioni volontaristiche, le nostre rivendicazioni, i nostri affetti.  Questo spogliamento, che richiama la “kenosis” del Verbo, il mistero della Pasqua, lo spogliarsi di Francesco delle sue vesti e del suo passato, vuol dire accettare che la vita, gli avvenimenti, le ingiustizie, i fallimenti ci esproprino delle nostre sicurezze consegnandoci, coi nostri limiti e fragilità, al desiderio/bisogno dell’Abba nascosto nel nostro cuore, ben più profondo di ogni altro nostro impulso o mozione interiore. Con la sconfitta del nostro orgoglioso amor proprio, ci permettiamo finalmente un contatto libero con le profondità in noi stessi. COSI’ TRA LO SPIRITO CHE GIACEVA PRIGIONIERO E INASCOLTATO IN NOI, E LO SPIRITO SPRIGIONATOSI DALLA PAROLA DIVINA, SI STABILISCE UN CONTATTO CHE FA TRASALIRE ED ILLUMINA TUTTO IL NOSTRO ESSERE, TORNANDOLO A FAR RISPLENDERE DELLA LUCE DI DIO.  Quando la Parola interpella direttamente il nostro cuore, non più ingabbiato dalle nostre ragioni e rivendicazioni, L’UNA E L’ALTRO POSSONO RICONOSCERSI, QUASI DI COLPO, GRAZIE ALLO SPIRITO SANTO CHE PERVADE ENTRAMBI.   SI CREA UN PONTE TRA PAROLA DIVINA E CUORE UMANO, E LI’ SUCCEDE LA PREGHIERA!  Come spada aguzza a doppio taglio, la Parola entra tra la congiunzione di anima e spirito, tra giunture e midolla (Ebr.4,12) e SUSCITA UN FUOCO, UNA VITA NUOVA.   Il cuore si sente visitato e illuminato, e liberato dall’oppressione che soffriva, acquisisce sensi nuovi ed una più acuta capacità di discernere.                                                                                                                                                               

          2) IL “RIBALTAMENTO”   Una vita umana e spirituale di cui noi abbiamo il controllo corre il rischio dell’illusione di crederci “capaci” e di attribuirci il merito di quanto di bene sta avvenendo, chiudendo lo spazio all’opera di Dio e ad una vera conoscenza di sé. Il presunto successo dei propri sforzi ci fa proprietari di quanto andiamo compiendo, e noi mostriamo una confidenza e serenità non provata né del tutto autentica. Se la vita “soddisfatta”, da forti, è un ostacolo ad una verità più profonda, la vita “insoddisfatta”, all’insegna di una fragilità sofferta e affidata a Dio, rappresenta la vera chance per giungere alla preghiera e sperimentare la “vita che viene dall’Alto”. (v.Beatitudini)

            3) IL PENTIMENTO:  Quando, liberati dalla nostra abituale incurvatura su noi stessi, guardando oltre ci accorgiamo di Dio e degli altri, riconosciamo l’evidenza del nostro peccato non come imperfezione , bensì come ostacolo di fondo per il nostro rapporto con Dio e gli altri. Il vero pentimento non è rivolto verso i nostri errori (verso me stesso) bensì verso Dio e il prossimo. Se fosse solo in relazione agli errori commessi, quindi come caduta del proprio sforzo di auto perfezionamento, IL PENTIMENTO RIMARREBBE INEFFICACE, E SI CELEREBBE IN NOI COME DISAPPUNTO E RABBIA LATENTI. Il pentimento autentico è rivolto a Dio, non all’ io. E’ presa di coscienza della propria meschinità ed indegnità davanti al Suo amore e benevolenza misconosciuti. Solo così diviene capacità di abbandonare le ragioni del nostro peccato e forza di liberazione dall’egoismo. Questo pentimento non lascia ombre, e trasforma le ferite del cuore nelle cicatrici gloriose della memoria della grazia perdonante di Dio. Effetti del pentimento vero non sono senso di colpa e dispiacere, legati all’immagine danneggiata di se stessi, e neppure i “buoni propositi” (legati ancora all’illusione su se stessi), bensì l’umiltà, che è spazio interiore che rende finalmente possibile la vera preghiera.

            4) UMILTA’ E MITEZZA:  Se rimanessimo nell’amarezza per i nostri peccati, atmosfera tipica dell’uomo etico, continuando a dolercene, prime o poi questo disappunto lo scaricheremmo addosso agli altri, facendo loro pagare il prezzo della nostra scontentezza: non possiamo condannare noi stessi senza coinvolgere anche gli altri, essendo tutti carne della stessa carne. L’addolorata chiusura su noi stessi produce depressione (cioè giudizio e violenza contro noi stessi) o/e ira contro gli altri, e proiezione delle colpe su di un capro espiatorio che mi liberi dall’angoscia.  DEVO QUINDI VINCERE LA PAURA/GIUDIZIO DI PERDERMI CON UN ATTO DI FEDE IN UN ALTRO DA ME. L’umiltà ritrovata mi apre all’accettazione del mio limite e di quello altrui, facendomi capace di accoglienza paziente dell’altrui fragilità. Se prima l’orgoglio si rivestiva di asprezza, ora L’UMILTA’ SI TRADUCE IN UNA OSTINATA MANSUETUDINE, UN’ATTITUDINE AFFETTUOSA, PACIFICA, BENEVOLENTE.                                                    LA MITEZZA MI CONSENTE DI ABITARE NEL PROFONDO DEL MIO CUORE, anche al costo di accettare di subire (SOTTOMISSIONE) le umiliazioni e l’abuso degli arroganti, RENDENDO POSSIBILE LA PREGHIERA AUTENTICA DELLA SPIRITO. Ad essa appartiene l’ingiunzione evangelica ad intercedere per i nemici ( Mt. 5, 43-48) Senza la preghiera per i propri nemici qualcosa di noi rimarrebbe estranea all’opera di Dio, mentre l’umiltà e la mitezza rendono possibile l’osservanza del secondo comandamento, l’amore del prossimo.

         5) L’AMORE UNIVERSALE: liberi dal dramma di una impossibile auto salvezza e quindi dal peso dell’autogestione del proprio cammino, in umiltà e fiducia in Dio, negli altri e nell’esito della nostra esistenza, FINALMENTE PERCEPIAMO LA VITA DENTRO AD UN NOI COMUNE, COME PARTECIPI DI UN TUTTO:  SPERANZA, AMORE,  SALVEZZA O RIGUARDANO TUTTI O NON RAPPRESENTANO NULLA NEANCHE PER ME. Aperti agli altri e alla Grazia divina, che ci dona l’esperienza del dono che supplisce alla nostra indigenza, diventiamo capaci di accogliere gli altri, e il nostro cuore sempre più aperto al mondo intero si apre alla INTERCESSIONE UNIVERSALE, segni di quella maternità/paternità spirituali che rappresentano la maturità del cristiano. L’intercessione universale diventa l’adeguamento del nostro cuore al grido dello Spirito e la condivisione appassionata della sofferenza del Cuore divino che spera nella salvezza di tutte le Sue creature.

 “È impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene

nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’io del fedele e il Tu divino.   Essa si apre, per sua natura, al noi, avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa… Questa apertura al noi ecclesiale avviene secondo l’apertura propria dell’amore di Dio, che non è solo rapporto tra Padre e Figlio, ma nello Spirito è anche un noi, una comunione di persone. Ecco perché chi crede non è mai solo, e perché la fede tende a diffondersi, a invitare altri alla sua gioia, a pregare, insieme ai fratelli, il Padre nostro  (papa Francesco)

 

 

                                  “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Ebrei 11, 1ss)     

 La fede, l’incredulità, la tenebra.                Bonum est confidere in Domino. Bonum sperare in Domino. (x4)

               Come ci insegna la Bibbia, Dio non è oggetto di conoscenza, al contrario è l’attore principale del Suo stesso svelamento: non possiamo accostarci al mistero divino con metodo filosofico-scientifico, cioè antropocentrico,  bensì dentro una relazione con Lui, accogliendo la Sua iniziativa, il Suo amore, la Sua Parola. Dio è inafferrabile da noi.                      Le nostre professioni di fede non sono facili formule di verità, ma tracce di quelle esperienze da cui viene la fede. Quindi dire “Io credo” vuol dire “Io do lode a Colui che ha fatto questo e quest’altro ancora per me”. E’ indubbio che la fede susciti nell’uomo anche delle sicurezze, ma di quale genere? non della natura delle certezze razionali-filosofiche.  LA FEDE NON SARA’ MAI UNA CONVINZIONE RAGGIUNTA A PARTIRE DA SE STESSI, COME CONCLUSIONE DEI NOSTRI RAGIONAMENTI, BENSI’ E’ FIDUCIA RIPOSTA IN UN ALTRO. L’affermazione di  S. Paolo: “So in Chi ho riposto la mia fede” (2Tm1,12)  esprime la confidenza del credente che corre il rischio della fede e sceglie di uscire da sé per affidarsi a Dio. Essendo un rischio, la fede è scelta libera di consegna di sé.  E nella capacità dell’atto di fede di disarmarmi davanti ad un altro, c’è qualcosa di profondamente umanizzante: la mia fede svela ciò che è intimamente importante per me, mi riporta alla mia unicità e a quella del mio percorso umano-spirituale, alla possibilità che ho di determinarmi con le mie scelte.  Quindi il fatto che ci siano dei cosiddetti “non-credenti” evidenzia come la fede cristiana sia una libera scelta.  S. Paolo ci ricorda che “non di tutti è la fede” (2Ts.3,2). Perché Dio non si impone, non vuole essere subìto, ma cercato, liberamente creduto, desiderato, amato. Dio si è umilmente esposto alla libertà delle Sue creature. E l’uomo è così libero, se mai ne dubitassimo, che è perfino capace di ignorare Dio o dirgli di no. Prendere sul serio il no del non-credente, o l’impossibilità per molti uomini di accedere alla fede, significa sottolineare come la fede appartenga all’ordine della libertà, non della necessità e che la vita è un’opera artigianale, non un prodotto di serie.                                                                                                                                                                     Inoltre, l’incontro con il non-credente ha anche il valore di  RICORDARE AL CREDENTE LA DIMENSIONE DI INCREDULITA’ CHE PUR SEMPRE LO ABITA e che lo rende “uomo in ricerca”, molto più che “l’uomo delle certezze” che possiede risposte a tutte le domande. Viceversa se il credente porta in sé la dimensione dell’incredulità,  la fede non è  sconosciuta al non-credente . DISTANZA DA DIO DEL CREDENTE CHE E’ IN RICERCA, E PERCORSO A DIO DEL NON-CREDENTE POSSONO A VOLTE ESSERE PERCORSI SIMILI.  Diceva Dostoevskij che “i grandi mistici e i grandi atei si incontrano”.                                                                                                                                      L’incredulità è un fatto; fede ed incredulità ci abitano contemporaneamente, la loro frontiera passa dentro ognuno di noi. La distinzione tra credenti e non-credenti è artificiale e pericolosa, nascondendo al cosiddetto credente l’angoscia della propria incredulità irrisolta. E’ faticoso ammettere che molte domande dell’ateo sono serie e non estranee al cuore del credente. Le reazioni d’intolleranza degli uni verso gli altri sono dovute al rifiuto di uno sforzo autocritico e al tentativo di impedire un confronto costruttivo, percepito come minaccia alle proprie convinzioni.                                           FEDE, DUBBIO, RICERCA NON SI ESCLUDONO AFFATTO. Dall’incredulità, altrui e propria, il credente deve apprendere a non essere arrogante e presuntuoso, a saper accogliere l’enigma come dimensione costitutiva della fede, accettando la ferita che brucia in lui, la debolezza della sua opzione di cui non c’è da vergognarsi. Inoltre dalla propria incredulità nasce un’umile empatia, una solidarietà col dramma altrui  e il lontano lo si scopre così molto prossimo!  Con troppa ingenuità ci pensiamo avanti nel cammino spirituale…   Vediamo ora tre tipi di incredulità nella quale cade il credente:

1*   IDOLATRIA   Nell’insopportabile distanza che ci separa da Dio, l’uomo cede alla tentazione di una facile prossimità e si fabbrica un idolo (v. Vitello d’Oro dell’Esodo). L’ESPERIENZA RELIGIOSA NON E’ AUTOMATICAMENTE ESERCIZIO DI FEDE! Quando il Nome o il Volto di Dio sono banalizzati, manipolati, quando l’istituzione religiosa è sottratta al primato dello Spirito, quando la legge è avulsa dalla misericordia, quando si divinizzano gli esiti precedenti di un pur reale cammino di fede (si è sempre fatto così!... “tradizione”), quando Dio diventa complice di imposizioni e pressioni indebite, allora Dio non è più là dove dicono i credenti che sia, Dio è già altrove … Il pericolo non è tanto di cadere nella negazione di Dio quanto di servire un idolo. IL PROBLEMA FONDAMENTALE NON E’AFFERMARE  L’ESISTENZA DI DIO, BENSI’ DOVE STIA LA SUA PRESENZA .  I veri increduli sono tra coloro che pensano di onorare Dio quando in realtà sono vittime della loro presunzione che li porta a celare dietro la gloria di Dio il loro ossequio alla logica dagli uomini (Gv.5,44; 12,43). Questa sclerocardìa presenta un’adesione formale e insieme il rifiuto di fidarsi di Dio. Ciò viene da un rapporto con la Parola di Dio sentita come dura e scandalosa, che contraddice le attese pregiudiziali dell’uomo religioso, perché Dio si mostra diverso, si mostra … Dio!  Dobbiamo allora ammettere che si può parlare di Dio con argomenti sublimi senza ascoltare  seriamente Dio e compromettersi con Lui, si può avere l’impressione di un’esperienza spirituale profonda parlando di Dio, scambiando i nostri sentimenti pii con la fede, ci si può illudere nell’entusiasmo  PREFERENDO IL NOSTRO PARLARE AL SUO SILENZIO nel quale perseverare nella ricerca.                                                                                                                                                                                                     2*   POCA FEDE (= OLIGOPISTIA) Accanto all’incredulità come idolatria, che è rifiuto del Dio vivo e vero, c’è l’incredulità come poca fede. Il seme della fede, deposto nel cuore, dovrebbe svilupparsi, ma è sottoposto a pericoli e scandali, ad ostacoli e prove che ne bloccano la crescita. Nell’episodio emblematico di Pietro che vorrebbe camminare sulle acque ma poi si lascia prendere dalla paura, Gesù lo apostrofa  “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt.14,24-31).                     LA PRESUNZIONE OCCULTAVA LA POCHEZZA DELLA FEDE CHE LE DIFFICOLTA’ METTONO A NUDO. Pietro, e con lui ognuno di noi, scopre che LA FEDE E’ SEMPRE POCA, TROPPO POCA: “Se aveste fede come un granello di senape…”  Ma neppure questo abbiamo! E’ particolarmente urgente aprirsi ad una fede più profonda. Come accrescerla?                                                           Non c’è che l’INVOCAZIONE, cioè la RICHIESTA DI UNA GRAZIA,  dono che occorre desiderare e implorare; una volta ottenuto ci toglie il vanto della conquista, sostituito dalla gratitudine per Colui che ha ascoltato il nostro grido. Prendiamo così coscienza che ci sono regioni del nostro cuore non ancora evangelizzate e abissi di incredulità in noi, sui quali non possiamo nulla se non invocare l’aiuto di Dio: <Signore, salvami!> (Mt.14, 30);  <Signore, aumenta la nostra fede!> (Lc.17,5);  <Io credo, aiuta la mia incredulità!> (Mc.9,24).                                                                                                            3*    OSCURITA’  Nell’inoltrarsi nel cammino di fede, il credente può trovarsi in una condizione di smarrimento e di dubbio non per personale responsabilità, bensì perché quel Dio su cui fa affidamento si nasconde. Allora la persona SPERIMENTA L’ASSENZA DI DIO INVECE DELLA SUA PRESENZA, IL SILENZIO E IL MUTISMO DIVINI INVECE DELLA SUA PAROLA E DELLA SUA BEN CONOSCIUTA VOLONTA’ DI DIALOGO. Non dimentichiamo che circa un terzo dei Salmi contengono lamenti nei confronti di un Dio apparentemente assente, che si nasconde, passivo, muto, che dorme … e così altri luoghi biblici, Giobbe primo tra tutti.  Ci è dato così di cogliere come Dio possa precipitare una creatura, che si fida di Lui, in una condizione di tenebra e sofferenza connesse alla Sua assenza, per la quale le stesse promesse di Dio sembrano andare a vuoto, anzi possono accrescere il dolore con il tormento del dubbio, un senso di colpa per il presunto peccato che avrebbe prodotto l’allontanamento da/di Dio: questo porta all’esperienza della disperazione o alla vertigine del nulla con la tentazione di aderirvi: un senso di fallimento, o di una mancanza di senso e il timore di non credere più.                             Conclusioni     Il richiamo all’esperienza della fede, fino al limite della notte oscura e la tentazione del nichilismo, ha in sé valore di  critica e di appello:  1. E’ critica innanzitutto verso ogni  esperienza religiosa che si traduca in PRESUNZIONE DI AVER CAPITO.   2. E’ appello a conservare il Mistero:   “RI-VELAZIONE” NON SIGNIFICA FORSE “RIMETTERE  IL VELO”, IL CONTRARIO DI S-VELAMENTO?     Dio ci prospetta un rapporto fondato sul rispetto della libertà e dell’alterità, di fiducia e amicizia reciproche, compreso il rischio di quanto ciò comporti. L’amicizia con Dio non è fusionale e unitiva come nel rapporto materno, e non abolisce distanze e differenze (v. ”le religioni della Madre” che assegnano alla fusione col Tutto Divino lo scopo dell’individuo, il ritorno all’utero divino, l’indistinzione tra Madre e figlio e la guarigione dalla malattia della individualità). Il Dio Padre della Bibbia ci introduce invece ad una relazione d’alterità, compresa in una storia tutta da costruire insieme, pur rimanendo “l’Altro” e “oltre” la nostra capacità di comprensione e comunione.  Poiché il Padre inaccessibile si dona nel Figlio crocifisso, è per ciò stesso un Dio che sconvolge le nostre definizioni ed attese; rimane a noi incomprensibile, velato, nascosto. Lo percepiamo come “Mistero” nell’esperienza della nostra incapacità a riceverlo e ad abbracciarlo definitivamente…  Nel Suo mistero Dio ci procura il senso di qualcosa che ci sfugge, che comporta l’oscurità come condizione permanente di un cammino verso di Lui, in un rapporto diseguale. Più Dio si rivela a noi e più la Sua presenza è dal nostro desiderio percepita come assenza. Più il Suo amore si svela e più la nostra risposta ci appare inadeguata. Più la Sua luce splende per noi e più il Suo pieno giorno ci acceca (sole) traducendosi  in oscurità: IL “ MISTERO” NON CALA MA CRESCE NELLA NOSTRA VITA, COL CRESCERE  DEL DONO DI DIO.                                                                                                                                                                              Allora la nostra CONOSCENZA DI DIO non può fondarsi su di un apprendimento razionale, culturale, umano (quali la teologia, la catechesi, le scienze …) bensì nasce da UN’ESPERIENZA INTERIORE, QUELLA DELLA FIDUCIA, RESA POSSIBILE DA UNA PARTECIPAZIONE DALL’ALTO, DA UN DONO DI GRAZIA: LA VIA DELLA CONOSCENZA DI DIO E’ QUELLA DELLA FEDE  e porta ad un’unione che lascia distinti, nella libertà dell’amore, Dio che si comunica e l’uomo che ricambia. E’ ora chiaro che “esperienza di Dio” e “notte oscura-silenzio di Dio” sono tra loro legati, come nella Pasqua lo sono morte e vita. C’è un’oscurità e silenzio che non sono distanza ma piena comunione con Dio, termine ultimo del dialogo tra Creatore e creatura che già si sono rivelati il loro amore e attendono insieme in silenzio il compimento di ogni cosa.            Padre mio,  mi abbandono a Te, fa di me ciò che ti piace.   Qualsiasi cosa Tu faccia di me, ti ringrazio.       Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me e in tutte le creature: non desidero nient’altro, mio Dio!   Rimetto l’anima mia nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo.   E’ per me un’esigenza di amore il donarmi a Te, l’affidarmi alle tue mani, senza misura, con infinita fiducia: perché Tu sei mio Padre!   Amen.     (Charles De Foucauld)

 

 

“La carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità  non avrà mai fine” (1 Cor 13)

         L’ Amore                         Ubi caritas et amor, ubi caritas Deus ibi est (x4)

Dice S. Agostino: <Amo, volo ut sis> (Amo, cioè voglio che tu sia). Noi abbiamo già conosciuto lo sguardo d’amore di Dio, quell’Amore che ci fa esistere perché amati, che ci fa soggetti attori della propria vita, che ci fa capaci di mostrare la nostra libertà scegliendo, donando, aprendoci al futuro, che ci fa capaci di osare il proprio desiderio, amando a nostra volta… Questo sguardo d’amore ci fa sentire “persone” e ci abilita alla vita. Ma accogliere l’amore ferisce la nostra auto-sufficienza, ci apre all’altro e ci denuda, ci mette in crisi: la gratuità dell’amore non è neutrale, ma esigente. E smaschera la nostra chiusura su noi stessi: tanto desideriamo essere amati ed amare quanto temiamo l’amore, abbiamo paura di accogliere l’amore di un altro. Ecco allora l’indifferenza, il non coinvolgimento, la presa di distanza, la freddezza… noi resistiamo all’amore. Ma proprio per questo la nostra capacità di amare è in sostanza la migliore espressione e l’unica verifica del progresso spirituale. Se vogliamo che in noi viva lo Spirito, lo mostreremo in questo: che amiamo e che cerchiamo la comunione con Dio e con gli altri. Cosa sarebbe l’amore che rinnega l’unità invece di portarla a compimento? Ogni separazione tra spirituale ed umano, ogni divorzio tra amore di Dio e del prossimo, tra contemplazione ed azione sarebbe solo il segno del permanere in noi di un mistero di male e di divisione. Il vero miracolo che lo Spirito compie in noi è l’esercizio dell’amore. Lo Spirito Santo è amore; l’esperienza della salvezza è dunque la comunione e l’unità.

      L’ amore, nello Spirito, si manifesta non-possessivo, fatto di rispetto, servizio, affetto disinteressato che non si aspetta di essere ricambiato, “simpatia”, anzi “empatia” che ci porta ad uscire da noi stessi per sentire “con l’altro” e “nell’altro”, capacità di scoprire l’altro come una interiorità tanto misteriosa e profonda quanto la mia, ma differente, e voluta tale da Dio.

      L’amore agapico, che ci spinge a questo atteggiamento di simpatia per il fratello, anche quello lontano e che pecca, è presentimento dell’amore di Dio per l’altro. Solo Dio ci dà di capire intuitivamente il mistero dell’altro, in una luce che viene dall’alto: rinunciando a misurare l’altro col nostro metro, intuiamo una irriducibile esistenza personale (irriducibile alle nostre attese e criteri) al di là dei suoi limiti ed errori, al di là del nostro possibile disappunto per lui. Perché l’altro è a immagine di Dio, non ad immagine nostra.

       L’amore per il prossimo è più importante della preghiera, come attesta il seguente testo di G. Climaco:                                                                                                “Accade che mentre stiamo pregando, venga a trovarci qualche fratello. Allora dobbiamo scegliere:  o interrompere la nostra orazione, o rattristare il nostro fratello rifiutando di rispondergli. Ma l’amore è più grande della preghiera: la preghiera è una delle virtù, mentre l’amore le comprende tutte”                               

      Il servizio concreto agli altri, con ciò che esso esige di distacco da se stessi, pazienza e dedizione, vale più di qualsiasi mortificazione e sacrificio volontario (v. Apoftegmi). Ma l’amore vero – dice Madre Teresa di Calcutta – costa: “ E’ molto importante rendersi conto che l’amore, per essere vero, deve far male. Devo essere disposto a donare tutto quanto è necessario per fare del bene agli altri, non per ferirli. Ma questo comporta l’essere disposti a dare finché non fa male. Altrimenti in noi non c’è  vero amore e io non porto né giustizia né pace a coloro che stanno intorno a me”.                                                                

       Perfino le cose sacre si possono vendere quando non c’è altra via per soccorrere gli indigenti: “Un fratello non possedeva altro che un (rotolo del) Vangelo. Lo vendette e ne distribuì il ricavato per nutrire gli affamati. E aggiunse questo detto memorabile: Ciò che ho venduto è lo stesso libro che mi dice di vendere ciò che ho e di darlo ai poveri”.          (E. Pontico)

      Al di là di un’etica della legge, più il cristiano è visitato dallo Spirito, impara a vivere di fede e si inoltra per la “via stretta”, e più esprime ed inventa una morale paradossale, che è la “follia” del Vangelo, cioè quell’amore creativo che è espressione autentica della libertà dei figli di Dio. Morale paradossale, sconcertante, dettata dalle esigenze più radicali della solidarietà che i santi sanno mostrare ai loro contemporanei, mettendo gravemente in crisi il buon senso comune e l’etica tradizionalmente intesa (vedi S. Francesco e i lebbrosi/poveri;  S. Giuseppe Cottolengo e la fede nella Provvidenza al di là di ogni  senso di previdenza;  Madre Teresa di Calcutta e gli intoccabili/fuori casta/abbandonati …)

      Tale morale antepone, alle nozioni sociali di bene pubblico e di giustizia, la persona col suo mistero e il suo destino (secondo la logica cristiana, il “sociale” è una dimensione del “personale” e non viceversa) 

       Il cammino spirituale scava in noi la dimensione dell’umiltà, il rispetto sacro dell’altro e ci consegna ad un amore fattivo e disinteressato. E’ per questo che, secondo gli spirituali, tutta la virtù è compresa nel rifiuto di giudicare e disprezzare: “Le cadute dei principianti derivano quasi sempre dall’avidità. In coloro che progrediscono derivano anche da un’eccessiva stima di se stessi… In coloro che si avvicinano alla perfezione, vengono unicamente dal fatto di giudicare il prossimo” (Giovanni Climaco, Scala del Paradiso). La vera umiltà e il vero amore, nell’ordine spirituale, consistono nel sapersi responsabili/colpevoli di tutto e per tutti: “Abba Giovanni diceva: abbiamo respinto un leggero fardello, condannare noi stessi, e abbiamo scelto di portarne uno pesante, giustificarci e condannare gli altri”.                     (da “Apoftegmi”)                                              

     Ha detto il Signore: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8)… Il criterio di tale purificazione è lo sguardo limpido e amoroso che sa scoprire, in ogni essere umano anche indegno, la persona amata da Dio, per la quale Cristo ha versato il suo sangue. Se i magistrati devono giudicare, è per preservare l’ordine sociale o almeno per limitare il disordine. Ma il Vangelo illumina anche loro spingendoli  a trovare un equilibrio tra il bene comune e il mistero di un percorso personale, dove è sempre possibile il ribaltamento del cuore. Se i cristiani respingono la pena di morte, non è per una sacralizzazione (idolatrica) della vita biologica, ma per lasciare alla persona - proprietà di Dio -  la possibilità di pentirsi:   “Rammentati, e non giudicherai più:  Giuda era un apostolo, e il brigante (crocifisso con Cristo) era un assassino. Quale cambiamento in un attimo!” (da G. Climaco).  Anzi, sono i grandi peccatori, a contatto con la Grazia, a compiere clamorose conversioni, impossibili agli uomini “giusti”; la Chiesa ha sempre avuto  speciale venerazione per loro:           il “buon” ladrone, Maddalena, la prostituta pentita, Maria Egiziaca(donna fanatica del proprio corpo, diventata asceta nel deserto), Agostino, Francesco, Ignazio, più recentemente Charles de Foucault …

   Tutti abbiamo ucciso Cristo e a tutti Lui offre la risurrezione. Ecco perché gli esseri umani sono uguali non di un’uguaglianza da misurarsi con riserva, ma perché ciascuno, immagine dell’Assoluto, è un assoluto. Svaniscono così i criteri umani del puro-impuro, e perfino del bene e del male (tentazione delle origini): ogni uomo è fondamentalmente buono perché creatura di Dio e desiderio di Dio, e che questo desiderio si sia palesemente sviato significa perlomeno che esso esiste. Gesù  contestando tabù e interdetti, violando proibizioni e pregiudizi, prendeva i pasti con pubblicani e prostitute, toccava i lebbrosi, si intratteneva con i pagani, interloquiva con donne: amare chi dagli altri è emarginato e disprezzato è rivelargli quanto sia amato da Dio e come sia più prezioso del mondo intero. E’, forse, impedirgli di odiare se stesso.                       Diceva Isacco di Ninive:    “Non allontanare gli indegni, per poter attirare tutti gli esseri … Considera perciò che tutti gli esseri umani , fossero pure miscredenti o assassini, sono uguali nel bene e nell’onore, e che ciascuno è per natura tuo fratello anche se, senza saperlo, si è sviato lontano dalla verità”

      S. Teresa di Lisieux inizia la sua avventura spirituale pregando per un omicida e la termina sedendosi volontariamente “alla tavola dei peccatori”, facendo l’esperienza terribile del nichilismo, della “notte del nulla” dei suoi contemporanei.  S. Caterina da Siena, che frequentava i prigionieri, assiste sul patibolo un condannato a morte. Scrive: “Allora si vedeva Dio-e-Uomo come si vedesse la chiarità del sole. E [il fianco di Gesù] stava aperto e riceveva il sangue [del condannato]. Nel sangue suo un fuoco di desiderio santo, dato e nascosto nell’anima sua per grazia” (lettera 273).   Charles de Foucault cerca nel deserto quell’ultimo posto che nessuno vuole, che non può essere portato via allo stesso Gesù.  Silvano del Monte Athos, santo monaco ortodosso,  dichiara che “ finché c’è un dannato nell’inferno, Dio è accanto a lui”.

       Colui che ha scoperto la croce di Cristo come “giudizio del giudizio”, come oserebbe giudicare gli altri?   Si unirà piuttosto al peccatore escluso e condannato, così come ha fatto Cristo che è andato a cercare l’uomo peccatore fino all’inferno:  “Un fratello che aveva peccato fu dal prete scacciato dalla chiesa. Allora abba Bessarione si alzò e se ne andò con lui dicendo: “ Anch’io sono un peccatore” .           (da “Apoftegmi”)

      L’amore è non-violento, come Gandhi aveva capito, in senso attivo, paradossale, che sconvolge i colpevoli e risveglia in loro la coscienza, la persona, rendendoli attenti al loro vero bene e destino.

      Ecco quindi quale sia la testimonianza amorevole e gioiosa del Popolo di Dio, profondamente fiducioso e pieno di rispetto per tutti, malgrado le persecuzioni aperte o striscianti. Né aggressività  né conformismo, con le tentazioni di farsi assimilare dal mondo o di tenersi in disparte per non contaminarsi oppure di differenziarsi con segni esteriori.   I cristiani si uniformano alle leggi civili quando esse non contraddicono la loro coscienza; nel caso contrario essi disobbediscono, accettandone la sanzione legale:  la loro esigenza fondamentale, infatti, non è scardinare la legge, ma superarla. Le comunità cristiane vogliono essere un fermento di comunione e d’unità.  Essi cercano di rendere bene per male, di servire l’umanità, anche subendo la furia della pubblica opinione. In tempi di triste scetticismo, di caduta etica e di angoscia diffusa, essi benedicono la vita e inducono a benedirla. La loro intercessione e le loro virtù sono per la società una benedizione, fonte d’ispirazione creativa e garanzia del primato della coscienza su ogni condizionamento ed interesse di parte. La Chiesa è la base mistica del mondo. Se i cristiani restano fedeli al Vangelo, sono per la società una riserva inesauribile di carità che rende possibile ogni creazione buona e durevole nella Storia. Basta uno di questi santi per salvaguardare il mondo dall’autodistruzione…  l’amore ci salva tutti!

         

              Il Verbo, chiave per l’intelligenza del Mistero

 

      “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.” (Gv.1, 1-2) 

     “In principio Dio creò il cielo e la terra […] Dio disse:<Sia la luce!> e la luce fu.” (Gen.1, 1.3)

     “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poiché Tu mi hai amato prima della fondazione del mondo.(Gv.17, 24)

 

Ogni riflessione sul Cristo, Verbo di Dio, il “Logos” non può che partire dalla notte dei tempi, da prima che il mondo fosse (circa 14 miliardi di anni fa, dicono gli scienziati) quando Dio Padre ha evocato ogni cosa dal nulla con la Sua Parola mentre lo Spirito aleggiava maternamente sulle acque del parto primigenio, opera trinitaria.

E il Verbo di Dio ha cominciato così ad incarnarsi, molto molto prima di farlo in Gesù.

 

Non c’è una cultura o una religione che non abbia recepito e non esprima una visita del Verbo, una qualche inculturazione della Parola. Possiamo distinguere tre gradi di questa incorporazione:

­   in primo luogo, la stessa esistenza del cosmo inteso come una teofania. La prima Bibbia è l’universo. La Creazione e ogni creatura manifestano quella Parola creatrice che le fonda e le muove. Nella stupefacente sovrabbondanza di creature si esprime l’inesauribile intelligenza creatrice di Dio; ciascuna cosa è un nome creato di Colui a cui non si può dare nome. Il cosmo, la sua bellezza e trasparenza del suo Creatore sono così la gloria di Dio, sono le sacre scritture di un culto al Dio Altissimo (v. religione dei Nativi americani o degli aborigeni australiani). Si sa che le religioni arcaiche si fondano su tale simbolismo, recepito come mediatore dell’interiorità. Anche fuori dall’ebraismo, e prima di esso, c’è un culto che onora Dio, una preghiera, un sacrificio, un sacerdozio, un’autorità politica sacrale. Di questa realtà c’è traccia evidente nella Bibbia: es. Melchidesech e Jetro. L’alleanza stabilita da Dio con Noè, di cui l’arcobaleno è segno, precede l’alleanza stabilita con Abramo.

­   in secondo luogo, l’auto-rivelazione di Dio, un Dio personale, che esce dal Suo silenzio e parla a singoli o gruppi scelti. Questi “eventi”, con la perpetuazione della loro memoria e della loro interpretazione prima in forma orale e poi scritta, suscitano il Tempo, la Storia e l’incorporazione della Parola divina nella Legge, in una Sacra Scrittura (pensiamo all’ebraismo e all’islam);

­   infine, l’incarnazione personale del Verbo che completa il senso delle sue precedenti incorporazioni, quella cosmica e quella scritturistica, liberando la prima dalla tentazione del panteismo(assorbimento del “Sé” in un Divino impersonale: v. Induismo) e liberando la seconda dalla tentazione di separare radicalmente Dio e l’uomo senza possibilità di contatto [al contrario, citando il IV Concilio Ecumenico (Calcedonia, 451), in Cristo, Dio e uomo sono “uniti senza confusione né cambiamento”, “senza divisione né separazione”].

Quindi la progressiva incorporazione del Verbo divino che si manifesta negli esseri e nelle cose non porta a un Divino anonimo e impersonale (il “sacro”) o a un Dio lontano e irraggiungibile (il “Santo” = separato), bensì ad un volto, quello umanissimo e dolcissimo di Gesù, il Cristo!

Dio Padre, nella pienezza di tempi misteriosi per la creatura, attraverso il Suo Figlio viene a prendere il suo posto in mezzo agli uomini, Sua creatura prediletta e vertice della Sua creazione.

 

     A causa del peccato, questa venuta configura il Cristo come il Buon Pastore che viene a cercare l’umanità, la pecorella smarrita della parabola evangelica, fino dentro le “profondità della terra”, espressione di una creaturalità divenuta opaca e perfino ribelle, sepolta nel nonsenso e nel nulla.

    La parola kenosi viene dal greco ekénŌsen, per es. adoperata da S. Paolo nella lettera ai Filippesi : “Cristo Gesù heauton ekénŌsen – si è spogliato, umiliato, svuotato – prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7). Gesù ci rivela così il volto umano di Dio, il Creatore che si svuota di sé con amorosa follia assumendo la condizione di creatura perché io lo possa incontrare ed accettare in tutta libertà e possa trovare in Lui lo spazio e la verità della mia stessa libertà.

        Il fine dell’incarnazione è stabilire la piena comunione tra Dio e l’uomo, offrendo all’uomo in Cristo l’adozione filiale e l’immortalità, ciò che i Padri, soprattutto orientali, chiamano  la deificazione (theosis), che non è l’annichilimento dell’umano a favore del divino (come insegnano i dualismi platonici e indù), ma la pienezza dell’umano nella vita divina, perché soltanto in Dio l’uomo può essere veramente uomo.

         Ricollochiamo allora l’incarnazione nel dinamismo globale della creazione, quindi dell’opera originaria di Dio (contro una visione “amartiocentrica” – al centro il peccato - della Storia della salvezza: il teologo francescano Bonaventura sottolinea invece l’Incarnazione del Verbo come iniziativa divina.  Se lo smarrimento dell’uomo l’ha trasformata in redenzione “tragica”, l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo resta prima di tutto la realizzazione del disegno originario di Dio, il grande mistero nascosto e il fine per il quale tutto è stato creato.

Tutto esiste come un immenso moto di incarnazione che tende a Cristo e si realizza in lui,  una grande sintesi in Cristo, del divino, dell’umano, del cosmico, come dice l’inno ai Colossesi:

 

    < In Lui (Cristo) tutto è stato creato, nei cieli e sulla terra… le cose visibili ed invisibili … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui >. (Col 1,16-17).

 

     Tutto effettivamente esiste come un immenso fiume carsico che tende a Cristo e in Lui viene pienamente alla luce e si compie. L’incarnazione è frutto di una lunga storia cosmica, terrena, carnale di preparazione, di crescita, di maturazione, di educazione divina alla libertà.

 

    < Ed è per questo che il mistero dell’incarnazione del Verbo contiene in sé tutto il senso degli enigmi e dei simboli della Scrittura, tutto il significato delle creature visibili ed invisibili. Colui che conosce il mistero della croce e del sepolcro conosce il senso delle cose. Colui che è iniziato al significato nascosto della risurrezione conosce il fine per il quale Dio fin dal principio creò il tutto>. (Massimo il confessore)

 

     La Storia si svela così come il succedersi progressivo di tappe di conoscenza e di alleanza tra Creatore e creatura, la quale realizza l’orizzonte del suo cammino e la sfida della sua collaborazione libera al progetto di Dio, finché il sì indispensabile di una donna, Maria, permette l’unione piena di Dio con l’uomo.   

     La Natività del Verbo, che segna il Tempo indelebilmente, appare allora come una segreta ricapitolazione: Gesù nasce come nuovo Adamo, l’uomo secondo il Cuore del Padre, da una donna che non dubita di Dio e della Sua opera, e vi si abbandona quale nuova Eva: la celebrazione della nascita del Verbo nella carne è inseparabile dalla glorificazione della Madre di Dio.

     Ripresa e restaurata l’origine, tutto ormai tende al fine ultimo, già presente al cuore della storia come un fuoco acceso. Una volta che il Verbo in Cristo si è rivelato all’uomo, l’uomo trova in Lui quell’immagine di Dio che lo fonda, che lo attrae e che tocca a lui adesso permettere che si trasformi in somiglianza.

     Tutto l’universo, diceva Origene, era un “logos alogos”, un significato non detto, non decifrato e quindi sigillato e nascosto dietro l’assurdo: l’incarnazione del Logos, il Senso, ne rivela la trama  sottraendo l’universo e l’uomo al non-senso, come ben esprime Ap.5 (l’Agnello che toglie i sigilli).

 

Noi nascevamo per morire. Gesù nasce per vivere pienamente e per comunicarci questa vita sottratta all’assurdo e alla morte.  Se Gesù soffre e muore,  lo sceglie liberamente, per trasformare la morte (ogni forma di morte) in un passaggio verso la vita (= Pasqua!).

    Gesù assume concretamente tutte le nostre situazioni di finitudine, i nostri vicoli ciechi (la tentazione, la fame, la sete, la fatica, l’implorazione, le lacrime, il lutto, la prigionia, la croce, il sepolcro, l’inferno) non per qualche masochismo doloristico ma, di volta in volta, per raddrizzare e guarire la nostra natura, per liberare il desiderio imprigionato dalla molteplicità dei bisogni, per vincere la separazione e la morte e, mediante la croce, tramutare in sorgente di vita queste fratture dell’essere creato.

     E questo perché Gesù, pur avendo con tutti gli uomini una solidarietà non solo morale ma anche ontologica (è “co-sostanziale” con noi, un solo essere con noi “secondo la sua umanità” – ha detto un Concilio Ecumenico), in tutta la sua vita e nella sua morte resta costantemente aperto all’Origine, alla Fonte, al Padre che non cessa di  far posare su di lui lo Spirito vivificatore (Cristo è co-sostanziale anche con il Padre e con lo Spirito, secondo la sua divinità).

     Il sacrificio di Cristo non è dunque voluto dal Padre, come se solo esso potesse soddisfare la giustizia divina, placare la collera e propiziare Dio all’umanità (riflesso di una concezione non biblica di Dio). Il sacrificio di Gesù è innanzitutto di lode, di santificazione, di reintegrazione di ogni cosa ala sua propria verità, per mezzo del quale il Figlio offre al Padre tutto il creato perché il Padre lo possa finalmente vivificare nello Spirito Santo. E’ la vera Pasqua, cioè il passaggio della Creazione nel Regno (cioè là dove “Dio regna” con la Sua vita divina).

    Che questo sacrificio sia stato cruento, deriva da quella solidarietà ontologica di Cristo con tutti gli uomini. In quanto veramente uomo, in virtù di questa solidarietà d’amore e di essere, Gesù ha preso su di sé tutto l’odio, la ribellione, la derisione, la disperazione (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), tutte le guerre, gli omicidi, i suicidi, tutte le agonie e le torture di tutti gli uomini in tutta la durata del tempo e in tutta l’estensione dello spazio.

    Di tutto questo il Cristo ha sanguinato, agonizzato, provato orrore, gridato di angoscia e di desolazione. (v. Mc.14,32-42 Getsèmani) E come ha umanamente sofferto, così si è affidato umanamente: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. E’ in quell’atto di pura fede, di affidamento umano al Padre, che la vita neutralizza la morte, l’abisso dell’odio si annulla nell’abisso infinito dell’amore. Cadendo nell’immenso calice dell’universo, il sangue di Gesù ha rinnovato l’universo.

 

    Questo sacrificio realizza l’eterno disegno del Padre: unire l’umanità alla divinità, vivificare, deificare il profondo dell’uomo, dell’universo, dell’essere.

    La “passione d’amore” del Figlio è ben più antica della sua incarnazione e ne è la causa. Ed è inseparabile dalla passione d’amore del Padre per l’umanità, che avrà fine solo quando “Dio sarà tutto in tutti” nell’avvento manifesto e definitivo del Regno:

   “…<Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?>  Gesù rispose: <Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo> ”(Mc.14,61-62)

 

   [Tuttavia, in Gesù il mistero è al tempo stesso s-velato e ri-velato. Poiché il Dio inaccessibile si rivela in un Uomo crocifisso, è per ciò stesso un Dio che sconvolge le nostre definizioni ed attese, e rimane incomprensibile, nascosto, inconoscibile se non nella fede:

               Non è stato mandato solo per essere conosciuto ma anche per restare nascosto” (Origene).

“L’incarnazione è un mistero ancor più inconcepibile di qualsiasi altro. Dio non si fa comprendere altrimenti che apparendo ancora più incomprensibile. In questa stessa manifestazione resta nascosto. Anche espresso, Dio è sempre lo sconosciuto” (Massimo il Confessore).  ]

 

    E’ l’intera creazione a ricevere luce dal sacrificio di Cristo. Inseparabile dalla Discesa agli inferi, dalla Resurrezione, dall’Ascensione alla destra di Dio, la Croce appare come l’asse del cosmo, facendo di Cristo il vero uomo cosmico, che trasfigura l’universo (Gn.2,15; Gv.20,15 l’uomo giardiniere e custode del “giardino”della creazione)

   La croce, riassestamento dell’asse del mondo, è il vero albero della vita . Il frutto di questo albero (v. Genesi 2,9 e Apocalisse 22,2) è offerto a tutti; il sangue e l’acqua sgorgati dal fianco trafitto di Gesù sono gli elementi di un immenso battesimo di Spirito Santo e fuoco. Le raffiche di vento e le vampe di fuoco della Pentecoste pervadono il corpo del Crocifisso Risorto e procedono da lui alla sua Sposa, la Chiesa, e da essa al mondo intero. Essere immersi, crocifissi in Cristo è morire alla propria morte per entrare nel sacrificio di reintegrazione universale, e comprendere finalmente con S. Paolo “la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità” dell’amore di Dio per noi (cfr. Ef. 3,18-19).

Nel Crocifisso Risorto, come congiuntamente rappresentato dall’iconografia del primo millennio, è offerto all’uomo il perdono, farmaco contro l’angoscia della morte e contro il peccato e i suoi effetti, ed è data la vita. Il Cristo in croce è lo svelamento definitivo del volto del Padre, di Dio che ama e soffre e si offre alla sua creatura. Dio si è lasciato uccidere per offrire la sua vita agli stessi assassini, così la Croce è “giudizio del giudizio”, simbolo della Grazia.

Non si tratta più, per l’uomo, di temere il giudizio né di meritare la salvezza, ma di accogliere l’Amore divino, completamente gratuito, con fiducia ed umiltà.

Si apre, con la vittoria sulla morte, un grande dinamismo di risurrezione che deve approdare alla manifestazione del Regno, alla trasfigurazione del cosmo, non più sacramentale e nascosta, ma palese e gloriosa:

               < Il Cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza.> (S. Ignazio d’Antiochia)

 

Questa vittoria di Cristo è soprattutto sulla morte spirituale, nella quale l’uomo rischiava di rinchiudersi per sempre. E’ la vittoria sull’inferno, è la speranza che ormai nessuno voglia più essere separato da Dio e dagli altri, ma che tutti siano un giorno riconciliati ed immersi nell’amore.

Questa è la meravigliosa notizia – la vittoria sull’inferno e sulla morte – questo è il Vangelo che la Chiesa antica, con la parola e la testimonianza di vita, ha incessantemente proclamato.

 

 

Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa  (Manila, 29 novembre 1970)

 

«Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16). Io sono mandato da lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone. Quanto più è lontana la meta, quanto più difficile è la mia missione, tanto più urgente è l'amore che a ciò mi spinge. Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (cfr. Mt 16, 16). Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d'ogni creatura (cfr. Col 1, 15). E' il fondamento d'ogni cosa (cfr. Col 1, 12). Egli è il Maestro dell'umanità, e il Redentore. Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l'amico della nostra vita. Egli è l'uomo del dolore e della speranza. E' colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, come noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è «la via, la verità, la vita» (Gv 14, 6). Egli è il pane, la fonte d'acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore e paziente nella sofferenza. Per noi egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore e i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli.
Gesù Cristo: voi ne avete sentito parlare, anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene, a voi cristiani io ripeto il suo nome, a tutti io lo annunzio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l'alfa e l'omega. Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; egli è per antonomasia il Figlio dell'uomo, perché egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico.
Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annunzio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli.

 

 

 

 

“Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi” (Ef 1,18)                            

L a   S p e r a n z a                                  

         La cultura occidentale del secolo scorso ha dato così tanta importanza al futuro da sentirsi in dovere (e potere!) di accelerare il corso della Storia, sacrificandovi il presente e tagliando i rapporti di dipendenza col passato.                              Oggi, in un tempo in cui si fa fatica a trovare ragioni per sperare e si vive aggrappati all’attimo presente, sembra realizzarsi a livello sociale il sospetto che la speranza sia un ostacolo a calarsi nell’oggi e a viverlo con intensità.                Diceva A. Camus: “Pensare lucidamente e non sperare in nulla”.                                                                                                                                                           Al contrario, la tensione ad uscire dalle secche del presente per aprirsi a “nuove possibilità” ha  determinato l’insorgere di diverse immagini del futuro, tra loro distanti e apportatrici di differenti deduzioni.

            Prima di tutto l’utopia, tradizione autorevole nel pensiero classico come in quello moderno: è trascrizione laicizzata di ideali e sogni che si slanciano nell’immaginare e progettare il futuro, per poter indicare obbiettivi, modi e contenuti del cammino dell’uomo. La ricerca utopica dell’ “uomo  nuovo” e del “mondo nuovo” (es: Rinascimento, illuminismo, romanticismo, comunismo…) con le loro mete di pienezza e di giustizia, hanno inciso sul modo d’essere odierno e sulle sue manifestazioni vitali, dal come/cosa pensare allo stile di vita all’interpretazione della Storia e della Natura…                                                          Ma l’utopia presto delude, perché incapace di produrre i risultati auspicati, anzi da essa sono spesso generati gli errori e gli orrori umani più vistosi (v. le urgenze apocalittiche dei movimenti politico-religiosi) che umiliano la speranza e sembrano autorizzare riedizioni e rigurgiti del passato! Davanti alla morte, quella del singolo come quella dell’Ideale (v. morte delle ideologie e pensiero “debole” incapace di avventurarsi a prevedere il futuro), si evidenzia la non viabilità e l’infondatezza oggettiva dell’utopia, al di là dei sentimenti, desideri e aspirazioni sinceri e commoventi di quanti l’avevano abbracciata. Il sempre risorgente mistero del limite, del male e della morte è in definitiva il vero antagonista dell’utopia.

    Invece l’escatologia (escaton = cose ultime) cristiana, altro modo di vedere il futuro, non riguarda principalmente  l’aspirazione umana a trascendersi, è libera dalle presunzioni dell’utopia e proprio per questo può porsi in maniera critica verso ogni ideale socio-politico, culturale e religioso che volesse instaurare il “regnum venturum”: il futuro, come il Regno, trascendono le nostre intuizioni e in definitiva possono venire solo da Dio!                                                              La speranza cristiana si fonda e guarda all’avvenimento senza precedenti della vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo, con la pienezza di vita (“eterna”, divina) che egli ha rivelato e reso fruibile ai suoi discepoli. La speranza, come un’immensa nostalgia che supera tutti i nostri bisogni e costrizioni, è nel cuore della creatura che desidera, cerca e attende l’incontro con Dio Padre e con i fratelli “lontani”. La speranza nel futuro di Dio ha il suo ancoraggio di fede in Cristo: non solo nella sua gloriosa resurrezione, ma anche nella sua morte! La Croce è la pietra di scandalo per tutti gli spiriti utopici e apocalittici: solo quello che non perde consistenza davanti alla sofferenza del Cristo crocifisso è speranza cristiana, solo dietro la croce del Golgota spunta l’aurora del mondo nuovo di Dio. Perché la speranza in Cristo non è affatto ottimismo che promette giorni migliori, bensì si diffonde proprio là dove non c’è più niente da sperare, cioè nel “mondo” inteso come quella realtà sottomessa al male e alla morte di cui Satana è il Principe.                                                                                      Coloro che mettono la propria fiducia nell’Abba di Gesù hanno la possibilità di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15).Radicati nel reale, non nell’ideale, attingono l’attesa di un mondo secondo Dio, secondo il suo amore. Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene e suggerisce di specifico, per poterlo vivere. Con essa abbracciano il mondo intero e non danno niente e nessuno per perduto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

     Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è fedele e non ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà - se il mondo è sempre così lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione - questa non è la condizione definitiva. Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa:                            «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).                            Una promessa apre e illumina la vita concreta a possibilità nuove . La promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione quotidiana con Dio che mi parla qui e ora, e mi chiama a fare delle scelte concrete in prospettiva futura: i semi del futuro si trovano già nella presente relazione con Dio. Il radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo, perché il Risorto è la Vita divina con noi nel nostro oggi: «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20). In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20).  Da Abramo, attraverso l’Esodo e l’Esilio, il Profetismo e le attese di un Messia, e tutte le varie tappe e progressi fino a Gesù, la storia della salvezza può essere certamente vista come l’avventura della speranza che si allarga a prospettive sia universali che cosmiche. Nel cuore del nichilismo e della disperazione dell’uomo di ieri e d’oggi  la Buona Notizia della Resurrezione di Cristo non può essere se non l’annuncio e la testimonianza della vittoria di Cristo sul male, sulla morte e sull’inferno.

 Il Vangelo della Resurrezione è però follia per il “mondo”. Persino gli stessi “credenti” non l’accolgono, quando riducono concretamente l’evento ad una conferma finale delle antiche dottrine precristiane dell’immortalità dell’anima e della sopravvivenza ultraterrena. Sembra riguardare solo “l’altro mondo”, “l’al di là”...  Invece la grande gioia dei discepoli nel vedere il Risorto non era perchè venissero loro rivelati misteri riguardanti un altro mondo, né essi furono inviati a portare una “dottrina”, bensì ad annunciare la Resurrezione di Cristo e  la vita nuova che Lui offre a quanti lo accolgono. In Cristo la vita “eterna” è già iniziata. Il Risorto è per me Via, Verità e Vita della mia vita. Nella Sua comunità  io posso vivere di Lui e partecipare alla speranza ecclesiale del giorno senza tramonto, quando “Dio sarà tutto in tutti”.Con il popolo d’Israele e perfino con l’Islam  io attendo il Suo ritorno, la Parusìa. In Cristo perfino la mia morte biologica diviene una tappa di vita, perché Lui l’ha riempita di Sé, della sua fede e speranza indefettibili; in Lui “tutto è vostro… il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3,21-23).   Se non so come e quando verrà il compimento, so però che questo grande passaggio pasquale dal “mondo” al “Regno” è già cominciato e io oggi già vi partecipo; già intravedo il Verbo riempire di Sé tutte le cose ed esse si svelano nella loro bellezza e significato a noi nascosti fin dalla fondazione del mondo. Questa è la conoscenza, la sapienza, l’intelligenza spirituali: vedere cioè  tutte le cose come le vede Dio. Nella fede posso già contemplare il mondo, ora abitato dal Risorto, che torna lentamente a Dio e che, proteso verso la trasfigurazione, lascia emergere il nuovo:                   <  Tutta insieme la Creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.   Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora ciò che uno già vede come potrebbe sperarlo? Ma se speriamo quanto non vediamo, lo attendiamo però con perseveranza> (Rom 8,22-25)                                                                                                                                                         Il credente non può capitolare davanti al male, già sconfitto da Cristo.Così non accetta nessun compromesso con esso, con tutto ciò che è ingiusto, violento, corrotto, superato. Nessuna riconciliazione con il male! Chi non spera finirà per arrendersi e adattarsi. Ma anche la speranza ha un prezzo: resistenza, sacrificio e anticipazione profetica sono virtù di quanti sperano come Cristo in una vita più forte della morte. Possono “vincere il male con il bene” (Rom 12,21)  pagandone il prezzo per essersi posti in contrapposizione col “mondo vecchio”. Chi spera non cerca rifugio in una nicchia spiritualista o nel sogno, ma interviene secondo coscienza nella vita pubblica per un impegno a favore della verità, della giustizia e per il diritto dei poveri, degli esclusi: la promessa divina non chiede di sedere e attendere passivamente che essa si realizzi come per magia. Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della vita un viaggio impegnativo e vivere un nuovo inizio: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Così pure la Resurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma chiamata a metterci in cammino: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Mc 16,15; Atti 1,8).  Sperare è dunque scoprire nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un “sì” di tutto il nostro essere, diventando a nostra volta “risorti”. E’ porre, qui e ora, in mezzo ai pericoli e al rifiuto del mondo, dei segni di un altro avvenire, semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno frutto. Il fine della speranza è dunque la rivelazione della vera natura della vita, della storia e di tutte le cose e anche del nostro io profondo. < Chi viene toccato dall'amore comincia a intuire cosa propriamente sarebbe «vita», cosa vuole dire la parola speranza nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la «vita eterna» – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr Gv 10,10)> (Benedetto XXVI, Spes Salvi) .  Questa è “santità”, cioè partecipazione alla vita di Dio: la pienezza della vita. La speranza si manifesta in una vita vissuta in pienezza. E c’è santità in chiunque partecipi con passione e intelligenza alla vita, non solo nel consacrato o nell’operatore di carità, ma anche nel creatore di bellezza, nello scienziato e nel cercatore di verità innamorato del mistero degli esseri e delle cose, nell’amore profondo di una coppia, nella madre che sa generare spiritualmente suo figlio, nel poeta che canta il mistero: “I santi sono i viventi, e i viventi sono i santi” (Origene).  Nell’uomo virtuoso che fa spazio alla verità di sé e delle sue scelte, che va ricostituendo il senso della verità propria di ogni cosa, là dove intelligenza, desiderio e forza vanno unificandosi per servire e craere, in costui emerge “l’uomo nuovo”.  Al contrario il nemico della speranza è il disimpegno, l’indifferenza, il non-senso, l’irrilevanza del senso.                                                                                        Per i primi cristiani, il segno più chiaro di rinnovamento del mondo era il formarsi, a causa di Cristo, di comunità composte da persone di provenienza e lingue diverse. Sorgevano ovunque, superando divisioni e pregiudizi,vivendo come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. At 2,42-47). Si sforzavano di avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Fil 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti luce ( Fil 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un’attesa sulla terra.

P. Giuseppe Pierantoni SCJ

 

 

 

 

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