Delegazione MCI

Ludwigshafen, CN 2013. “Celebrazione, tra rito e incontro di fede”

Relazione del Delegato. Le nostre liturgie. Bilanci e prospettive

I primi due giorni del nostro Convegno Nazionale ci hanno offerto una analisi biblica e storica del culto di Dio, dalle sue espressioni più antiche a quelle vissute dal popolo di Israele, dagli insegnamenti e dalla prassi introdotta da Gesù alla sua realizzazione nelle prime comunità cristiane, fino alle innovazioni liturgiche del Concilio, sulla base di una rinnovata concezione della chiesa e di una sensibilità più adeguata alla cultura moderna.

Tutto questo ci permette ora di fare una riflessione sulle liturgie nelle nostre Missioni, per verificarne la situazione, le condizioni in cui si esprimono, al fine di stimolarne l’autenticità e renderle veri momenti di fede, di crescita cristiana, di incontro della comunità.

Le liturgie della mobilità

Va subito detto che, se si esclude la Missione di Mainz, non abbiamo nostri luoghi di culto, da poter gestire in modo autonomo e quindi anche da adattare alle tradizioni religiose italiane: siamo tutti in affitto, utilizziamo cioè le chiese delle parrocchie tedesche presso le quali abbiamo la sede o dove è più alta la concentrazione di connazionali. Qualche missione ha adibito una stanza o una sala a cappella, ma per un uso interno, per la preghiera quotidiana del sacerdote o di piccoli gruppi, non per l’assemblea domenicale.

Questa in genere avviene entro spazi di culto molto vasti, risalenti ad una struttura architettonica segnata una cultura liturgica preconciliare, in orari spesso impossibili, concordati con una controparte (parroci, segretarie, sacristi,…) a volte intrattabile, e, se si escludono poche grandi solennità (Natale, Le Palme, Pasqua), con una modesta presenza di connazionali, sparsi oltre tutto un po’ in tutta la chiesa e con alle spalle anche parecchi chilometri di strada. Un insieme di elementi che non agevola certamente l’incontro, il trovarsi assieme attorno al Risorto, nell’ascolto della sua parola e nel segno del pane eucaristico condiviso, per festeggiare e proclamare la fede. L’invito a venire nei primi banchi, il più vicino possibile all’ambone e all’altare (fortunato chi ci riesce!), il più vicino possibile l’un l’altro, per creare anche visibilmente una comunità orante, può diminuire il problema, ma non lo risolve. Lo attutisce inoltre il fatto che i fedeli abituali sono sempre più o meno gli stessi, permettendo almeno una formazione continua ed un contatto stabile. Sono alcuni dei noti disagi delle minoranze e della mobilità umana, che comunque alla fine ci fanno ricordare che la vita terrena è solo un grande pellegrinaggio verso un altro tempio, non più in affitto ma dono gratuito di Dio per l’eternità.

Dai limiti sopra descritti deriva la necessità di puntare, più che sul luogo del culto (mai ottimale, e non fondamentale) e sulla perfezione del rito (importante ma sempre formale ed in fondo marginale), sulla qualità delle nostre liturgie, secondo l’indicazione stessa di Gesù, nel suo dialogo con la Samaritana: “Viene un’ora in cui né su questo mondo né a Gerusalemme adorerete il Padre. (…). Viene  un’ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità” (Gv. 4,21.23). Il vero luogo del culto, dell’incontro con Dio, è prima di tutto la persona, il suo cuore, la sua intimità. Qui si devono concentrare la nostra attenzione ed i nostri sforzi. Se la preghiera non parte e non avviene li, è solo esibizione, messa in scena; si rischia di trasformare le liturgie in un rito che soddisfa l’occhio, l’estetica,  che appaga le emozioni, ma non opera molto in profondità, non cambia la vita, non permette di incontrare Dio.

Il problema vero allora è: come toccare e coinvolgere il cuore dell’assemblea. Non ci sono ricette, almeno io non ne conosco. Strumenti sì, e tanti. La scelta formativa da diversi anni messa in atto dalle nostre Comunità, è sicuramente una pista importante. Il coinvolgimento attivo di tutti i partecipanti (nel canto, nelle letture, nelle preghiere, nella preparazione, nella gestione delle diverse parti) è una premessa fondamentale, ineludibile, per togliere spazi alla passività, il vero cancro nel culto di Dio. L’onnipresenza del sacerdote, in fondo chiamato a presiedere e guidare l’incontro, rischia di esautorare la responsabilità di ognuno davanti a Dio anche nei momenti comunitari. L’assemblea, come soggetto attivo di culto, di preghiera, ha bisogno di stimoli e di segni concreti, che offrano allo spirito una visibilità e gli permettano di uscire dal letargo.

L’incontro con Dio non può essere che una festa, una festa di tutti e per tutti, una gioia che tocca dentro perché parte da dentro. Se è Dio attraverso la fede che convoca in assemblea, la liturgia diventa allora la celebrazione comunitaria della fede, la festa della fede, il momento simbolico dell’intera vita cristiana. Il che avviene in particolare nella celebrazione eucaristica: come memoria di un passato che ci ha generati, come segno di un presente che vogliamo vivere in pienezza, come progetto salvifico di un futuro che aspetta il nostro contributo. Il tutto sperimentato come dono di Dio.

Sappiamo bene infatti che le nostre liturgie, anche le più perfette, non aggiungono nulla a Dio. Lui non ne ha bisogno, noi sì. Perché di fronte al suo nome, proclamato e celebrato, di fronte al suo volto, adorato e festeggiato, noi scopriamo noi stessi, come sue creature, suoi figli sempre amati, come sua famiglia chiamata a crescere nella fede, nella speranza, nella carità.

Il culto di Dio è vero solo quando porta ad un autentico culto dell’uomo. Le nostre liturgie sono riuscite quando ci portano al servizio dei fratelli, quando non si fermano in chiesa ma si estendono alla vita quotidiana, come disponibilità a incontrarli e onorarli in casa, sul lavoro, a aiutare  il prossimo incappato nei briganti.

Quando sono ancorate nella realtà, ci ricordano, per esempio, che siamo parte attiva di questa Chiesa che è in Germania. Ecco perché dovrebbero sempre includere almeno una preghiera o un pensiero in tedesco, come ponte del resto, o gesto di attenzione, ai fedeli d’altra madre lingua (non necessariamente tedesca) sempre presenti ai nostri momenti di culto, per i tanti matrimoni binazionali, le tante amicizie internazionali, la diffusa simpatia per le tradizioni religiose italiane.

E qui non possiamo ignorare come le messe binazionali e le celebrazioni multiculturali caratterizzano la vita liturgica delle nostre Comunità, in occasioni specifiche (come le settimane interculturali) e nelle feste comuni (come il Corpus Domini, le giornate del Patrono/a della parrocchia, le Pfarrfeste, il Grosses Gebet, le funzioni della settimana santa,…). Sono momenti tipici di vita con la comunità tedesca, che vanno gestiti assieme, alla pari, nella programmazione (scelta del tema, delle letture, ecc.) come nella realizzazione (non necessariamente il parroco locale deve sempre essere il celebrante principale), dando nei limiti del possibile chiara visibilità alle identità religiose nazionali presenti, anche per sottolineare che l’unica chiesa è fatta ed è arricchita dall’incontro delle diversità. Sono momenti che celebrano e fanno toccare con mano la cattolicità della chiesa, la sua ricchezza di tradizioni e di espressioni.

Una chiesa che qui in Germania conta purtroppo sempre meno fedeli (160.000 in meno nel 2012, ora attestata al 30,3% della popolazione complessiva), per le uscite dalla stessa ma soprattutto per la crescente scristianizzazione. Da qui, come dalla penuria di clero e da risparmi obbligati, hanno preso avvio le ristrutturazioni in corso in tutte le diocesi, miranti alla drastica riduzione delle parrocchie (riunite in unità pastorali più ampie). Una delle conseguenze più prevedibili sarà la dismissione di tanti luoghi di culto. Prima di pensare a venderli, a trasformarli in musei o a cederli ad altri movimenti religiosi, vogliamo invitare le diocesi a verificare se non sia il caso di affidarli ad una comunità d’altra madre lingua. In una simile evenienza, almeno nelle città più grosse, le Comunità italiane non dovrebbero tirarsi indietro, e potrebbero proporsi come nucleo forte di parrocchie internazionali. La società cambia in fretta, anche in forza di una elevata mobilità umana. La Chiesa non può ignorare questi cambiamenti. In tanti quartieri i credenti stranieri superano di gran lunga quelli del posto. Bisogna allora pensare a forme nuove di presenza pastorale e di culto. Alcuni Istituti religiosi (per es. gli Scalabriniani a Francoforte, i Dehoniani a Berlino, ecc.) hanno dato avvio a comunità religiose internazionali. La liturgia, specchio della vita, da anni esprime momenti di preghiera in più lingue. Forse è giunto il tempo di dare sistematicità a questa realtà, e trasformare in progetti di vita ecclesiale e liturgica, in strutture riconosciute e ufficiali, qualcosa che sa di occasionale, di eccezione, di tollerato, di esotico.

Una curiosità. Prima di chiudere questa parte, ho voluto togliermi una curiosità: sono andato a vedere quanti paragrafi il diritto canonico dedica al culto di Dio. Includendo tutti i momenti liturgici (dai sacramenti alle altre preghiere) son ben 419. Se vi aggiungiamo quelli dei dicasteri pontifici, quelli delle Conferenze Episcopali e delle Diocesi, il conto diventa quasi impossibile. L’ebraismo ne aveva tanti, ma sempre meno dei nostri. Eppure era questa abbondanza di regolamentazione che scaldava Gesù più di ogni altra cosa. Il formalismo nel culto e la mancanza di rispetto al tempio sono state le due cose che lo hanno fatto arrabbiare fino quasi alla violenza verbale (“razza di vipere”…, tutto il cap. 23 di Matteo) ed a quella fisica (la famosa cacciata dei venditori a frustate, Gv. 2,13-17). Se oggi Gesù tornasse, avrebbe gli stessi motivi per arrabbiarsi? 419 paragrafi del Diritto Canonico, più tutte le altre disposizioni emanate dal Vaticano e dalla Diocesi. Le norme ci vogliono, ma guai se prendono il sopravvento. Se concentriamo l’attenzione sulle rubriche e sul rito, ne dedichiamo meno alla sostanza, all’incontro con Dio e con i fratelli. La cosa giusta dovrebbe essere il rovescio. Forse è anche questo uno dei motivi della fuga dai momenti ufficiali di preghiera della Chiesa (troppo regolamentata, “rubricata”, quindi “fredda”) e del flusso ininterrotto nei movimenti (che nei loro riti puntano molto sul contatto e sul rapporto umano).

Ed un interrogativo. È giusto e corretto vedere nella sola celebrazione eucaristica – legata alla presenza del sacerdote - il momento culminante e quasi esaustivo del culto di Dio? Non si rischia in questo modo di restare ancorati ad una Chiesa fondata sul sacerdote (una Chiesa clericale), mentre i carismi sono tanti, e tutti meritevoli di spazio e di apprezzamento? È forse giunto il tempo di sviluppare maggiormente nelle famiglie, nei gruppi, nelle periferie parrocchiali, forme tradizionali e modi nuovi di incontrare e di lodare il Signore, momenti di preghiera comunitaria – in chiesa o fuori - pienamente gestiti dai fedeli. È una delle maggiori richieste uscite nel dibattito del primo giorno al Forum di Stoccarda.

E qui si potrebbe inoltre aprire il grande capitolo della religiosità popolare, particolarmente diffusa nel Sud Italia e con dovizia importata in Germania. Penso alle feste dei vari Santi e della Madonna (con le rispettive novene e processioni all’aperto), alle sacre rappresentazioni della Passione, alle Via Crucis del Venerdì Santo nelle vie delle città, ecc., in genere in mano a comitati di fedeli e da loro gestite. Rubare la scena allo shopping, riempire di preghiera i templi laici (piazze e strade), far memoria di avvenimenti biblici sfilando davanti agli idoli moderni della moda e del benessere, il tutto sia pure per pochi momenti, sono segni di una fede che viene allo scoperto e provoca almeno alla riflessione. Sicuramente è un contributo tipico della religiosità italiana alla chiesa ed alla società locale.

Concludendo questa parte: le nostre liturgie sono spesso povere di rito, ma in genere ricche di umanità, espressione concreta e visibile della fede.

Retrospettiva: un bilancio dell’anno

Il Convegno Nazione è sempre anche un momento di bilancio. Nelle 16 circolari dal Convegno 2012 e sul Corriere d’Italia troviamo una cronaca dettagliata delle attività. Ed anche i dati relativi le nostre Comunità (93) ed il personale che vi lavora (111 operatori pastorali, di cui 70 sacerdoti, età media 69 anni) non sono fondamentalmente cambiati rispetto all’anno scorso. Per cui preferisco, invece di ripetermi, soffermarmi su tre punti.

1 - L’Italia riprende ad emigrare. Chi segue la stampa nazionale italiana, si sarà sorpreso del grande rilievo dato il 7 maggio di quest’anno alle statistiche sul 2012 dell’Ufficio di statistica Destatis (l’Istat tedesco). Cito solo alcuni titoli, per capire subito il perché: “Germania, boom di immigrati italiani” (La Stampa); “Germania, boom immigrazione: un milione di nuovi arrivi, più 40% di italiani” (Corriere della Sera); “Boom di immigrati italiani in Germania. Nel 2012 aumento del 40 per cento” (Il Sole 24 Ore); “Il lavoro c’è, ma in Germania: 42 mila italiani ci provano” (Rai News 24); “I tedeschi? Andrebbero in Germania…se fossero nei nostri panni” (Libero del 6 luglio). L’Italia, duramente colpita dalla crisi, riprende le vie dell’estero, in particolare verso la Germania. Non nelle dimensioni degli anni 60/70 e con i ceti più poveri. Oggi emigrano in particolare i giovani, le persone più qualificate. L’anno scorso sono giunte in Germania 1,08 milioni di persone, con un aumento del 13% rispetto al 2011, il più alto dal 1995. Tre quarti degli immigrati si sono diretti in 5 Bundesländer, nell’ordine in Baviera, Nordreno-Westfalia, Baden- Württemberg, Assia e Bassa Sassonia. Sono in media 10 anni più giovani della media dei tedeschi e nella maggioranza hanno una laurea universitaria. Dall’Italia sono arrivati 42.167 connazionali, con un aumento del 40% rispetto ai 30.154 del 2011. Bisogna risalire a 17 anni addietro per trovare una cifra maggiore, al 1996, quando presero la strada della Germania 45.821 italiani. Poi la cifra è sempre calata, fino al 2006, quando ha ripreso a crescere, fino all’impennata dello scorso anno. Di fronte a questo fenomeno, chi forse con troppa fretta o faciloneria, ai vertici della gerarchia italiana, ha definito “residuale” il nostro lavoro, probabilmente ora sta ringraziando in cuor suo le diocesi tedesche che, senza lasciarsi prendere dal panico del calo di sacerdoti e di mezzi economici, hanno mantenuto aperte queste Comunità e continuano ad apprezzare ed a sostenere la nostra presenza pastorale.

2 - Diaconia e impegno politico. Le elezioni politiche italiane di primavera – e non dimentichiamoci che il prossimo anno ci saranno quelle europee; qui in Germania domenica prossima 22 settembre si svolgono le elezioni federali – hanno rilanciato anche nelle nostre Comunità il tema dell’impegno politico dei cattolici. Senza riprendere il dibattito che ne è seguito – con la posta elettronica, sul Corriere d’Italia, in una serata durante gli Esercizi spirituali – penso sia diventato chiaro come la diaconia non è solo assistenza agli anziani, visite ai malati, mense per i poveri, impegno per il successo scolastico e professionale dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, vicinanza alle categorie più deboli, meno tutelate, ecc., ma è soprattutto attenzione e impegno per il bene comune, che si concretizza con una presenza attiva negli organismi amministrativi e politici che lo gestiscono. Non solo va stimolata la partecipazione al voto nelle consultazioni elettorali, nel nome di una cittadinanza che vuole e deve essere piena. Va promossa e sostenuta la militanza dei cattolici nei partiti e nelle organizzazioni politiche, in modo che tengano alta nei rispettivi programmi e nelle scelte concrete la centralità della persona e la priorità dei valori umani rispetto a quelli semplicemente economici, con particolare attenzione ai più bisognosi, in modo che nella società nessuna categoria si senta esclusa, nessuno resti emarginato o venga sfruttato, immigrati e asilanti compresi.

3 - Rappresentanza dei Laici. L’anno pastorale si è chiuso con la nascita di un nuovo organismo di rappresentanza laicale, il Seelsorgerat, promosso dal Nationaldirektor Stefan Schohe con lo scopo primario di eleggere tre rappresentati delle Comunità d’altra madre lingua nel Zentralkomite der Deutscher Katholiken (ZdK). La rapprentante italiana nel Seelsorgerat, Isabella Vergata, è stata eletta per questo mandato in occasione del Convegno Nazionale dei Laici. È stata proprio anche in quella occasione che è uscito il tema generale della rappresentanza dei laici nel Consiglio di Delegazione. In assenza di meccanismi elettivi, negli ultimi anni è stato seguito il criterio della cooptazione, previsto del resto negli stessi statuti dei Consigli Pastorali. Ma è chiaro che, per il prossimo rinnovo del CdD, sarà bene individuare sia per i rappresentanti dei laici assunti che operano nella pastorale come per i laici volontari, delle procedure su base elettiva. Per i primi si potrebbe seguire quella che avviene per i delegati di zona: il voto per posta tra tutti gli aventi diritto. Per la seconda categoria vedo due possibili strade: o la creazione di un Coordinamento Nazionale dei CP (partendo da quelli zonali, sul modello della Zona Centro), o affidare questo compito al Convegno Nazionale Laici, come è stato fatto per il Seelsorgerat. Sulla base delle indicazioni che usciranno qui e dalle Zone, il CdD procederà alla scelta più opportuna.

Anno Pastorale 2013-2014

L’inizio del nuovo anno pastorale coincide con la conclusione dell’anno della fede, del 25 della Migrantes e dell’anno del Dialogprozeß della Chiesa tedesca dedicato alla liturgia. Ci sembrano quindi chiari i possibili temi dei Convegni di Zona di novembre: l’analisi della prima enciclica di Papa Franecesco, la “Lumen fidei”, e le conclusioni pratiche circa la riflessione liturgica che ci ha accompagnato nel 2013, dando particolarmente un seguito alle indicazioni uscite da questo Convegno. Ne cito solo una: la grande estensione territoriale delle nostre Comunità dovrebbe stimolarci  e aiutarci a promuovere la varietà dei momenti di culto autonomi, gestiti dai laici, contemporaneamente al loro inserimento nelle parrocchie tedesche locali. La scelta di una formazione più qualificata e permanente dei collaboratori volontari, mira sicuramente anche a questo.

Il tema del Dialogprozess del 2014 è la “Martyria der Kirche: »Den Glauben bezeugen in der Welt von heute«, „la testimonianza della fede nel mondo di oggi“, che verrà analizzato nei primi convegni di zona, negli esercizi spirituali (sugli Atti degli Apostoli, il 10-14 marzo a Limburg, con Paolo Curtaz come relatore), nel Convegno Nazionale dei Laici (16-18 maggio a Simmern) ed al Meeting dei giovani (21 giugno a Ludwigshafen), come pure nei Convegni zonali dei Laici e dei Giovani. Ci dovremo chiedere: nel modo segnato dalla mobilità, dalla multicultura e dalla varietà dei credi, come vivere e testimoniare una fede che trasmette i valori del vangelo, che fa la memoria di Gesù e ne permette l’incontro con la sua Risurrezione, una fede cioè che produce sempre futuro, pur partendo dai fallimenti più clamorosi e dalle situazioni più disastrate.

Novità del nuovo anno pastorale riguarda la sperimentazione di Convegni di Laici e Meeting di Giovani almeno nelle tre Zone maggiori (Nord, Centro e Sud), che avranno luogo alcuni mesi prima degli appuntamenti nazionali. Lo scopo è di agevolare l’incontro di esperienze, lo scambio di idee, i contatti reciproci, e soprattutto di garantire quella continuità formativa ai collaboratori volontari più stretti, in modo da prepararli adeguatamente alle maggiori responsabilità che sempre più sono chiamati ad avere nelle nostre Comunità.

Accanto alla formazione, vorrei segnalare l’importanza della informazione. Noto con piacere la positiva accoglienza delle circolari della Delegazione: ci tengono collegati nel comune impegno pastorale a servizio dei connazionali in Germania e Scandinavia. Chi non le riceve personalmente (come i collaboratori volontari, i presidenti dei Consigli Pastorali e dei Gruppi di Preghiera, ecc.), le possono leggere direttamente sul sito Internet della Delegazione, dove vengono regolarmente pubblicate (www.delegazione-mci.de). Da questo mese si amplia ulteriormente la possibilità informativa nelle nostre Comunità: tutte, anche quelle che non hanno né gli strumenti tecnici né il personale, potranno avere una propria Homepage su Internet, addirittura con un aggiornamento quotidiano. Il sito www.lemissioni.net, della Coordinazione Svizzera, finanziato dalla Migrantes (e quest’anno anche da noi con 2.000 euro), promosso per le Missioni Cattoliche Italiane nel mondo, pubblicherà gratuitamente tutto il materiale, foto comprese, che gli verrà inviato. Nel mondo su 381 missioni sono circa 122 quelle che hanno un sito. Cioè la grande maggioranza non è presente. Per la Germania su 93 Missioni solo una trentina è presente. Eppure sappiamo che quello è il mondo dei giovani, del domani, della comunicazione semplice e tempestiva. La grande dispersione dei nostri fedeli non ci offre una alternativa migliore per raggiungerli. Chi ha già un proprio sito, lo aggiorna automaticamente operando su www.lemissioni.net. Maggiori informazioni e dettagli si possono avere da don Gianfranco, responsabile della iniziativa, o dall’addetta della Delegazione all’informazione online, la signora Licia Linardi, o dalla segretaria signora Silvia Lustri.

Non sviluppo altri punti. Nella allegata scheda (nella cartella dei convegnisti) trovate i vari appuntamenti del nuovo anno pastorale. Esprimo solo un augurio: di non lavorare isolati. Abbiamo bisogno l’un dell’altro, non solo in momenti di emergenza pastorale: il rapporto umano, tra di noi e con la gente, è insostituibile; è un segno tangibile del nostro rapporto con il Risorto; è il primo luogo – per me il più importante – del nostro culto a Dio; la liturgia quotidiana che dovrebbe stare al vertice delle nostre priorità.

p. Tobia Bassanelli, delegato

 

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