Delegazione MCI

Relazione 2012 del Delegato nazionale

“Noi Chiesa in diaconia, nella società di oggi”

L’improvvisa malattia di Don Renato Roux, che avrebbe dovuto aprire con le sue due relazioni i lavori del Convegno e caratterizzarne la prima parte, ci costringe a ristrutturare l’impianto, anticipando ad oggi il mio intervento ed i lavori dei gruppi, e posticipando a giovedì mattina la riflessione teologica e storica sul tema di quest’anno, la diaconia, affidata a Mons. Giancarlo Perego

Vogliamo allora oggi puntare subito l’attenzione sulle nostre comunità, per individuare le povertà del presente a noi vivine, valutare e progettare il nostro servizio, concentrandoci poi nella serata di giovedì su una diaconia in particolare, quella dell’informazione/formazione, che da 60 anni qualifica la nostra presenza in Germania.

La relazione del Delegato, che funge da introduzione alla riflessione dei lavori dei gruppi, fa parte della tradizione dei nostri Convegni Nazionali ed è un momento molto significativo, perchè cerca di focalizzare alcuni punti nodali e si sforza di definire orientamenti comuni per il futuro. Essendo il mio primo intervento di un certo respiro, vuole anche essere una forma di presentazione del programma del prossimo quinquennio.

Le novità. Quest’anno la novità maggiore è stato il cambio del Delegato. Problemi seri di salute non hanno permesso a don Pio di portare a termine il suo secondo quinquennio, del resto appena agli inizi. Penso sia giusto e doveroso che in questo momento vada a lui il nostro più sentito grazie per la generosità e la qualità profuse in oltre sei anni a servizio delle nostre Missioni.

Le sue impreviste dimissioni hanno colto tutti di sorpresa, a cominciare dal Consiglio di Delegazione, che si è messo subito all’opera per arrivare in tempi brevi ad un successore. Sulla base della consultazione dello scorso anno e delle disponibilità all’interno del CdD, è stato segnalato il mio nominativo alla Migrantes, la quale ha fatto il resto. Ho avuto l’impressione che la mia nomina, che decorre dal 1 di aprile di quest’anno fino al 30 marzo del 2017, sia stata accolta con simpatia: e questo mi fa piacere e mi incoraggia. Per ogni posto di responsabilità è sempre un buon vademecum ed un sostegno.

L’altra novità rilevante riguarda la ristrutturazione della Delegazione, anche se non del tutto conclusa. Le Zone sono state dimezzate (alcune non si riunivano più, perchè ridotte a poche persone), con lo scopo di renderle più consistenti ed efficienti, in presenze negli incontri zonali e di contenuti durante l’anno pastorale. L’attività in Delegazione è stata organizzata in quattro aree di lavoro, con specifiche competenze, i cui responsabili sono coordinati e fanno direttamente capo al Delegato, che funge da Direttore Generale. Un pò sul modello di riforma introdotto dalla Migrantes. Maggiori dettagli li trovate nel Regolamento per l’attuale legislatura, in vigore dal 1° luglio ed a suo tempo inviato a tutte le Missioni, che trovate nella cartella ed in ogni caso sempre rintracciabile sul sito della Delegazione (www.delegazione-mci.de)

La situazione. Siamo tutti coscienti di vivere in un momento non facile per l’insieme della nostra presenza in Germania. Per me è diventato paradigmatico – anche se non voglio che sia il logo di questo quinquennio – un fine/inizio settimana della prima metà di giugno. Sabato 9 giugno sono stato a Offenbach per l’addio alle ultime due suore di Nostra Signora della Misericordia; domenica 10 ad Augsburg, per la Messa di suffragio di don Andrea Gozio; lunedì 11 a Dernbach, per l’ultimo convegno nazionale delle suore.

Non voglio né essere né passare per il “becchino” delle Missioni italiane in Germania, anche se diverse nostre Comunità andranno incontro a radicali cambiamenti, magari simili ad una chiusura. Si tratta spesso di passare da una struttura che non tiene più ad una forma di presenza più congeniale al nostro domani, in grado di dare un futuro alle Comunità, che restano, mentre persone e strutture passano o cambiano. In fondo è una ristrutturazione per far sì che quanto abbiamo costruito in questi anni possa essere una realtà vitale anche domani a prescindere dalla nostra presenza. Qui vedo uno dei punti nodali del nuovo quinquennio, del resto non nuovo, ma già in corso da diversi anni.

Alcuni dati. I cattolici in Germania sono 24,6 milioni. Le Chiese, dopo lo Stato, costituiscono il maggior datore di lavoro, con 1,2 milioni di dipendenti, di cui circa 650 mila nella chiesa cattolica (150 mila nelle strutture amministrative e pastorali, oltre 500 mila nel Caritasverband). I volontari sono circa 600 mila.

Gli stranieri in Germania sono 6,93 milioni; altri 15,7 milioni hanno passaporto tedesco ma origini straniere (con Migrationshintergrund). Gli stranieri cattolici sono alcuni milioni, per i quali la Conferenza Episcopale Tedesca ha eretto specifiche Comunità, al momento oltre 400, di circa 30 lingue diverse, in cui operano quasi 500 sacerdoti mandati dalla rispettive conferenze episcopali. Nelle Comunità di lingua italiana operano al presente 64 sacerdoti (di cui 49 italiani e 15 d’altra nazionalità, 48 a tempo pieno e 16 a tempo parziale) e 45 operatori pastorali (4 diaconi, 13 suore, 26 collaboratori/trici assunti). L’età media dei sacerdoti italiani è di 68 anni. 12 sono oltre i 75 anni e solo 6 hanno meno di 60 anni. Alla fine di questa legislatura, fra cinque anni, ben oltre la metà di noi sacerdoti avrà raggiunto i 75 anni, l’età canonica in cui nelle diocesi tedesche vige la norma delle dimissioni dai posti direttivi (quindi anche da parroco). E ricordiamoci che dall’Italia non sono previsti rinforzi.

Il futuro - La diminuzione del clero non è solo un nostro problema, riguarda anche la chiesa tedesca. Come lo risolvono le diocesi tedesche? Con le unità pastorali (accorpamento delle parrocchie) e con la valorizzazione del laicato, ampliandone le competenze e le responsabilità, ed ottimizzandone l’operatività. Come vogliamo risolverlo noi? Non vedo altre alternative, e quindi con lo stesso criterio: attraverso nuove solidarietà sul territorio (accorpamento tra Comunità, inserimento nelle parrocchie tedesche) e la promozione (nel senso di formazione e di assegnazione di responsabilità) dei collaboratori pastorali laici, assunti e volontari.

Sono sicuramente a rischio di estinzione le Missioni dove il parroco accentra tutto su di sè, dall’organizzazione della liturgia alla convocazione/conduzione del Consiglio Pastorale, dalla gestione dell’ufficio alla preparazione dei sacramenti. Una volta che per qualsiasi motivo si ritira, subentrerà, se non c’è un successore – è un rischio molto concreto - la stasi di tutto, cioè il vuoto di iniziativa. Se le varie iniziative ed i gruppi hanno imparato ad essere autonomi, ad autogestirsi, saranno in grado di farlo anche dopo, in assenza del sacerdote italiano. Se le attività sono già in mano ai laici, continueranno ad avere una guida anche dopo. Magari con un nuovo punto di riferimento – che potrebbe essere il parroco locale tedesco, od un operatore pastorale del posto –, o con un nuovo coordinatore - che poterebbe essere il/la colaboratore/trice pastorale assunto/a. Ma la vita della Comunità – e questa è la cosa principale – può continuare. Deve continuare. In strutture nuove, diverse, ma continua.

Nelle cinque maggiori città della Germania – a Berlino, Colonia, Francoforte, Stoccarda e Monaco di Baviera – la Delegazione e la Migrantes faranno di tutto per garantire una Missione italiana di tipo tradizionale, come parrocchia autonoma e con personale italiano. In molte altre - come Amburgo, Hannover, Düsseldorf, Wolfsburg, Mannheim, ecc, la lista completa è affidata ai lavori di gruppo - l’impegno andrà in quella direzione, ma senza troppe illusioni. Realismo e flessibilità saranno i criteri pratici che ci dovranno guidare. Se giá oggi il termine “Missione”, “Comunità Italiana” indica realtà pastorali molto diversificate, ancor più lo sarà domani. Non sono omogenee le linee pastorali delle singole Diocesi – e noi ci dobbiamo adeguare - ed è variegata la presenza italiana sul territorio, che va dalle grosse concentrazioni delle metropoli o delle zone industriale alla diaspora nelle zone di periferia. Tra tanti modelli, dobbiamo individuare quello vincente, quello più adatto a mantenere viva e vitale la collettivitá italiana in assenza di quadri pastorali propri. Un risposta più dettagliata dovrebbe offrirla il lavoro dei gruppi.

Con quale pastorale? - Non sono sicuramente le strutture, cioè l’aspetto organizzativo, il nodo vero del problema. La priorità va sicuramente data ai contenuti, alle scelte pastorali. Negli ultimi anni abbiamo puntato molto sulla formazione: attraverso seminari, corsi di teologia, incontri per laici. È la strada da seguire, a livello nazionale, nelle zone e nelle singole Missioni, privilegiando i piani pastorali della Chiesa tedesca rispetto a quelli della Chiesa italiana. È quanto per esempio si è iniziato a fare l’anno scorso, inserendoci nel Dialogprozess “Im Heute glauben” avviato per un quinquennio dalla Chiesa tedesca, partito l’anno scorso con la riflessione sul “credere oggi”, che trova quest’anno la sua concretizzazione nella “diaconia” ed il prossimo anno la sua celebrazione simbolica nella “liturgia”, per arrivare, dopo una verifica sulla nostra capacità di essere dei testimoni del Risorto (nel 2014), alla celebrazione del 50° della chiusura del Vaticano II (nel 2015) che non sia una pura formalità, ma vera “aria nuova”, un rinnovamento permanente che permette alla Chiesa di essere sempre all’altezza del momento storico, in sintonia con le attese umane ed in grado di dare risposte credibili ed efficaci.

La diaconia delle nostre comunità – Il futuro è sempre legato all’intensità ed alla saggezza con cui si vive l’oggi. Venendo al tema del nostro Convegno – “Noi, chiesa in diaconia, nella società di oggi” – dopo averlo analizzato (durante le prime due giornate) nella sua dimensione storica e teologica, come nella sua più rilevante concretizzazione attraverso il lavoro della Caritas (considerato nelle due chiese di origine e di partenza, italiana e tedesca), vogliamo dedicare questa giornata a riflettere sulla diaconia nelle e delle Missioni in questa società. Salto di proposito l’assistenza nelle nostre Comunità (quella ai poveri, le visite ai malati ed ai carcerati, la cura degli anziani, i gruppi missionari, ecc.), aspetti molto presenti e che sono già stati affrontati nei Convegni di zona, per concentrarmi sul tipo di presenza e di servizio che offriamo alla società civile.

Parto dal presupposto che le nostre Comunità sono un servizio alla chiesa locale ed alla società di residenza. Rispetto a quest’ultima, mentre altre minoranze religiose, pensiamo a quelle islamiche, hanno una visibilità quasi quotidiana, le nostre sembrano del tutto assenti, in ogni caso appaiono molto irrilevanti.

Perché siamo estranei e lontani dalla vita sociale, o perché le istituzioni confessionali faticano a far notizia?

La carenza di visibilità ci può anche lasciare indifferenti, meno il problema della presenza. Se è vero che la diaconia è la concretizzazione della fede, l’amore del prossimo che diventa visibile, la scelta interiore dei valori evangelici che diventa storia, allora è imprescindibile per noi inserirsi nei problemi sociali, in particolare nelle povertà dell’oggi, sull’esempio di Gesù, che ha fatto la scelta dei più deboli, degli emarginati.

Logico allora chiedersi: quali sono le nuove povertà? Conosciamo quelle tradizionali dell’insuccesso scolastico dei ragazzi italiani in Germania, delle difficoltà nell’inserimento del mondo del lavoro, delle discriminazioni che subiscono a svariati livelli i nostri connazionali, tutte realtà in cui non ci siamo mai tirati indietro e nelle quali, sia pure in modo variegato, abbiamo cercato e cerchiamo di essere presenti. Si aggiungano le nuove difficoltà delle famiglie, con matrimoni sempre più fragili, figli sballottati tra più recapiti, stress permanente per i doppi lavori a causa di paghe falcidiate dal mercato, le solitudini crescenti in una società sempre più frammentata, segnata dall’individualismo e dall’egoismo, nonostante l’aumento delle possibilità di comunicazione.

Nei gruppi di lavoro, si potrà valutare meglio il fenomeno e vedere come intervenire. Qui voglio fermarmi ad una povertà, che personalmente ritengo la più diffusa e la più pericolosa: l’ignoranza. Sembrerebbe un controsenso: nell’era dell’informazione di massa, inflazionata dai titoli di studio e dagli strumenti di comunicazione, individuare nell’ignoranza la carenza sociale più grave ha il sapore di una bestemmia. Eppure, come fu l’ignoranza (una scarsa conoscenza di Dio, diciamo pure un pregiudizio nei suoi confronti) a segnare l’errore fatale dei nostri progenitori (quello che chiamiamo “peccato originale”), anche oggi resta sempre l’ignoranza – non intendo quella di carattere tecnico, ma quella di carattere etico, sociale, religioso – a creare le maggiori tragedie nel nostro mondo: dai semplici pregiudizi che generano xenofobia, odi razziali, persecuzioni religiose, alle guerre vere e proprie tra popoli ed etnie diverse. Dietro a tante violenze ed aggressività, c’è sempre una carente o sbagliata informazione sui fatti, sulle persone, sulla realtà, ci sono sempre pregiudizi.

Se questa analisi è vera, allora comprendiamo perché da 60 anni le Missioni sono presenti con un proprio strumento – il Corriere d’Italia, e altre pubblicazioni - per dare informazioni corrette e visioni oneste della realtà. Come diceva Gesù, solo la verità – la conoscenza autentica e completa – rende liberi, perché permette scelte adeguate, sagge, che aiutano. E comprendiamo come l’inserimento del 60° di questo servizio di informazione e di formazione all’interno di questo convegno dedicato alla diaconia non sia un forzatura, ma qualcosa di molto coerente, un ricordare un aspetto qualificante della nostra presenza nella società civile per aiutarla per esempio a superare i pregiudizi verso lo straniero, in modo che ci sempre accoglienza, capacità di convivenza, solidarietà.

L’anno pastorale 2012-2013 - Comprendiamo anche perché la scelta di una maggior formazione religiosa, anche con corsi impegnativi di teologia, fatta in questi ultimi anni nelle Comunità e nelle Zone, è un servizio fondamentale che va oltre la soddisfazione di bisogni personali. La società ha bisogno di cristiani maturi, coscienti della propria fede, ricchi dei valori del vangelo. Non possiamo fare un servizio migliore alla società civile che arricchendola di questi laici adulti nella fede, non ghettizzati nelle sacrestie ma impegnati su tutti i fronti del sociale, dei diritti umani, della solidarietà tra le generazioni.

Ecco a cosa servono tutti i nostri appuntamenti zonali e federali del nuovo anno pastorale 2012-2013: dai corsi di teologia agli esercizi spirituali (che non possono essere un monopolio degli operatori pastorali assunti), dal Convegno dei Laici al meeting dei giovani, centrati sul tema 2013 del Dialogprozess, la liturgia.

L’anno della fede, il 25° della Migrantes (16 ottobre), il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione (7-28 ottobre a Roma), il 50° dell’inizio del vaticano II (11 ottobre) sono sicuramente alcune date da non dimenticare e appuntamenti che segneranno il nuovo anno pastorale. Come? I lavori di Gruppo offriranno sicuramente suggerimenti interessanti e concreti.

Amici, se abbiamo tanti motivi per sentirci depressi e stanchi (età, insuccessi pastorali, cambiamenti che non condividiamo, laicizzazione della società, scarso interesse per la vita religiosa,..) ne abbiamo sempre molti di più per rimboccarci le maniche e continuare a seminare. Qualcun altro raccoglierà. Ma la gioia del seminare, “nella buona e nella cattiva sorte”, sui terreni buoni ed in quelli meno buoni, questa non dobbiamo permettere a niente ed a nessuno di togliercela.

 

p. Tobia Bassanelli, delegato

Deutsche Bischofskonferenz
Chiesa Cattolica Italiana
Bistums Limburg
Corriere d'Italia