Delegazione MCI

I Discepoli e la Comunità come testimoni del Risorto

Relazione al Convegno Nazionale 2014 Fulda, 16 sett. 2014

Johannes Beutler SJ

1.      I testimoni del Risorto secondo Lc / At

La testimonianza ha un ruolo importante nell’opera lucana. Per Luca, gli Apostoli sono i testimoni privilegiati della morte e risurrezione di Gesù. Luca scrive in un tempo nel quale già si diffondono dei messaggi “apostolici” di varia qualità ed autenticità. Per questa ragione era necessario avere un fondamento stabile ed affidabile della fede cristiana. Per la prima Chiesa, questo fondamento erano gli apostoli. Così dice la Lettera agli Efesini: “Il vostro edificio ha per fondamento gli apostoli ed i profeti, mentre Cristo Gesù stesso è la pietra angolare.” (Ef 2,20)

Gli apostoli hanno il duplice incarico di attestare la realtà delle loro esperienze con Cristo morto sulla croce e risorto dai morti e di proclamare il messaggio della salvezza in Cristo morto e risorto in tutto il mondo. La missione degli apostoli come testimoni viene da Gesù Cristo stesso. Egli annuncia agli apostoli presenti nel Cenacolo che devono esser i suoi testimoni dopo la sua risurrezione. Gesù li introduce nel senso delle Scritture che hanno parlato di lui e della sua passione e risurrezione. E poi dice: Voi sarete testimoni di tutto questo, cominciando da Gerusalemme.” (Lc 24,48) Così il contenuto del messaggio degli apostoli è la morte e risurrezione di Gesù come sono state annunciate dalle Scritture. Inoltre questo messaggio sarà reso possibile grazie al dono dello Spirito Santo: “Ed ecco che io manderò quello che il Padre mio ha promesso.” (V. 49) Questo Spirito sarà dato agli apostoli e a tutta la prima comunità di Gerusalemme il giorno di Pentecoste.

Prima della sua ascensione Gesù rinnova la missione degli apostoli dopo una rinnovata promessa dello Spirito Santo: “Ma lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria, e fino all’estremità della terra.” (At 1,8) Nei discorsi missionari degli Atti degli Apostoli ricorre questo tema della testimonianza degli apostoli della passione, morte e risurrezione di Gesù (At 2,32; 3,15; 5,32 etc.). Per essere testimone non basta aver visto Gesù sulla croce e come Risorto. Uno deve essere scelto e incaricato dalla comunità, anzi, Dio stesso deve incaricarlo nell’assenza di Cristo. Questo avviene nell’elezione di Mattia (un testo che ho studiato in un seminario del Cardinale Martini ancora professore al Pontificio Istituto Biblico): “Occorre  dunque che uno tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo in cui dimorò tra noi il Signore Gesù, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu assunto al cielo, divenga testimone con noi della sua risurrezione.” (At 1,21s.) La decisione viene presa da Dio che dopo una preghiera del gruppo degli apostoli tramite la sorte mostra la sua preferenza per Mattia invece dell’altro candidato Giuseppe chiamato Barsabba. (At 1,23s.)

Il fatto che per la testimonianza cristiana la presenza fisica nella vita di Gesù non è l’elemento decisivo si mostra nel fatto che, negli Atti degli Apostoli, accanto ai dodici apostoli ci sono anche altri “testimoni”. Il primo “testimone” è Stefano. Paolo ne parla nel suo discorso di autodifesa davanti al tribunale del Procuratore Felix. Egli racconta una sua preghiera a Dio: “Quando si versava il sangue di Stefano tuo testimone, anch’io ero presente” (At 22,20). Stefano appare qui come testimone a causa della sua confessione di Gesù sigillata con il suo sangue. Più tardi la Chiesa parlerà anche della testimonianza tramite il martirio. Paolo stesso parla anche della sua testimonianza nello stesso discorso, riportando le parole di Anania dopo la sua vocazione da parte di Gesù: “Tu renderai testimonianza a suo favore presso tutti gli uomini di ciò che hai visto e udito.” (At 22,15) Questa parola profetica si riferisce alla visione di Paolo che porta a termine le apparizioni pasquali di Gesù. Prima dell’arresto di Paolo a Gerusalemme egli ha un’apparizione di Cristo che gli dice: “Coraggio! Come hai reso testimonianza alla mia causa in Gerusalemme, così devi testimoniare anche a Roma.” (At 23,11) I due esempi dati aprono la porta alla testimonianza dei fedeli cristiani attraverso i secoli.

2.      I testimoni del Risorto secondo il Vangelo di Giovanni

Come già visto, il Quarto Evangelista conosce la testimonianza di discepoli scelti in riferimento a fatti visti e vissuti da loro. Ricordiamo la testimonianza del Discepolo Amato riguardo il costato trafitto di Gesù secondo Gv 19,35. L’autenticità di questo discepolo nella sua testimonianza ormai scritta nel suo vangelo attesta tutto il gruppo dei suoi seguaci (Gv 21,24).

In un altro testo del Quarto Vangelo i discepoli sono incaricati di diventare testimoni di Gesù davanti al mondo. Gesù annuncia la missione dello Spirito Santo e collega la sua testimonianza di Gesù a quella dei discepoli: “Quando verrà il Paraclito che vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi darà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete con me fin dall’inizio.” (Gv 15,26s.) Il testo ricorda in un certo senso la concezione lucana. I discepoli hanno partecipato alla vita pubblica di Gesù, ai suoi “segni” ed alla sua predicazione. Così possono riportare fedelmente ciò che hanno visto e udito. In Giovanni, questa testimonianza mantiene però la sua dimensione giudiziaria. I discepoli faranno parte del grande processo al quale Gesù è stato sottoposto da parte degli Ebrei, in ultima istanza del mondo. Loro daranno la loro testimonianza in favore di Gesù. Il contesto di questi versetti nel Discorso d’Addio di Gesù ricorda la serietà del loro impegno. Come discepoli di Gesù saranno esclusi dalle sinagoghe e rischieranno la loro vita. (Gv 16,2).

3.      I testimoni del Risorto secondo l’Apocalisse

Come Gesù stesso, anche il veggente è un testimone. A causa della sua testimonianza resa a Gesù (1,2) egli si trova in esilio sull’Isola di Patmos (1,9). Altri già hanno pagato la loro testimonianza con la loro vita come Antipa, il testimone fedele della comunità di Pergamo (2,13). L’autore dell’Apocalisse non conosce ancora la testimonianza resa tramite la morte del testimone, come il concetto sarà utilizzato più tardi nei martirologi sin dal martirio di Policarpo nel secondo secolo. Questo linguaggio si prepara, però, già nell’Apocalisse: i testimoni sigillano la loro testimonianza con il loro sangue. Questo vale per i due testimoni menzionati in Ap 11,3, forse nuove incarnazioni dei grandi profeti d’Israele Mosè e Elia. Loro vengono ammazzati (v. 7), pero in seguito resuscitati e alzati al cielo, dove sono visti dai loro avversari (vv. 11s.). Così la loro morte e riabilitazione hanno delle ripercussioni per la storia dei potenti di questo mondo. Questa prospettiva è caratteristica dell’Apocalisse di Giovanni. In ogni caso esclude la possibilità di spostare la vittoria della giustizia alla fine dei tempi, anche se questa vittoria si realizza per l’individuo con la fine della sua vita terrestre.

La stessa prospettiva si trova nelle sezioni dell’Apocalisse nelle quali si parla di “testimoni” o “testimonio” di Gesù senza specificazione precisa. Sempre si parla dell’ostilità verso i testimoni o della lotta contro di loro – sia dalla parte del Dragone (12,7), sia dalla parte della prostituta Babele (17,6). Sempre il veggente vede queste persone perseguitate, decapitate o uccise in un altro modo a causa della loro testimonianza, vicine a Dio nel suo mondo celeste (6,9; 20,4), o egli sente cantare la loro lode celeste (12,11).

Alla fine dell’Apocalisse si ricorda di nuovo che ogni testimonianza cristiana risale in fin dei conti a quella di Gesù Cristo. Qui, il testo parla un’ultima volta della testimonianza di Cristo, adesso data nell’eternità: “Colui che attesta queste cose dice: ‘Sì, verrò presto’” (22,20). Questa testimonianza si unisce a quella del veggente, che mette in guardia verso ogni tentativo di cambiare la testimonianza da lui trasmessa e lasciata per iscritto (22,16.18s.).

Il tema della testimonianza ha un ruolo importante nell’Apocalisse di Giovanni non solo dal punto di vista letterario, ma anche da quello teologico. Il veggente, lui stesso testimone delle cose da lui viste, si vede inserito in una serie di testimoni che comincia con Gesù, il “testimone fedele e verace”, passa per i due testimoni di Ap 11 e prosegue nella storia della comunità – non importa se questi testimoni abbiano dei nomi concreti, come Antipa, o no come nel caso della grande moltitudine di testimoni che il veggente vede nella comitiva dell’Agnello. Questi testimoni appartengo nello stesso tempo alla storia umana ed al suo compimento nell’eternità. Così possono incoraggiare i fedeli nella loro lotta con i poteri ostili a Dio e l’Agnello.

 

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