Delegazione MCI

Gesù testimone del Padre

Relazione al Convegno Nazionale 2014 Fulda, 16 sett. 2014

Johannes Beutler SJ

1.  Il discorso della testimonianza

Nel Convegno Nazionale del 2013 abbiamo parlato della liturgia. Se oggi continuiamo con il tema della testimonianza, seguiamo uno schema di tre elementi che dopo il Concilio Vaticano Secondo è stato sempre più accettato: quello delle tre dimensioni della missione della Chiesa in testimonianza (martyria), liturgia (leiturgia) e servizio (diakonia). Al Concilio Vaticano Secondo si preparava questa visione. La Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium” sulla Chiesa parla nel cap. 2 della triplice dignità di Cristo e dei cristiani come re, sacerdote e profeta (nn. 10-12). Questo schema è tradizionale e si trova già applicato a Mosè da Filone d’Alessandria (nella sua Vita di Mosè). Nel cap. 3 di “Lumen gentium” il tema della triplice dimensione della dignità di Cristo e dei cristiani è applicato alla missione dei vescovi in una forma leggermente cambiata. Loro partecipano alla missione di Cristo nel ministero della predicazione, del culto e del servizio di pastori (nn.25-27). Una simile divisione si trova applicata ai laici nel Decreto sui Laici “Apostolicam Actuositatem” nel. cap. 3 (n. 10): “Come partecipi della missione di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell'azione della Chiesa.” Questa triplice dimensione della missione della Chiesa è stata riscoperta al Concilio Vaticano Secondo con una correzione voluta della teologia del ministero, sviluppata al tempo del Concilio Tridentino con un’enfasi quasi esclusiva sulla celebrazione della messa.

Il discorso della testimonianza, della liturgia e della diaconia è stato introdotto nella teologia cattolica solo brevemente dopo il Concilio Vaticano Secondo. Un primo documento si trova nella Festschrift per il Cardinale Hermann Volk di Magonza nel 1968 (ed. Otto Semmelroth): Martyria, Leiturgia, Diakonia. Questa divisione ha le sue radici nella fraternità evangelica “Michaelsbruderschaft” degli anni 30 del secolo passato ed ha raggiunto una grande popolarità soprattutto in documenti ecumenici. I tre concetti hanno un ruolo importante fra l’altro nel documento di concordia trai luterani e calvinisti tedeschi: “Leuenberger Kirchengemeinschaft” del 1995. Ai tre elementi si aggiunge spesso nei testi protestanti quello della “koinonia” (comunità) che però sembra essere piuttosto la radice dei tre elementi nominati.

Come si distingue la nuova “trias” da quella tradizionale? L’elemento della liturgia appare identico. Il ministero della predicazione del verbo è stato sostituito dal servizio della “testimonianza”. Questa espressione mette l’accento più sull’impegno personale del predicatore che non solo parla, ma dà testimonianza al messaggio divino con tutta la sua vita sino al rischio della sua vita. La terza dimensione è vista non più dalla prospettiva dei vescovi e sacerdoti come pastori, ma del popolo di Dio. Se i pastori hanno la carica di avere la cura delle loro pecore, adesso tutti i cristiani hanno la carica di servire, non solo i membri della Chiesa, ma tutti che hanno bisogno di cura e aiuto.

La nuova “trias” ha il vantaggio di utilizzare un linguaggio preso dal Nuovo Testamento. La terminologia della vecchia “trias” era piuttosto desunta dall’Antico Testamento con i suoi re, sacerdoti e profeti (ricordiamo l’uso fatto da Filone d’Alessandria per Mosè).  Il linguaggio nuovo si ispira fortemente alle lettere di San Paolo, ma anche ad altri scritti del Nuovo Testamento. Vedremo questo per il caso della “testimonianza”.

2. Gesù testimone secondo il Vangelo di Giovanni

La nostra testimonianza alla quale siamo invitati trova la sua radice ed il suo esempio nella testimonianza di Gesù. Difatti il Nuovo Testamento ci presenta Gesù come testimone fedele, soprattutto negli scritti giovannei. Studieremo prima i testi a proposito nel Vangelo di Giovanni, prima di rivolgerci all’Apocalisse.

Un primo testo si trova nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo nel cap. 3 di Giovanni. Gesù ha parlato della rinascita di chi crede in lui. È una rinascita dall’alto o di nuovo in acqua e spirito. Per il nobile Ebreo Nicodemo questo linguaggio rimane molto misterioso, ed anche una prima spiegazione da parte di Gesù rimane inutile. Perché? Nicodemo non si è ancora aperto a Gesù come rivelatore mandato da Dio. A questo punto Gesù dice: “In verità, in verità ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.” (Gv 3,11; cf. 3,31s.). Il plurale usato da Gesù riprende forse quello di Nicodemo all’inizio del dialogo quando Nicodemo dice: “Rabbi, sappiamo che tu sei venuto da Dio …” (Gv 3,2). In questo caso Gesù parla per sé stesso, anticipando la testimonianza della sua futura comunità dei fedeli. Il messaggio di Gesù, il contenuto della sua testimonianza, è affidabile perché Gesù solo attesta ciò che ha visto presso il Padre, in fin dei conti la sua origine dal Padre è la radice della sua missione che viene da Dio Padre.

In un secondo testo troviamo Gesù in un contesto ostile. Gesù si trova a Gerusalemme nell’area del Tempio per la celebrazione della Festa delle Tende. Ai riti della Festa appartenevano l’illuminazione del Tempio e della Città ed il rito di attingere acqua dalla Fontana di Gihon e di portarla al Tempio. Gesù si dichiara la “luce del mondo” e una sorgente di acqua viva (Gv 8,12 e 7,37s.). Le sue affermazioni trovano resistenza da parte dei suoi ascoltatori ebrei. Come già precedentemente (Gv 5,31-40), Gesù si riferisce ai testimoni che gli danno testimonianza. A differenza del testo precedente, Gesù afferma che la testimonianza che egli dà di sé stesso è valida, perché non rimane sola; è confermata dalla testimonianza che il Padre dà di lui. E secondo la Legge, la testimonianza di due testimoni è valida (Gv 8,14-18). Il linguaggio scelto dall’evangelista si comprende in vista del fatto che secondo lui Gesù si vede confrontato da un “processo” di investigazione da parte delle autorità ebraiche riguardo la sua missione. In questo processo, Gesù si riferisce a vari testimoni che danno testimonianza di lui, ed a questi si aggiunge la sua propria testimonianza. Per noi è importante vedere che Gesù si rivela come “testimone” in un contesto ostile. Egli non parla della sua missione in un ambiente tranquillo e sicuro, ma di fronte ad un auditorio che rifiuta di accettare il suo messaggio e lo minaccia. Alla fine del capitolo, gli Ebrei prendono delle pietre per gettarle contro di lui per presunta blasfemia (Gv 8,58). Così la testimonianza costa e può persino costare la vita.

In un ultimo testo vediamo Gesù davanti al tribunale del procuratore romano Ponzio Pilato. Alla domanda se lui fosse un re Gesù risponde in modo affermativo. “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37). Ponzio Pilato si mostra incapace di comprendere queste parole di Gesù e risponde: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,38). Per i lettori, il senso della parola di Gesù è chiaro. Gesù è stato mandato dal Padre per la salvezza, la “vita” degli uomini. Questa salvezza si riceve credendo in Gesù. Gli uomini possono avere la piena fiducia che il messaggio di Gesù sia credibile perché egli stesso è “la via, la verità e a vita” (Gv 14,6). Di nuovo, la testimonianza di Gesù è resa in un contesto ostile che minaccia la sua vita. Difatti alla fine del dialogo con Gesù, Pilato lo condanna alla morte (Gv 19,16).

3. Gesù testimone secondo l’Apocalisse di Giovanni

Gesù è per l’autore dell’Apocalisse “il testimone” nel senso forte e fondamentale, modello e ispiratore di ogni testimonianza cristiana. Egli è menzionato già all’inizio del libro come “Testimone fedele” (Ap 1,5), più tardi è nominato “il Testimone fedele e verace” (3,14). Così Gesù appare come un uomo che attesta fedelmente ciò che ha visto e sentito, senz’altro il messaggio divino affidato a lui. Il veggente lo percepisce come l’Esaltato alla Destra del Padre. Egli ha sigillato la sua testimonianza con il suo sangue e così redento i fedeli (1,5). La sua morte conduce alla sua intronizzazione come re dei re (ibid.) e alla dignità dei fedeli come re e sacerdoti (1,6). Con la sua esaltazione, Gesù si è manifestato il Principio della Creazione di Dio (3,14). Così Gesù fa parte della storia, ma la trascende anche come “primogenito dei morti” (1,5). In lui anche tutta la creazione trova il suo compimento. 

Deutsche Bischofskonferenz
Chiesa Cattolica Italiana
Bistums Limburg
Corriere d'Italia